Arrow 4×01 – Green ArrowTEMPO DI LETTURA 6 min

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You know, I love this town in the fall. I mean, yes, it looks pretty much the same as does in the other 3 seasons, but i admire consistency. I respect dependability.

Difficile non pensare a un sottile gioco metalinguistico nelle parole del villain Damien Darhk, estrapolate dal suo breve monologo di “presentazione ufficiale” (successiva, quindi, alla sua prima fugace apparizione nei minuti iniziali) tanto ai protagonisti della serie quanto a noi spettatori stessi. Coincidenza o no, la possibilità di intravedere una metafora, nel caso anche piuttosto esplicita, nella “town” come equivalente dello show della The CW, arrivato alla sua quarta season, rimane quantomeno un’intrigante interpretazione. Secondo tale lettura, quindi, Darhk considererebbe la serie Arrow praticamente la stessa delle precedenti 3 stagioni, riconoscendole però, con una certa ammirazione, la “coerenza” e l'”affidabilità”. In seguito Damien si lancia poi in deliri di onnipotenza osannando il suo “potere” (“It’s another kind of beauty. It’s the manipulation of primordial energies.“), che forse c’entra poco, ma che in fondo può essere usato anch’esso come indice, al contrario, della presa di coscienza dell’effettiva trasformazione di Green Arrow. Insomma una duplice natura controversa, che caratterizza, confondendola alquanto, l’intera visione di questa première.
Checché ne dica il nuovo cattivone, infatti, Arrow è cambiato e non solo per via del nome. In quello che vuole essere una sorta di “Pilot 2.0”, il trio Guggenheim/Kreisberg/Berlanti fa un po’ il punto della situazione della loro creatura, riassumendo in quaranta minuti di puntata tutti i suoi stravolgimenti, sia di trama, più superficialmente, sia di approccio, punto che ci preme maggiormente. Per il primo aspetto, non serve poi dilungarsi molto: Oliver e Felicity fanno coppia fissa giocando alla famigliola felice, lontano dai tumulti di Starling City, difesa dal nuovo (e imbarazzante, per alcuni) gruppo di supereroi, contro l’approvazione del tutore della legge Lance, mai così disfattista e demoralizzato. Eppure, esattamente come accade nella première di The Flash, in una logica comunque naturale al modus operandi di un prodotto generalista, assistiamo contemporaneamente a un ritorno alle origini, con l’annuncio in mondo-visione della “rinnovata” identità segreta di Oliver Queen e la ri-formazione sul finale dell’Arrow-Team. Se ci aggiungiamo poi il consueto inserimento del villain “stagionale”, possiamo ben intuire perché lo stesso Darhk possa aver definito lo show tanto “affidabile” e “coerente”. Nell’arco dei quaranta minuti, infatti, possiamo notare gli stessi errori, le medesime cadute di stile, che abbiamo paventato per tutta la metà della scorsa stagione.
La “morte” di Oliver Queen, ora come non mai, appare così, per dirla in gergo critico-televisivo, sempre più come “il salto dello squalo” della serie. Da quel momento in avanti, nella folla corsa di far quadrare la baracca con un minimo di compattezza narrativa, senza mai abbandonare però l’obiettivo di sorprendere a tutti costi lo spettatore, gli autori si sono per l’appunto impelagati in una drammatica spirale densa di fan-service gratuiti (Oliver e Felicity, Oliver e Diggle, Black Canary/Speedy) e “sboronate” prive di un’efficace e credibile continuità (i piani “machiavellici” della coppia Oliver-Malcolm Merlyn), puntualmente riproposti in “Green Arrow”. Persino il flashforward in chiusura di puntata, pur presentando elementi intriganti in chiave futura, volendo può esser comunque fatto rientrare nel novero dell’ennesima (e potenzialmente fastidiosa) “strizzata d’occhio” ai fan, senza una malizia neanche troppo ricercata.
Certo, obietteranno giustamente altri, siamo in una serie televisiva, che vive di tali escamotage. Ma non è la loro natura referenziale che infatti vogliamo lamentare, piuttosto la pochezza della messa in scena generale, la svogliatezza in fase di sceneggiatura e, soprattutto, l’assenza di una marcata dose di coraggio, che ci aveva positivamente colpito in “My Name Is Oliver Queen” e che al pronti via della nuova stagione non ha poi fatto trovare alcun riscontro. Il ritorno immediato allo status quo, assomiglia così a quello privo di rischi di The Big Bang Theory, mentre la deriva “alla bell’e meglio” ricorda troppo l’orrenda fase calante di Smallville. A mancare, poi, è soprattutto il realismo che tanto ci aveva entusiasmato nella prima stagione, che qui si ripercuote solo nelle riprese in esterni delle scene d’azione, che quasi denotano una scelta “documentaristica” per l’essenzialità della resa visiva del prodotto finale. L’ambientazione è inoltre quello di una Starling City all’apice della sua dissolutezza e criminalità, la cui resa rimane tra gli aspetti più riusciti e confortanti dell’episodio, nonché più grande tratto di differenza con la Central City della serie gemella e che andrebbe, proprio per questo, sviscerato in maniera decisamente maggiore di quanto abbiamo visto. Specialmente se pensiamo che la maggior parte del minutaggio se lo prendono le paturnie amorose dell’Ollicity o “i monologhi della fiducia tradita” di Diggle, esempio più palese di un linguaggio, di una scrittura e di un intero stile d’approccio completamente trasformato, che rappresenta il cambiamento più sostanziale e scoraggiante della serie. Nonché di complicata risoluzione, dato che battute come lo “you’re strong!” riferito a Laurel o l’illuminazione sul volto di Oliver nel video, che lascia poco all’immaginazione, sembrano ormai esser diventati un mero marchio di fabbrica.
Nel corso di questa recensione ci siamo dilungati maggiormente sugli aspetti negativi, poiché più massicci ed evidenti, ma le note positive in questa “Green Arrow” non mancano, per quanto si riducono tutte nel campo del “potenziale”: a partire dall’introduzione di Darhk, piuttosto efficace nell’interpretazione e nel carisma dimostrato, che sembra poter infondere parecchie lunghezze di “epicità” al Ra’s Al Ghul della stagione passata; stessa cosa per il flashback di quest’anno, con un ritorno all’Isola, dopo la noiosa e pessima parentesi di Hong Kong, che potrebbe riportare in auge le atmosfere delle origini della serie; il “six months later” sul finale, nonostante tutto piuttosto d’effetto per come arriva in maniera completamente improvvisa, con un toto-morto che magari riguarderà finalmente personaggi davvero importanti (sì, teniamo in massa le dita incrociate per una certa hacker).

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Damien Darhk
  • La resa di una Starling City quasi in stile Gotham
  • Il ritorno all’Isola nei flashback 
  • Il flashforward finale, comunque d’effetto 
  • You’re so strong!“… sul serio?
  • Il lato oscuro di Thea: in tutta la scorsa stagione, che abbiamo visto allora? 
  • Il “potere” di Damien Darhk, che rappresenta l’abbraccio definitivo al soprannaturale da parte degli autori 
  • Ovviamente, Ollicity, non tanto all’inizio, in cui risultano anche simpatici, quanto nel ritorno a Starling City, con situazione già viste e riviste (stessa cosa per Diggle)

“Arrow è morto! Viva Green Arrow!” sembra quasi il motto di questo quarto ritorno dell’Arciere incappucciato. Disfattismi a parte, la sensazione è che dobbiamo ormai prendere la serie per quella che è diventata, la quale è passata dal trash imperante, divertente e comunque emozionante, a quello più gratuito, scadente ed eccessivamente referenziale. Lasciateci quantomeno il diritto di esserne un tantino delusi, rimandando auspicabili riprese d’entusiasmo a tempi migliori e futuri.

My Name Is Oliver Queen 3×23 2.83 milioni – 1.0 rating
Green Arrow 4×01 2.62 milioni – 1.1 rating

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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