Under The Dome 3×01 – 3×02 – Move On – But I’m NotTEMPO DI LETTURA 6 min

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“Ma quel “Move On” lì nel titolo, vuol dire che finalmente Under The Dome ci libera della sua opprimente presenza del palinsesti televisivi estivi?”, dice il telespettatore frustrato, svuotato di pazienza, privo di forza vitale e pronto al suicidio dopo l’ennesima visione di una puntata del serial tratto dal The Dome di Stephen King. Ma magari lo show CBS ci facesse il favore di compiere quel piccolo passo per l’umanità, ma quel grande passo per il mondo delle serie tv, che è quello di mettere fine alla sua esistenza. Invece no, il network CBS doveva ricordarci un’altra volta che al mondo non c’è giustizia, e mentre serie tv di qualità vengono impietosamente cancellate (vedi il fattaccio di Hannibal), serials di indecifrabile bruttura continuano la loro corsa: e quel che è peggio, è che nessuno si prende la briga di fargli uno sgambetto. Pure la buona educazione sta diventando merce rara.
Lo show, che bene o male ha sempre mostrato una qualità altalenante fin dalla prima stagione, ritorna con questa dispotica terza stagione: dispotica, perché in qualunque universo comandato dalla meritocrazia, una terza stagione non si sarebbe mai avverata, sopratutto dopo l’impressionante tracollo qualitativo mostrato per tutta la durata della seconda stagione. Probabilmente conscio del fatto che il rinnovo sia stato opera di qualche divinità ubriaca, la crew prende la palla al balzo, s’impone di non tirare troppo la corda per non abusare ulteriormente della (ormai inesistente) pazienza degli spettatori e di giocarsela nell’unico modo possibile: rispondendo alle dozzine di domande riguardanti i misteri e gli enigmi del telefilm a cui mai si era risposto in maniera esauriente da ventisei episodi a questa parte. Iniziativa di tutto cuore, realizzata però con il freno a mano tirato.
La doppia premiere, formata dal primo episodio “Move On” e dal secondo “But I’m Not”, decide di incentrare la stragrande maggioranza dei suoi ottanta minuti sulle conversazioni e l’approfondimento psicologico/caratteriale dei personaggi, cercando di rendere plausibile e genuino quest’approccio ambientando la trama principale in questo mondo parallelo fatto di illusioni che (per semplicità) chiameremo “Dreamworld”. Peccato che con gli scambi di battute, i dialoghi e le caratterizzazioni, Under The Dome abbia sempre mostrato il peggio di sé (vedi la continua riformattazione del personaggio di Junior o di Phil), tirandosi magistralmente la zappa sui piedi: great fuckin’ job, showrunners! Principalmente per questo motivo, la produzione confeziona una puntata incentrata fin troppo sui dialoghi, risultando eccessivamente prolissa, noiosa e faticosa da seguire, non solo perché prettamente (e troppo) riflessiva, ma anche perché gli spunti su cui ragionare che ci offre la puntata non sono propriamente eccellenti o particolarmente profondi e intelligenti: e meno male che non si voleva tirare il freno. Se poi ci mettiamo la solita recitazione discutibilissima tipica del cast (escluso il sempre bravissimo Dean Norris, seppur ormai caricaturale per contrasto con l’inespressività altrui), siamo decisamente a cavallo: di uno zoppo, certo.

Ma del resto è Under The Dome, uno show che ha costruito la sua reputazione sulle mimmate, sui cliché da serie tv, su prevedibili luoghi comuni, sugli stereotipi mystery e sci-fi, su caratterizzazioni incostanti, su soluzioni narrative sceme e sequenze ridicole; i segmenti in cui Big Jim s’improvvisa Yosemite Sam, sparando a cose animate e non, e il figliolo Junior si fa prendere bene dalla visione del trailer del nuovo Star Wars, scacciando un massiccio attacco di farfalle come un improvvisatissimo Signore dei Sith proveniente da Busto Garolfo, dovrebbero bastare come conferma a quanto detto sopra. E a proposito di stereotipi…
Come detto sopra, la parte più corposa dell’episodio ma anche quella più povera di contenuti (e per questo paradossale), è quella occupata dalle continue conversazioni tra i personaggi, resa plausibile all’interno dell’episodio perché ambientata nel Dreamworld: questa illusione/mondo parallelo in cui la Cupola non esiste più e i nostri di Chester’s Mill hanno ricominciato a vivere una vita, cercando di andare avanti e interiorizzare il passato. In questo mondo Orwelliano comandato da una Melanie improvvisatasi  un po’ Grande Fratella e un po’ Ash Ketchum, assistiamo a (diverse) croci e (ben poche) delizie. Dando a Cesare quel che è di Cesare, la parentesi black-op di Barbie, i due omicidi commessi dalla stessa Melanie e la crescente paranoia formatasi quando Ben fa notare a Dale Barbara delle incongruenze dell’ “utopia” in cui vivono, si pongono come elementi ben strutturati, sopratutto grazie all’azzeccato tempismo della crew nel saperli inserire nella puntata, ponendosi come piacevoli elementi da guardare e di respiro da tutto il resto. Sopratutto l’introduzione di veri elementi sci-fi all’interno della serie è una boccata d’aria fresca, che va finalmente a sostituire quell’impronta da soap-opera argentina doppiata in ritardo che Rete 4 ama tanto mandare in onda (ve la ricordate quella volta in cui Barbie scoprì che Melanie era tipo una sua parente stretta?).
Dall’altra parte, però, tutto ciò è di magra consolazione, dato che i successivi elementi sci-fi, che hanno una grossa fetta di protagonismo alla fine del minutaggio, non sono esattamente l’emblema dell’originalità, dato che prendono fin troppo spunto da pellicole di fantascienza ampiamente note al pubblico. Quel che è peggio è che non si pongono come rispettabili citazioni dei film da cui attingono, ma più come “parassitismo citazionistico”, dove il serial ruba letteralmente la trovata probabilmente per mancanza di idee: vedi, l’idea stessa di un Dreamworld, meglio rappresentata in un Lost o un Matrix, o l’idea dei bozzoli, gentilmente sgraffignata ad Alien o a qualche puntata brutta di Battlestar Galactica; se aggiungiamo che nel Dreamworld solo la sequenza black-op di Barbie è quella che si lascia ricordare più facilmente, la lista dei pollicioni che puntano verso il basso diventa più lunga dei rotoloni Regina. 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Sequenza Call Of Duty di Barbie
  • Melanie uccide Ben e Don
  • Paranoia incalzante nel Dreamworld una volta scoperta la verità
  • Più sci-fi, meno soap opera
  • Arriva effettivamente qualche risposta promessa…
  • Non tutte le sequenze del Dreamworld della Cupola sono riuscite ad essere interessanti
  • Dialoghi pessimi
  • Recitazione alla cazzo-mannaggia
  • Gran parte della premiere è lenta fino a sfociare nel prolisso eccessivo
  • Melanie
  • Junior
  • La puntata principalmente costruita su cliché e schemi narrativi già noti
  • Comparto sci-fi non esattamente originale
  • …ma se arrivano tutte con questa velocità, la cosa non è poi così diversa da quando non arrivavano del tutto

Se Under The Dome fosse un capitolo qualunque del celebre videogioco Mortal Kombat, questa sua doppia premiere sarebbe una fatality ai danni dello spettatore. Prolissa, noiosa, ridondante, poco originale, scema: insomma, tutte le caratteristiche per cui Under The Dome è diventato una barzelletta nel circuito seriale. Se le premesse per la terza stagione sono queste è bene allora avere una lista di pollicioni riversi più lunga dei rotoloni Regina: perché di carta igienica, ne servirà molta.

Go Now 2×13 7.52 milioni – 1.8 rating
Move On 3×01 6.90 milioni – 1.6 rating
But I’m Not 3×02 6.90 milioni – 1.6 rating

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