Fear The Walking Dead 1×06 – The Good ManTEMPO DI LETTURA 6 min

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Si conclude lo spin-off dagli ascolti record odiato da molti, amato da alcuni, voluto da nessuno (se non dalle “tasche” dei dirigenti dell’AMC). Finisce in realtà (e purtroppo) solo il suo “capitolo” d’esordio, dato il rinnovo, ufficializzato ancor prima della messa in onda del “Pilot”, per una seconda stagione, composta da sedici episodi. “L’universo The Walking Dead” non sembra poi volersi arrestare qui, visto l’annuncio di una web-serie in cantiere; iniziativa che fa facilmente comprendere quanto il canale abbia intenzione di “sfruttare” l’enorme seguito del format fino al midollo. Un investimento che, come ormai abbiamo imparato a capire, non sembra però concernere il reparto “artistico”, su cui siamo intervenuti duramente per tutta la stagione (e sia chiaro, non ci riferiamo alla qualità tecnica, la quale rimane obiettivamente sempre piuttosto eccelsa). Che poi a dirla tutta, viste le basse aspettative, “The Good Man” si dimostra anche l’episodio più convincente e insieme chiusura abbastanza degna di tale operazione colma di difetti e sbavature, segnata da un perenne e a tratti irritante senso di incompiutezza.
Malgrado, infatti, il solito pressapochismo nella scrittura, riscontrabile tanto nella continua ricerca della soluzione più semplice e d’effetto, quanto nei dialoghi per nulla reali e nelle caratterizzazioni di personaggi fatti con lo stampino, “The Good Man” riesce nell’impensabile risultato di elevarsi rispetto agli sfortunati predecessori, per il semplice motivo che tutte le appena citate accortezze narrative stavolta non sono affatto necessarie. Siamo di fronte ad un season finale che si muove per la maggior parte della durata sulla mera azione, per quanto sia in fondo scatenata dall’ennesimo non-sense, ovvero la liberazione di un esercito di zombie da parte di un’innocua famiglia americana, avente l’obiettivo di mettere a ferro e fuoco l’ospedale (che ospita, tra gli altri, una moltitudine di innocenti ed ignari civili) in cui si trovano gli stessi cari che vogliono recuperare.
Un attacco mirato e ben ragionato, insomma, atto a scatenare il movimentato e totale putiferio che si consuma per tutto il “set” dell’episodio, che alleggerisce ed intrattiene non poco la visione della puntata, contraddistinta dalla continua speranza di assistere alla morte di uno qualsiasi (se non tutti) dei nostri protagonisti preferiti. A tal proposito, buona (e qui non siamo ironici) l’idea di dividerli in gruppi, specialmente per una gestione dell’alternanza delle sequenze dal ritmo incalzante e perlopiù coinvolgente. Spicca, tra tutti, la neo-nata coppia di Young Voldemort Nick e Strand, probabilmente i meno irritanti e allo stesso tempo più “originali” della baracca, grazie perlomeno ad un’azzeccata sinergia che subito s’instaura tra i due, resa piuttosto bene nelle simpatiche iterazioni dominate dal carismatico Victor. Subito dopo troviamo il recente exploit chiamato Daniel Salazar, che continua a catturare le nostre simpatie, in particolare per la sua determinazione nel volerli “uccidere tutti” (è lui che trova e libera i “morti viventi” dalla palestra), che spesso vorremmo fosse condivisa più alla lettera dai suoi stessi autori. Sorvoliamo, invece, sulla casualità fortuita e incredibilmente forzata che li vede riunirsi nel caos generale: in questo episodio, come s’è capito, vale la legge della disattivazione completa dei propri neuroni.
Miseramente impietosa, intanto, la fine delle istituzioni, relegate a far da sfondo, anche al limite del ridicolo (il soldato che si suicida macellandosi contro l’elica dell’elicottero), alle disavventure dei protagonisti. L’intero comparto militare sparisce così in un sol colpo, terminata la propria utilità a livello di trama, insieme a tutto il clamore dell’operazione “Cobalt“. Assunti quasi a “villain” nell’arco delle precedenti puntate, la loro presenza viene sì giustificata, da una parte, dalla volontà di dipingere l’insensibilità dei centri di potere nei confronti della vita umana (tanto dei cittadini, quanto degli stessi impreparati militari), ma dall’altra, nel loro brusco e repentino dissolvimento, rappresentano l’ennesimo spreco di potenziale narrativo della serie. Riflessione da cui non si può far altro che denotare un vero e a questo punto definitivo disinteresse, da parte degli autori, nel raccontarci di ciò che succede all’esterno di quel micro-cosmo in cui si dipana la narrazione principale.
Come le (belle e suggestive) inquadrature dall’alto di una Los Angeles distrutta testimoniano, quindi, ancora una volta assistiamo alla fine della civiltà, senza che ci venga mostrato, nel profondo, il modo in cui ci si arriva. Evidentemente, non è ciò che Kirkman & Co. vogliono mettere in scena, privilegiando piuttosto temi come la deriva dell’animo umano e la sua viscerale corruttibilità, inquadrata in un contesto post-apocalittico e crudele, puntualmente riproposta col plot-twist del soldato torturato colto nella sua folle vendetta su Salazar. Una sequenza che, complice l’assenza di alcun pathos o di una benché minima logica (alla morte di Beth, per intenderci), funziona esclusivamente nel piazzare i presupposti per una “sconvolgente” trasformazione del personaggio di Travis (diretta anticipazione della più dura prova che sarà costretto ad affrontare solo pochi “minuti” dopo) in un novello Rick Grimes, colui che solo la puntata scorsa non riusciva ad uccidere uno zombie. Lo stravolgimento, insomma, del “Good Man” del titolo che passa dall’essere un onesto e integerrimo ex-sceriffo… ah, no, aspettate…
Il punto, in fondo, è proprio questo, l’inesistenza di alcuna novità “nell’universo The Walking Dead”, un aspetto che in caso di riscontro contrario ci farebbe approcciare molto più favorevolmente a questo spin-off. La morte di Liza, ad esempio, per quanto emozionalmente tra le scene più riuscite della stagione, non regala niente di nuovo all’abituale fruitore della serie madre (nonché principale target di riferimento dello show), che di personaggi costretti ad uccidere amici/amanti/parenti causa contrazione del letale virus ne ha oramai visti a bizzeffe. L’unico reale interesse, per il proseguo della serie, viene così infuso dal fascino (e intriganti misteri annessi) del personaggio di Victor Strand, non a caso tra i migliori dei “nuovi arrivati” come si diceva nelle occasioni precedenti, e dallo sguardo finale, sia del binocolo diegetico sia della macchina da presa, indirizzato verso la “barca” e soprattutto la vastità del “mare”, territorio (anche piuttosto inspiegabilmente) ancora inesplorato dalla stessa serie madre.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Ritmo finalmente coinvolgente per tutta la durata del “salvataggio” di Nick e Liza
  • Immagini finali della Los Angeles distrutta
  • La spiegazione di Liza, per quanto ovvia, sulle modalità di azione del “morso” di uno zombie
  • I non-sense e le castronerie di sceneggiature continue, ma che ve lo diciamo a fare 
  • La ripetitività del percorso “morale” dei protagonisti 
  • La seconda stagione 

Fear The Walking Dead chiude i suoi primi battenti lasciandoci con l’amaro in bocca, lo stomaco sottosopra e la mente provata. Ciò che rimane davvero, in fondo, è la rinuncia provata a tentare di raccontare qualcosa di nuovo da parte del team creativo, deciso semplicemente a cavalcare l’onda del successo della serie madre, senza applicare il minimo sforzo. Pensare che l’emittente realizzatrice è la stessa AMC che ha prodotto il coraggioso e “diverso” Better Call Saul, canale che ha volente o nolente segnato il mirabile percorso che ci ha portato alla ricchezza del panorama televisivo contemporaneo. La speranza finale del serial addicted di oggi è quindi che, invece, l’inconsistenza del “fenomeno” The Walking Dead diventi solo un caso isolato (anche se la qualità delle ultime stagioni di show altrettanto record come The Big Bang Theory o Game of Thrones non sembrano affatto confortanti). 
Cobalt 1×05 6.66 milioni – 3.4 rating
The Good Man 1×06 6.86 milioni – 3.4 rating

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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