The Walking Dead 6×03 – Thank YouTEMPO DI LETTURA 6 min

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Thank you.

A fine visione di questo terzo capitolo dell’ormai “nuovo corso” di The Walking Dead, non possono che risuonare nella nostra mente, in un loop infinito, le parole di Nicholas, ufficialmente il personaggio più odiato d’America e del fandom globale, almeno per questa settimana televisiva. Parole secche, brevi e anche ridondanti, visto il (furbissimo) titolo, che piuttosto finemente giocano con la tragicità del loro contesto, suonando di conseguenza crudelmente ironiche data la natura positiva di tale formula sociale, universalmente riconosciuta. Il “Thank you” di Nicholas come il bacio di Giuda, quindi, che nell’istante dopo apre drammaticamente alla sconvolgente morte di Glenn, la quale chi scrive si sbilancia a dar per certa, non trovando credibili vie di scampo per il personaggio, ma che non tutto il web a quanto pare tende ad assicurare. Bazzicando in giro, infatti, si può leggere di dubbi derivanti dall’inquadratura sporca e centrata esclusivamente sul viso dell’attore, dalla disposizione scenica altrettanto confusa, fino ad analisi scientifiche degne di Dexter Morgan sulla proprietà delle “budella”. Narrativamente, al contrario, gli indizi per una sua eventuale dipartita ci sarebbero (l’orologio, la comunicazione con Rick), eppure per gli scettici o gli eterni speranzosi e chissà magari anche per evitare brutte figure (non si sa mai con ‘sti sceneggiatori), decidiamo di far solo “finta” che Glenn sia morto davvero.
D’altronde, come dar torto a chi ad una tale eventualità proprio non vuol credere. Glenn è tra i personaggi i più amati, insieme agli ovvi Rick e Daryl, tra i primi della serie ad essere apparso (tra l’altro con una delle introduzione, ancora oggi, più memorabili). Alla sesta stagione, parliamo poi di un protagonista di uno sviluppo tra i più affascinanti e meglio condotti dello show: il porta-pizze che arriva ad essere tra i più abili a sopravvivere nell’Apocalisse, nella quale trova perfino l’amore della sua vita. Ma Glenn, in fin dei conti, è anche il personaggio che “doveva morire” da secoli, sfuggito in primo luogo alla mannaia della fedeltà al fumetto originale e, in seguito, “salvato” ripetutamente da mirabolanti trovate ad hoc degli sceneggiatori, spesso anche criticate per questo. Muore (morirebbe, sì) per colpa di quel Nicholas che lui stesso, nel finale della scorsa stagione, aveva prima graziato e infine messo sotto la propria ala, secondo un letterario quanto spietato “scherzo del destino”, piuttosto brillante (va riconosciuto) perché denoterebbe una certa programmazione da parte degli autori, alquanto insperata fino a poco tempo fa. Ancor più merito all’accaduto, infine, lo concede lo sviluppo di cui lo stesso personaggio di Nicholas era oggetto, troncato quasi sul nascere, in un accezione in qualche modo “realistica”, volendo.
Una dipartita che non lascia certo indifferente, neanche dal punto di vista “televisivo”. Senza spoilerarvi niente, quindi senza impelagarci in rischiosi confronti con altre serie (coff!-Game Of Thrones-coff!), basterebbe ricordare quella interna alla serie di Beth, trattata in fondo molto più sonoramente di questa, per quanto improvvisa, che però non ha suscitato lontanamente il medesimo effetto, complice anche la sostanziale differenza di background. La scomparsa di Glenn, invece, paradossalmente (e, se non ci fossero più elevati precedenti, azzarderemmo anche un “coraggiosamente”) arriva in modo addirittura “anticlimatico” (ritorna, a proposito, l’approccio già visto, e lodato, nello scorso episodio), che appunto, come poi è successo, spiazza del tutto lo spettatore, il quale nell’immediato si ritrova ad essere più disorientato che dispiaciuto. Il coraggio, stavolta sì, lo possiamo invece ritrovare nel fatto che a lasciarci sarebbe uno dei personaggi “storici” che, prima di questa puntata, sembravano circondati da un alone di immortalità, mentre quelli secondari morivano anche solo calpestando inavvertitamente una buccia di banana, e (sempre recentemente) ci si chiedeva proprio se gli autori volessero lasciare il gruppo principale integro, almeno fino alla fine della stagione.
La stabilità e l’unione del “gruppo”, infatti, saranno le prossime vittime di un simile evento (dopo gli utenti di Tumblr), soprattutto adesso che s’iniziano a notare i primi cedimenti, dopo tanto tempo. Fa da apripista, in questo senso, il tentennamento di Daryl, fedelissimo di Rick, insieme a quelli più evidenti di Michonne. Tutto “Thank You” si basa infatti (anzi, ancora una volta, sarebbe meglio dire), sulla diversa esperienza tra i “nostri” e quelli di Alexandria, tema fondante non solo di questo inizio di stagione ma anche della seconda parte della scorsa. Stavolta, però, un preciso avanzamento s’è visto e le due “fazioni”, dopo episodi di cronica lontananza, arrivando addirittura ad influenzarsi: Glenn-Nicholas in primis, il confronto tra Michonne e tiziodicolorechetroveràprestolamorte Heath (o “Dr. Dre”, per chi ha visto Straight Outta Compton) poi, forse il più significativo di tutti e, per una volta, scritto all’altezza e privo delle puntuali e inverosimili paturnie filosofiche.
Sta qui, dopotutto, la fondamentale inversione di marcia di questo apparente “nuovo corso” della serie più seguita del via cavo: meno fumo e più arrosto, in tutti i livelli. Insieme alle crude iterazioni tra i personaggi, è l’intera struttura degli episodi a trarne giovamento, per la terza volta “monotematica” e dal ritmo esagerato, confermando fino ad ora le positive impressioni iniziali, ovvero che gli autori sembrano aver capito e quindi accolto le osservazioni che gli venivan fatte da ogni dove. L’idea di far affrontare ai protagonisti l’invasione dei “Walkers” e quella degli “Wolves” sullo stesso piano temporale è risultata più che vincente, forse tardiva (viste le ultime, sì e no, quattro stagioni) ma indubbiamente ben accetta. The Walking Dead ha sempre cercato di essere la serie-zombie “diversa” e poteva andar bene in principio, quando il largo seguito non annebbiava le menti degli scrittori (e dei produttori), i quali hanno dimostrato di non saper reggere un minutaggio maggiore, perdendosi nelle cadute di stile che ben conosciamo. Certo, non che adesso sia tutto oro colato, i soliti difetti non mancano: le morti delle “comparse” buttate lì in maniera ridicola; le azioni a caso dei protagonisti prive di alcuna concreta logica; la gestione delle distanze che manco fossimo a Westeros e che devono ancora spiegare l’arrivo fulmineo di Morgan della scorsa puntata; il clacson, fastidiosissimo, che si sente ovunque, manco il corno di Joramun. Eppure questa commistione tra azione senza respiro e psicologia del personaggio in perenne pericolo funziona, e alla grande, facendoci dimenticare anche le ricorrenti e maledette sviste.
Senza contare, in chiusura, quello che possiamo chiamare “effetto spin-off“, ovviamente non voluto (ma a noi ci piace credere di sì), che vede il giudizio nei confronti della serie “madre” alzarsi notevolmente, se rapportato ad esso, come se fosse una geniale operazione di marketing dell’AMC, in cerca di un riscontro critico positivamente generale, più che altro, visto che gli ascolti non sono mai stati un problema. Il finale, intanto, ci lascia anche concrete speranze per il futuro, necessarie visto che anche la scorsa stagione era iniziata coi “botti”, per poi tornare a livelli decisamente più miseri in seguito, stavolta, invece, la situazione in cui viene lasciato Rick, ferito alla mano e circondato dall’orda di zombie, sembra voler intendere che “non è finita mica qui”, per fortuna.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Straordinari incredibili per coloro che si erano messi in mente di contare tutti gli zombie eliminati nella serie
  • La morte di Glenn
  • La scampagnata di Daryl
  • Quel cavolo di clacson (soprattutto se si guarda l’episodio a volume alto)… Morgan una cosa buona, in due puntate, per fortuna l’ha fatta
  • La morte (?) di Glenn

 

Glenn davvero morto o meno, poco importa: Kirkman & co. per favore non mollate. Continuate così, che ci state tutto sommato piacendo. “Thank them all you“.

 

JJS 6×02 12.18 milioni – 6.3 rating
Thank You 6×03 13.14 milioni – 6.7 rating

 

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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