Under The Dome 3×10 – LegacyTEMPO DI LETTURA 6 min

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Certo che per sopportarti non è che bisogna essere imbecilli, però aiuta”.

Queste parole di Tiziano Sclavi, tratte dal suo libro Non È Successo Niente, racchiudono praticamente tutte le nostre raccomandazioni per chi volesse intraprendere la visione di Under The Dome, probabilmente perché mossi da senso di colpa per avere un QI così alto. Oltre a ciò, il padre di Dylan Dog ci aiuta una seconda volta, dato che il titolo stesso del libro da cui è tratta la citazione qui sopra, volendo, può essere usata anche per descrivere in una sola frase l’intera puntata. “Non è successo niente”: sarebbe questa la nostra recensione di “Legacy”, se avessimo deciso di scriverla in meno di cinque parole. O meglio, più che esser “non è successo niente”, ad esser davvero precisini, dovremmo dire: “non è successo niente che non avessimo già visto o che già non sapessimo”.

Tutti quelli che hanno la passione delle serie tv, o di altri media incentrati su una narrazione progressiva, sono anche quelli che hanno più rispetto per la sospensione dell’incredulità: tacito e intangibile contratto tra autore e spettatore che i due si scambiano una volta che il primo decide di creare e il secondo di assistere al suo prodotto finito: il primo s’impegnerà a rispettare le premesse da lui delineate e soddisfare la voglia di intrattenimento dello spettatore, mentre il secondo si asterrà da ogni commento critico e prenderà ogni elemento, anche quello più fantasioso, per vero, lasciandosi trasportare dal racconto. È proprio per questo enorme rispetto per la fantasia della creazione e dello storytelling, grande quanto quello che un medico ha per il Giuramento di Ippocrate, che molti spettatori trattano personaggi ed eventi come reali e come realisticamente accaduti, finendo per empatizzare e vivere con intensità gli eventi narrati. A volte, forse, con fin troppa intensità (vedi le bambinesche “ship”). Per questa tipologia di spettatore, una puntata di un telefilm è solo la cronaca a mo’ di “diario audiovisivo” di una realtà parallela in cui queste cose sono davvero successe e arrivano ai loro occhi grazie alla TV e/o Internet. Questa tipologia di spettatore spesso (e volentieri) si dimentica che, dietro questi personaggi, vi sia una squadra incaricata di sceglierne gli interpreti, scriverne i dialoghi, gli eventi, girarli, montarli e occuparsi di tutte le procedure che concernono la recitazione e il montaggio: tipi di scrittura e regia invisibili che, però, rendono determinante la resa della puntata. Il problema di “Legacy”, risiede proprio qui, non tanto nella narrazione, quanto in quello che ci sta dietro. 
Con questo non vogliamo giustificare le mastodontiche mancanze narrative del serial, sia chiaro, è solo che il discorso lo si esaurisce molto, molto in fretta: se Under The Dome non avesse la pretesa di essere un telefilm “serio”, ogni suo episodio sarebbe un potenziale video di Scottecs, visto il concentrato di CoseACaso™ che ogni volta lo spettatore è costretto a sciropparsi. Personaggi nuovi che saltano fuori ogni tre per due (anche se la storia è ambientata in una location fortemente circoscritta) con i background più disparati e, casualmente, sempre imparentati con qualcuno; sacrifici di vergini usciti dal peggior film horror anni ’70 per nutrire una bastardina aliena che c’aveva sbrano, e sfiga vuole che il McDrive era fuori dalla Cupola; i soliti e ormai immancabili intortamenti amorosi e le solite nozioni a caso/fatti importanti del giorno, spacciate per mega-importanterrime ma destinate a sprofondare nel dimenticatoio e ad essere sostituite con altre nozioni a caso (la storia delle emozioni e del recupero della conoscenza in biblioteca è già passata di moda come successe con la SLA e la Ice Bucket Challenge?).
Tutte queste cose non fanno bene alla salute ma sono indubbiamente cose che lo spettatore ha già visto e a cui è già abituato dato che Under The Dome è venuto su così: a pane e casualità nonsense. Per questo, nel decimo episodio della terza stagione “non è successo niente che non avessimo già visto o che già non sapessimo”; sotto questo punto di vista, “Legacy” è una conferma della involontaria demenzialità del serial. Il punto è che le scemenze a cui assistiamo non sono altro che il prodotto finito di una incapacità che sta dietro agli eventi narrati e che qui si rende più visibile di una macchia di sugo su una camicia bianca. 
“Legacy” è indubbiamente il più amaro e cazzaro di tutti gli episodi finora trasmessi, ma non tanto dal punto di vista narrativo, quanto creativo. E’ il più cazzaro perché è chiaro come il sole che chiunque nella crew abbia perso le speranze di tirare fuori qualcosa di buono dal serial e che gli eventi che gli sceneggiatori stanno scrivendo sono il prodotto dell’improvvisazione tipica del teatro dell’assurdo, perché a ‘sto Season Finale (e speriamo pure Series Finale) ci dovranno in qualche modo arrivare. Ma è anche il più amaro, si diceva, per due sotto-motivi. Il primo perché c’è dell’amarezza, tanto da toccare l’ironia Pirandelliana, nel vedere la poca voglia e quanto poco ci credano anche attori come Dean Norris e Mike Vogel, interpreti che danno fattezze e volto ai personaggi, forse, cardine dello show. Il secondo, è nel vedere come ci si è arresi così in fretta e come poco sia stato l’impegno nell’inventare qualcosa di decente da una serie che, nel pilota, ha fatto crescere grandi speranze, preferendo cercare l’ancora più pesante per sprofondare stupidamente negli abissi come Leonardo DiCaprio in Titanic. Certo, l’originale media di provenienza, il mediocre e insipido The Dome scritto da uno Stephen King più impegnato a tirare freccette al cartonato di Stanley Kubrick, che a inventare, non ha di certo aiutato; uno può rigirare le carte quando vuole, ma se il materiale di partenza è di per sé scarso, difficilmente l’adattamento risulterà guardabile, proprio perché le mancanze stanno alla base.
E in tutto questo, lo spettatore prende a testate una mazza chiodata e un recensore sgozza venti capre e le sacrifica a Cthulhu, per trovare la forza di recensire altre tre puntate.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • -3 al Season Finale
  • Schermaglia armata di inizio episodio
  • Personaggi che saltano fuori come funghi dopo la pioggia
  • CGI degli “alieni puntinati”
  • Il sacrificio delle ancelle
  • Elementi soap a go go
  • All’improvviso: un flashback smarmellato

Con “Legacy”, Under The Dome trova difficile portare avanti il retaggio dell’originale The Dome, trasformandosi una volta per tutte in uno zombie. La serie ha ormai perso tutto quello che poteva perdere e, in una serie di tragicomiche puntate, non ha fatto altro che svilirsi e ridursi ad una carcassa putrescente che tergiversa per il palinsesto estivo senza ormai più vita, in attesta di una Michonne di un Mietitore Seriale che tagli lui la testa e ponga fine alle sue sofferenze. 
Plan B 3×09 3.73 milioni – 0.8 rating
Legacy 3×10 4.04 milioni – 0.8 rating

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Nato da un’idea di Stefano Accorsi e appassionato di fumetti, telefilm, film, musica e scrittura. Si unisce a RecenSerie perché gli piaceva troppo dire la frase: “Ogni recensione in più, è un passo in meno per ottenere una cattedra nell’insegnamento”. Non è un idiota, è solo che lo disegnano e caratterizzano così, e Frank Miller non è pagato abbastanza per abbassarsi così tanto. E’ destinato a salvare la cheerleader: il problema è che già conosce poco la geografia di casa sua, figuriamoci se sappia dove si trovano gli Stati Uniti.

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