Limitless 1×01 – PilotTEMPO DI LETTURA 8 min

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Hai presente quella storia che utilizziamo solo il 20% del nostro cervello?

Se siete estimatori della comicità di Maccio Capatonda, avete seguito estasiati la serie Mario su MTV o avete anche solo visto di sfuggita il trailer del lungometraggio Italiano Medio, avrete riconosciuto senz’altro la citazione d’apertura. Come molti sapranno, alla base del plot del film italiano, dove una pillola riduce la capacità cerebrale fino al 2%, c’è la pellicola statunitense del 2011, diretta da Neil Burger, Limitless, dove ovviamente succede l’esatto contrario. Il fatto che il celebre comico e il suo team si siano fatti ispirare dal film americano, prima per uno dei loro trailer e poi per il loro debutto al cinema, può far intuire la sua entrata nella cultura popolare, a dispetto della tiepida ricezione della critica all’epoca della sua uscita. A dir la verità, per quanto abbia avuto incassi più che soddisfacenti, neanche questi possono definirsi particolarmente eccezionali. Eppure vuoi per il “sentito dire”, vuoi per la presenza nel cast di nomi come Robert De Niro e di un Bradley Cooper post-Una notte dei leoni, pronto a sbocciare definitivamente (poi consacrato da David O. Russel), Limitless ha potuto godere di un successo quasi “postumo” che deve aver convinto il network della CBS ad ordinare prima il “Pilot” della serie omonima, e successivamente una prima stagione.
Un altro aspetto che si evince dal citazionismo, non solo nostrano, verso la pellicola originale è quello delle ottime potenzialità del concetto di base. La funzionalità dell’idea presa dal romanzo ispiratore di tutto, Territori oscuri di Alan Glynn, di un essere umano “senza limiti” cerebralmente, degna di derive sci-fi (vedi la Lucy di Scarlett Johansson e di Luc Besson), offre non pochi spunti narrativi. Ed è esattamente da qui che parte il sequel televisivo, che per una buona parte d’episodio possiede in realtà tutte le caratteristiche di uno spin-off. L’astro nascente Cooper/senatore Morra appare solo sullo sfondo di un cartellone, come a dirci che ci troviamo sì nello stesso “universo” narrativo, ma stavolta sarà un’altra “vittima della società” a raccontarci il proprio incontro con la pillola “miracolosa”. Sono infatti i sogni infranti, sempre legati al mondo artistico, ad accomunare i background del fu Eddie Morra, cinematografico scrittore in crisi, e Brian Finch, il televisivo musicista senza futuro, interpretato dall’attore Jake McDorman, visto in Shameless US in tempi recenti, e, per i nostalgici, tra i giovani protagonisti di Greek – La Confraternita.
La voglia di riscatto personale, qui scatenata dalle condizioni di salute precaria del padre del protagonista, che per il figlio ha ininterrottamente nutrito speranze poi sempre disilluse, rende il legame con l’opera “madre” fin da subito molto forte. Altrettanto analogo è il fatidico incontro col “conoscente” di turno, che corre in aiuto offrendo al protagonista il fatidico farmaco NZT, e così via. Dagli auto-riferimenti narrativi quindi, come la citazione a Wall Street e al mondo finanziario, causa della prematura fortuna conquistata dal futuro senatore Morra, si passa persino a quelli visivi, dove nel momento dell’assunzione dello stesso farmaco ritorna il restringersi della pupilla alla maniera di Requiem for a Dream. Dopotutto, a proposito del film di Darren Aronofsky, l’NZT è una droga e il suo esserne dipendenti, con tanto di terribili effetti fisici provocati dall’astinenza, è un tema integrante di entrambi i prodotti (anzi, come vedremo in seguito, li fa addirittura incontrare).
Il primo fattore di novità, d’altro canto, rimanendo sul versante tecnico, è dato dalla regia di Marc Webb, filmaker decisamente esperto e capace, che regala un avvio allo show quasi spiazzante, per il suo essere tanto adrenalinico, frenetico e decisamente coinvolgente. Il racconto della storia personale del protagonista, condotto dallo stesso Brian, viene così gestito nell’arco dei dieci minuti inizial, in maniera decisamente inusuale e per questo esaltante, insieme a un montaggio che segue passo passo la narrazione, chiudendo la lunga sequenza esattamente così com’era partita. Gli estimatori del regista americano non potranno non riconoscere pienamente lo stile dell’autore di 500 Giorni Insieme, con tanto di accompagnamento della voce narrante, in quest’ottima apertura dai ritmi altissimi, che però diventano paradossalmente un deterrente nella fase immediatamente successiva, lì dove servirebbe un attimo di respiro per prendere familiarità col protagonista, i suoi affetti e la sua vita di tutti i giorni. Brian passa troppo rapidamente da una situazione di crisi ad un altra e, soprattutto, non sempre in modalità del tutto credibili, denotando una sceneggiatura leggermente approssimativa. Senza tener conto che nel reparto della produzione della serie troviamo la “premiata ditta” Alex Kurtzman/Roberto Orci, i quali, piacciano o meno le loro creature, hanno regalato fin qui risultati obiettivamente discontinui. Per farsi un’idea, basta citare titoli come Fringe Alias in tv, o i due episodi di Star Trek al cinema (sì, J.J. Abrams), fino all’ultima debacle totale, almeno a livello di ricezione (stavolta sia della critica che del pubblico), di The Amazing Spiderman 2 – Il potere di Electro, girato dallo stesso Webb e che porterebbe a far quantomeno dubitare della collaborazione tra il regista e il duo di produttori/sceneggiatori.
Il secondo fattore di novità, sempre partendo da una base comune (l’omicidio del “fornitore” del farmaco), vede l’inserimento del risvolto crime della vicenda e, in particolar modo, degli agenti dell’FBI che seguono il caso. Agli autori va quanto meno dato il merito di aver azzeccato le modalità d’introduzione della co-protagonista sorella di Dexter Rebecca Harris, piazzandola nelle battute iniziali, costruendo “in prospettiva” un rapporto che solo tempo dopo (la scena a casa di lei) troverà il suo primo vero punto di contatto. Anche gli sparring partner dell’ufficio federale sembrano convincere, tra cui figura una Mary Elizabeth Mastrantonio, vecchia conoscenza del cinema d’oltreoceano sparita dagli schermi per lungo periodo, almeno in ruoli rilevanti. Le iterazioni tra gli agenti e Brian, nel corso dell’indagini, rimangono tra gli aspetti più riusciti, più della mera azione che viene portata avanti, malgrado scivoloni (vedi Brian che, alla scoperta del cadavere dell’amico, non batte ciglio), piuttosto prevedibilmente e senza reale complessità di fondo, scorrendo perlomeno liscia e indolore.
L’unico guizzo, perciò, si registra esclusivamente con l’entrata in scena di Bradley Cooper/Eddie Morra (specialmente se non avevate seguito la notizia della sua scrittura come “personaggio ricorrente” per la stagione), tanto nei tempi scenici, un vero fulmine a ciel sereno, quanto nelle sue implicazioni più interne. Oltre a significare un gran bel plot twist, infatti, la scena riesce alla grande sia dal punto di vista narrativo, inserendo un’intrigante alone di mistero attorno alla sua figura e alle sue intenzioni, sia tecnico, con un Cooper che buca decisamente lo schermo (dimostrando, a pensarci, particolarmente riconoscente, nonostante la notorietà raggiunta, verso i prodotti che hanno lanciato la sua carriera, vedi anche la recente partecipazione al Wet Hot American Summer targato Netflix). In soli cinque minuti, quello che sembrava uno spin-off diventa davvero un sequel, mettendo in scena inoltre il suo spunto più interessante, ovvero quello dell’intrigo e del complotto che si respira nelle parole del senatore e, tra le righe, negli avvertimento del capo FBI.
Tutto ciò, senza tener presente dell’onesto uso del materiale di base, riscontrabile nel far ritornare il personaggio di Morra in stretta conseguenza a come il film l’aveva lasciato in stand by 4 anni fa. Uno dei punti più notevoli, infatti, a fronte di uno sviluppo della trama poco incisivo né tantomeno brillante, stava proprio nella “vittoria” finale del protagonista non tanto contro l’uso della droga, ma contro l’astinenza e tutti i suoi derivanti effetti collaterali, esattamente come ci viene mostrato in questo “Pilot”, rimanendo nella situazione agiata e di potere raggiunta. Nessun banale clichè, quindi, legato ad una deriva psicotica (comunque presente nel mezzo), né un conseguente abbandono della via “tentatrice” e riscoperta dei valori della vita sul finale, risparmiandoci inflazionate condanne morali che poco dovrebbero avere a che fare con un prodotto del genere.
Filosofia che sembra voler essere abbracciata anche dalla serie, dato l’aiuto accettato da Brian e dal patto siglato con Morra, se non fosse che nei restanti minuti conclusivi verrebbe da dire, ad esser maligni (o realisti), di assistere al ritorno sui consueti binari del canale generalista che trasmette lo show. Con la collaborazione lavorativa concordata, stavolta con l’agente Harris, la serie diventa, da un prodotto d’azione d’alto ritmo, possibilmente addirittura fantascientifico, un mero procedurale. Gli sviluppi orizzontali potenzialmente interessanti (vedi anche il legame del padre di lei rivelato in chiusura) vengono quasi meno, considerando le informazioni “a contagocce” che si pregustano per il futuro. La sensazione è che si sia deciso di andare sul sicuro, puntando sulla caratteristica principale del “potenziamento” del protagonista dai doni soprannaturali, e la sua iterazione con il “normale” partner investigativo, il che fa parecchio dubitare sull’eventualità che possa offrire qualcosa di nuovo rispetto a prodotti come Psych o Pushing Daisies, tanto per dirne un paio, mentre di detective iper-intelligenti, brillanti e supponenti (e non del tutto lontani dall’uso di stupefacenti) ci basta già un certo signor Holmes.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La lunga scena iniziale e la storia di Brian
  • La regia di Marc Webb e il montaggio sugli effetti del farmaco
  • Jessica Carpenter
  • Bradley Cooper che salva la baracca
  • L’eccessiva frenesia del susseguirsi degli eventi
  • Lo scialbo e poco credibile sviluppo della trama
  • L’azione/sci-fi che diventa crime/procedurale
  • La prova di Jake McDorman
La “proceduralità” all’orizzonte fa pensare che possa aspirare ad essere al massimo un piacevole prodotto d’intrattenimento. Tirando le somme, non ci sentiamo di bocciarlo del tutto, anche perchè, oltre tutti i motivi fin ora proposti, noi di RecenSerie (e il resto degli estimatori della serie) abbiamo ancora ben presente un altro prodotto CBS che ha avuto un inizio simile (per quanto onestamente più intrigante e meglio strutturato), ossia Person of Interest. Perciò memori di questo, e delle prime due stagioni di Fringe, optiamo per “salvare” Kurtzman, Orci & soci, anche se sul filo di lana.
Pilot 1×01 9.86 milioni – 1.9 rating

 

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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