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The Good Wife 6×13 – 6×14 – 6×15 – Dark Money – Mind’s Eye – Open SourceTEMPO DI LETTURA 6 min

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The Good Wife ha cominciato un po’ a traballare. Sostenere sei stagioni da ventidue episodi ciascuna non è facile per nessuna serie, figuriamoci per un procedurale che ambisce, riuscendoci, ad essere qualcosa di più. Qualche storia tirata troppo a lungo, qualche storyline poco azzeccata, qualche trama riutilizzata troppe volte, largo uso di passionalità e sentimenti. Si, qualche difettuccio lo ha contato anche The Good Wife negli anni, ma nulla che non si possa superare.
Il tredicesimo episodio vuol farci cadere nella retorica “Ecco, quando non sanno più cosa inventarsi, incollano Colin Sweeney”, fortunatamente però questa volta non ha sposato, divorziato, ucciso nessuna, ma ci ritroviamo in un semplice caso di diffamazione reso particolarmente ironico dallo stesso Dylan Baker che si presta ad un’amabile presa in giro nei panni di se stesso. Tuttavia di cosa risente il caso Sweeney: Cary e Diane. Accoppiata pessima, mi spiace dirlo. Ma insieme non funzionano senza Alicia, assente per motivi politici. In vesti di soci, Diane e Cary non riescono a completarsi come invece un Cary-Alicia o Will-Diane riuscirebbero a fare. Quando Cary era un semplice associato della Lockhart&Gardner doveva riuscire a scavallare tutto e tutti per brillare di fronte alla sua magnate che lo aveva scelto, due volte, andando anche contro il suo socio, Will. Qui, invece, con un rapporto paritario tra i due si perde un po’ di quel mordente e il tutto si riduce a vincere o meno una causa. Avevamo anche sperato in un’alleanza, bonaria si intende, ai danni di Alicia: lo scorso episodio ci aveva fatto intendere un avvicinamento, sempre più palpabile, tra Cary e Diane, escludendo Alicia dalle politiche dello studio e pur essendo anche qui qualcosa di già visto con i vecchi soci, siamo sicuri che riuscirebbe a prendere forma con i tre protagonisti, tutti e tre molto carismatici. E Kalinda? Kalinda ha una trama tutta per sé e, in onestà, il suo personaggio soffre proprio questo distacco e come già detto, più di tutti soffre la lontananza dal personaggio della buona moglie.

“Dark Money” brilla sicuramente di più. Se il tredicesimo episodio era una bella bufala, un filler a basso contenuto di intrattenimento, il quattordicesimo episodio invece è un filler di quelli che rivedresti ad oltranza. Sostanzialmente l’episodio niente aggiunge alla trama della candidatura di Alicia: è la settimana prima delle elezioni, Alicia è senza voce e deve cercare di riposarsi, motivo per cui non aggiunge molto nemmeno alle sottotrame dello studio. Un filler bello e buono piazzato lì in attesa degli sviluppi per la corsa a Procuratore di Stato. Ma ecco che un’altra volta The Good Wife insegna: un filler non necessariamente è una nota stonata nell’economia della serie, ciò che conta è come il filler viene strutturato. Protagonista indiscussa è la mente di Alicia che viaggia attraverso i ricordi, le paure, i dubbi, le incertezze. Da Zach a Kalinda, da Elfman a Polmar (che ritroviamo sul piccolo schermo dopo averlo apprezzato sul grande schermo) passando necessariamente per Will. Si, perché se Alicia vuole andare avanti come donna non deve tanto fare i conti con Peter, suo marito, ma con Will e il suo ricordo. Josh Charles presta qui la sua voce permettendo ad Alicia di dirgli addio forse per l’ultima volta, mentre riesce a pensare a se stessa con qualcun altro che non sia l’amico deceduto. La mente di Alicia insomma è affollatissima, nei corridoi della sua mente si incontrano e si scontrano tutti i protagonisti di quest’ultima stagione e questo serve per farci fare anche un punto della situazione politica, sentimentale, familiare di Alicia Florrick. Idea sviluppata brillantemente anche tramite l’utilizzo della voce di Alicia che ci fa distinguere tra sogno e realtà. Unica pecca un po’ fastidiosa è stato l’utilizzo di un attore per interpretare il profilo di Josh Charles: siamo troppo acuti e avidi di The Good Wife per fare finta che quel profilo sia Will Gardner. Per il resto, episodio a dir poco perfetto.

Tra la politica e gli affari di cuore, “Open Source” non si dimentica delle questioni lasciate in sospeso, dei vecchi amici/nemici e delle politiche societarie. Intanto, cosa da non sottovalutare, torna un caso della settimana forte, attuale e interessante: la detenzione di armi e la possibilità di acquisto, argomento che negli USA è fortemente sentito e spesso argomento di dibattito tra politici e politicanti. A discutere il caso ritroviamo l’insopportabile personaggio di Mamie Gummer e il nostro Polmar insieme a Diane. Il caso vola un po’ con la fantasia, ma nulla che non potrebbe tranquillamente accadere, inoltre serve solo come slancio per tutta una trattazione sulla produzione di armi da fuoco e, soprattutto, per il ritorno di McVeigh. Il fatto che l’argomento trattato sia più politico che giuridico emerge dal perfetto contrasto tra il giudice Abernathy (che sappiamo ormai essere fortemente democratico) e proprio McVeigh, repubblicano fino all’osso.
Louis Canning è malato, ma è sempre il solito stronzo. Anche dal letto di morte riesce a fregare Alicia, mettendola nei guai ad un passo dal giorno delle votazioni. Se il caso legale è di forte attualità, la parte politica dell’episodio lo è ancora di più. E l’idea di Alicia che finanzia Hamas proprio quando non si può non parlare di terrorismo, è l’apice che la serie poteva toccare.
E non per ultimo l’inevitabile scontro Elfman-Eli. Qualcosa era già stato accennato, ma adesso si sono palesate entrambe le intenzioni. Eli ha a cuore la campagna di Alicia, veramente. Ma perché? Perché al Governatore serve un appoggio nella Procura, per cui Alicia non può prescindere da Peter. Ma al contempo né Alicia né Elfman sembrano volere l’aiuto o il supporto di Peter Florrick sia per motivi personali che per strategia politica. E se in un primo momento l’egoismo e la propria carriera prendono il sopravvento su Elfman, quest’ultimo si lascia alla fine guidare dalla sua professionalità e forse da qualche altro sentimento. Ora sì che gli sviluppi si fanno interessanti.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • “Mind’s Eye”: soundtrack, struttura, dialoghi 
  • Il telespettatore percorre la mente di Alicia che comincia a pensare a se stessa e alla sua vita
  • Josh Charles torna “vocalmente” 
  • I King sembrano aver capito la questione di Kalinda-Alicia: l’una senza l’altra ci perde e in “Mind’s Eye” abbiamo un piccolo richiamo alle vecchie stagioni (n.2, n.3)
  • Caso legale in “Open Source”
  • Dibattito politico tra democratici e repubblicani (Secondo Emendamento, Primo Emendamento)
  • Micheal J. Fox e il ritorno delle losche politiche dello studio
  • Alicia finanzia Hamas 
  • “Dark Money” molto debole rispetto alla media della serie
  • Cary e Diane accoppiata poco brillante
  • Kalinda: una storyline a sé stante rispetto al resto del cast non giova affatto al personaggio dell’investigatrice
I tre episodi viaggiano su valutazioni molto diverse: pessimo è “Dark Money”, eccellente invece “Mind’s Eye” mentre un bellissimo caso legale vanta “Open Source”. Allora in generale possiamo dire che The Good Wife ci ha abituati ad un livello che difficilmente non sa mantenere e, le poche volte che cade, sa perfettamente come rialzarsi nella settimana successiva. Un complessivo 4.

The Debate 6×12 8.48 milioni – 1.3 rating
Dark Money 6×13 9.09 milioni – 1.1 rating
Mind’s Eye 6×14 9.06 milioni – 1.0 rating
Open Source 6×15 8.80 milioni – 1.0 rating

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