R.I.P. (Recenserie In Peace) – The ShiningTEMPO DI LETTURA 6 min

in R.I.P. - Recenserie In Peace/Recensioni/The Shining by
Tranquilli, non abbiamo deciso di diventare RecenMovie o qualcosa del genere; benché i film siano la passione di molti recensori di RecenSerie, quest’ultima rimarrà comunque una passione personale e che non andrà in alcun modo a sostituire l’argomento principale del sito: le serie tv. Dunque, come si spiega il fatto che in questo R.I.P., si parli di Shining, l’opera che ha affermato Stephen King a scrittore di livello mondiale e resa ancor più celebre dall’adattamento cinematografico firmato da Stanley Kubrick? Vi risponderemo alla domanda, con un’altra domanda: chi ha detto che l’unico adattamento esistente di The Shining, è quello del regista di film come Rapina A Mano Armata? Per spiegare il motivo dietro l’esistenza di questa versione seriale della (forse) opera più famosa dello scrittore di Portland, dobbiamo tornare un po’ indietro col tempo e soffermarci su un fattore che viene poco considerato durante la creazione di un qualsiasi prodotto legato all’arte: il fattore umano.
Ogni artista consacratosi nel campo che più gli aggrada, sviluppa col tempo una certa dose di ego, e anche se questa parola può suonare negativa e come sinonimo di eccessiva arroganza da parte di uno scrittore/regista/musicista e quant’altro, in verità l’ego è solo “la consapevolezza della propria identità” (Treccani dicit), oltre che delle proprie capacità. La parola “ego” è stata abbracciata col tempo da un’aura negativa, ma solo perché noi parlanti della lingua italiana l’abbiamo spinta con prepotenza tra le braccia di esempi dediti a sottolineare l’eccessiva presa di coscienza dell’identità dell’artista, sfociata nell’auto-celebrazione incondizionata. A volte, però, l’ego è anche la maschera che la parte cattiva di queste figure artistiche utilizza per difendere le proprie opere da una qualunque cosa la voglia snaturare o darle l’inesatta interpretazione che non si merita.
E’ chiaro dunque (e comprensibile) che due figure mostruosamente elogiate da critica e pubblico come Stanley Kubrick e Stephen King arrivino in rotta di collisione quando si tratta del “Caso Shining”. Non è un segreto, infatti, che King abbia da subito mostrato delle forti rimostranze riguardo all’adattamento del regista, puntando soprattutto il dito sulla poca fedeltà con il romanzo originale e l’inserimento di scene/dialoghi puramente inventati per la pellicola, che poi, si: contribuiranno alla consacrazione di Kubrick e alla fama del lungometraggio, ma rispetteranno molto poco gli avvenimenti originali. Se poi, per tutta risposta, Kubrick commentò il pensiero dello scrittore con un: “il tuo libro non era poi un gran capolavoro” (o, a grandi linee, una cosa del genere) capite anche voi che diventa solo una questione di orgoglio, ego e testosterone, tramutato in insoddisfazione e sfociato per King in questa serie. Nel 1997, così, The Shining rinasce in formato miniserie da 6 episodi della durata di 45 minuti l’uno (con qualche puntata d’eccezione, durata invece 90) e trasmessa dalla ABC, per la regia di Mark Garris e il soggetto e la sceneggiatura di Stephen King stesso.
Tutta la spatafiata di cui sopra sull’ego è stata scritta come mera “nota del recensore”, per evitare che qualcuno possa fraintendere le decisioni dello scrittore di Portland di avviare una rivisitazione televisiva più fedele al libro col solo scopo di surclassare quanto fatto da Stanley Kubrick nel suo adattamento datato 1980. Se qualcuno di voi ha covato questa idea, il consiglio è di lasciar perdere e di abbracciare la vera ragione dietro la miniserie: quella di una trasposizione del romanzo secondo il volere del suo creatore, oltre che orchestrare lo sviluppo caratteriale dei personaggi e progressione narrativa come egli comanda. Risultati? Sorprendentemente, Steven Weber nei panni di Jack Torrance fa meglio di Jack Nicholson; ovviamente, non vogliamo vendervi aria fritta e sappiamo benissimo anche noi che quella di Nicholson è un’interpretazione più iconica, grazie anche ad una abilità recitativa superiore, ma “più iconica” non è sempre sinonimo di “migliore”. Quella di Weber ha il pregio di aver capito e caratterizzato meglio il personaggio, sopratutto grazie all’attenta sceneggiatura di King e la possibilità di avere più minutaggio ed episodi a disposizione per sviluppare il suo percorso; stesso discorso vale per il personaggio di Wendy, qui meno succube del marito e più indipendente. Tutto il resto, invece? Beh, tutto il resto è perfettamente fedele al libro: ed è questo che ne ha decretato la resa non troppo riuscita.
Il prolifico scrittore di Portland non ha tenuto conto che, cambiando media, si sono presentati pure dei cambi di esigenze e priorità da rispettare che hanno di conseguenza reso l’assoluta fedeltà all’opera originale, più un difetto che un pregio. Sia chiaro che la fedeltà all’opera originale è sempre ben gradita, ma bisogna anche prendere coscienza di quale opera si sta adattando, analizzando bene i suoi punti di forza e debolezza, tenendo anche conto su quale compartimento l’opera di provenienza sarà adattata; se sarà una storia più incentrata sulle conversazioni che sull’azione allora il film dovrà essere un po’ rivisto per evitare che lo spettatore si annoi davanti ad una visione che può risultare prolissa ed asfissiante. Avremmo tanto voluto dare la colpa all’inesperienza dietro la camera da presa di Stephen King, ma forse lo scrittore si è lasciato abbindolare da questo “potere” che poteva finalmente dargli la possibilità di raddrizzare quel (secondo lui) “torto” che è stato il Kubrick’s Shining; anche perché non si spiegherebbe come altre trasposizioni di cui lui stesso ha curato in precedenza soggetto e sceneggiatura (come L’Ombra Dello Scorpione) siano venute decentemente, al contrario della miniserie di cui stiamo parlando.
Tante, tantissime le conversazioni che occupano queste sei puntate, e poco, molto poco l’horror che, quando si presenta, è horror ma per i motivi sbagliati: per quanto spaventosamente non sia capace di spaventare. Le atmosfere claustrofobiche e alienanti sono praticamente assenti, così come è assente tutta la spettralità e il senso di inquietudine che rendeva lo Stanley Hotel più un monastero infestato dal male, che un edificio per vacanze. Le serie tv sono un media, sotto certi punti di vista, “facilitato” dal comparto audiovisivo; questo permette, quindi, di mostrare scene e concetti, piuttosto che spiegarli proprio come succede in un libro, dove vista e udito vengono a mancare per ovvi motivi e bisogna per forza spiegarla a parole. Però King dice no e non rinuncia a rivedere quelle scene in modo che vengano rappresentate in una maniera diversa, senza però togliere la loro potenza, trasformando quindi la miniserie in nient’altro che un audiobook supportato da immagini in movimento.
In parole povere, in quello che dovrebbe essere l’adattamento più fedele di The Shining, mancano tutti gli elementi che hanno reso Shining, Shining. E, vuoi per paradossale sfiga, questo non ha fatto altro che indirizzare anche i detrattori della versione di Stanley Kubrick verso la sua versione che (con tutti i difetti che potevano accollargli) almeno aveva il pregio di far salire il cuore in gola dallo spavento.

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