Fargo 2×05 – The Gift Of The MagiTEMPO DI LETTURA 6 min

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Creare una serie antologica non è facile, in quanto questa scelta comporta delle difficoltà aggiuntive a quelle già presenti nella realizzazione di qualsiasi prodotto seriale. Bisogna, infatti, far appassionare lo spettatore a storie, personaggi e attori nuovi ogni stagione (in American Horror Story gli attori rimangono più o meno sempre gli stessi), caratterizzarli bene e creare un arco narrativo che si deve interamente sviluppare in poche puntate, senza lasciare cliffhanger (questo è un aspetto che a molti telespettatori piace). Come se non bastasse,  gli autori devono cercare di innovare stagione dopo stagione, mantenendo però una sottile linea di continuità. Quest’ultimo motivo rappresenta una delle ragioni per cui molte persone hanno criticato, a torto o a ragione,  la seconda stagione di True Detective, perché essa era totalmente diversa dalla prima. Non che questo sia un difetto, anzi, andrebbe lodata la volontà di non riproporre lo stesso tema, ma bisogna prendere atto delle opinioni degli spettatori (ovviamente, come scritto più volte nelle recensioni, la seconda stagione aveva anche altri problemi, non stiamo dicendo affatto che essa era perfetta, o al livello della tanto declamata prima). In questo senso, Noah Hawley, a differenza del suo collega Pizzolatto, ha deciso di non stravolgere tutto, bensì ha mantenuto luoghi e stile, ampliando però il racconto, rendendo il microcosmo più stratificato e sapendo di non avere più cult del cinema mondiale con cui reggere (tra l’altro benissimo) il paragone.
Dopo la carneficina del primo episodio (marchio di fabbrica dello show) c’erano stati tre episodi di apparente calma, durante i quali si era vissuto come un clima di guerra fredda: visite, avvertimenti, minacce, doppio gioco (quello della figlia di Dodd) e situazioni di stallo alla messicana. Si potrebbe paragonare la storia narrativa ad una fuoriserie che viene portata da Hawley a fare rifornimento al distributore ed ora ha il serbatoio pieno, garantendo una grande autonomia e permettendo allo sceneggiatore newyorkese di far girare la propria creatura al massimo della potenza. Rimanendo in tema automobilistico, il finale della quarta puntata aveva fatto scaldare i motori, con l’accensione dei semafori conseguenti all’eloquente “It’s war” pronunciato da Floyd. Quanto accede in questo inizio di puntata, quando Henzee, “sollecitato” da Dodd, parla del killer di Rye come di un sicario professionista agli ordini della gang di Kansas City, è il segnale che fa spegnere i semafori, e permette alla macchina di mettersi in moto, culminando con un’accelerazione definitiva, inesorabile, che si fermerà soltanto dopo i titoli di coda del decimo episodio.
Come preannunciato dalla matriarca, non c’è più spazio per negoziazioni e dichiarazioni di facciata, ormai la guerra è inevitabile ed inizia con vittime eccellenti (Joe Bulo e uno dei Kitchen Brothers). Quello che può apparire come un duro colpo per la banda del Nord Dakota può rappresentare, per assurdo, un punto di svolta positivo: dopo questi decessi (anche i Gerhardt hanno perso uomini, ma nessuno di realmente importante), sarà senza dubbio Mike Milligan, interpretato splendidamente da Bokeem Woodbine, a prendere in mano le redini del gioco. Oltre ad essere spesso paragonato al personaggio di Samuel L. Jackson in “Pulp Fiction”, Milligan è di certo uno dei personaggi più interessanti della storia (anche se è difficile trovarne qualcuno noioso), che cela perfettamente una certa spietatezza, nonché gusto per il macabro, dietro un viso che non cambia mai espressione, apparentemente una maschera di sale. Egli è inoltre uomo estremamente astuto ed intelligente, qualità che, unite alla voglia di vendetta del Kitchen rimasto, rappresentano un mix che creerà sicuramente grossi problemi all'”impresa familiare”. A questo proposito, sarà interessante scoprire l’importanza della relazione dell’uomo con la figlia di Dodd. Le opzioni principali sono due: è lui a sfruttare lei, o la ragazza è in realtà molto più astuta della ribelle e un po’ superficiale che vuole apparire, e sta raggirando il gangster. In ogni caso, questo ponte di connessione tra le due fazioni aprirà di sicuro degli scenari interessanti. La famiglia di origine olandese appare però in svantaggio, a causa delle mille faide interne. Perno di questi problemi è, naturalmente, Dodd, che cerca di influenzare le scelte della madre con le sue menzogne, raccontate attraverso Henzee. La musica potrebbe però cambiare dopo il dialogo tra l’indiano e il fratello dell’autoproclamato capofamiglia. Una delle bugie di inizio puntata mette in un pericolo ancora più serio Ed. The Luverne Butcher è sicuramente il personaggio che sta subendo l’evoluzione maggiore. Fino a qualche tempo fa, egli era un americano medio che credeva ciecamente nel sogno americano: lavorare duramente, rilevare l’attività e vivere serenamente con la prole al seguito. Questi lieti progetti gli si stanno sfaldando davanti agli occhi come un castello di carte.
Il crollo del sogno americano può essere una delle chiavi di lettura di questa puntata e permette anche di connettere una situazione ristretta a dei paesini al confine tra Minnesota e North Dakota con qualcosa di portata mondiale. Come tutti sanno, la storia è ambientata nel 1979. In quel periodo, un celebre attore, vincitore anche di un premio Oscar, si stava candidando alla presidenza del paese più potente del mondo. Quell’uomo, ovviamente, è Ronald Reagan, che qui ha il volto di Ash Will… ehm, Bruce Campbell, protagonista di Ash vs. The Evil Dead (che Recenserie consiglia caldamente). I dialoghi da campagna elettorale del futuro presidente sono vuoto patriottismo, pieno di  retorica vecchio stile con gli americani rappresentati come popolo superiore agli altri, baluardo e luce guida del mondo. Come tutti i discorsi da campagna elettorale, anche quello di Reagan si rivela totalmente inadatto quando utilizzato in situazioni di vita reale. La scena in bagno tra l’ex star di Hollywood e Lou, incaricato della sua scorta, è emblematico in questo senso: dopo aver fatto i ringraziamenti di rito e decantato le abilità statunitensi in un film anni ’40, egli risponde con la solita frase di circostanza quando il poliziotto gli accenna della malattia moglie, per poi andarsene non sapendo cosa dire. Anche per l’agente Solverson, collante tra le sue serie, nonché unica persona ad essere sicura di sopravvivere a questa faccenda, il sogno americano sta svanendo.
Nonostante ciò, i personaggi cercano ancora di aggrapparsi a quella convinzione, a quel dogma a stelle e strisce. L’uomo ha sempre voluto affidarsi a qualcosa di più grande di lui, a quelle grandi forze che governano il mondo. È paradossale come sia stata una di esse, la cui esistenza, per giunta, non è mai stata provata (gli alieni) ad aver fatto iniziare il calvario personale della famiglia Blomquist, così tranquilla e ordinaria.
Ed, però, ha smesso di credere nel sogno, nella convinzione che tutto andrà bene, perché l’attentato subito gli ha mostrato la situazione per quella che è. Ha capito che Lou aveva ragione e ora deve incredibilmente convincere Peggy a partire, la stessa Peggy che fino a qualche ora prima aveva le valigie in mano per poi cambiare idea e vendere la macchina, pur di permettere al marito di realizzare il suo sogno.
Come detto prima: paradossale. Ma si sa, l’assurdo è sempre stato un segno indistinguibile dei Coen, senza dimenticare che anche il miglior cuoco di meth della storia è stato scoperto per colpa di una dedica in una rivista appoggiata sopra la toilette.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Tutto
  • Niente
Fargo confeziona l’ennesimo episodio riuscito di una stagione che non si accontenta dei pur prestigiosi “Bless Them All” di Recenserie, puntando dritto a far man bassa durante la prossima Awards Season.
Fear And Trembling 2×04 1.28 milioni – 0.4 rating
The Gift Of The Magi 2×05 1.13 milioni – 0.3 rating

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