How To Get Away With Murder 2×08 – Hi, I’m PhilipTEMPO DI LETTURA 5 min

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Chiamatelo “salto dello squalo”, chiamatelo “potere del marketing”, chiamatelo semplicemente “trash”, fatto sta che il declino della serie-rivelazione della scorsa stagione televisiva (almeno di quella generalista) è ormai più che ufficiale. Un declino drastico che può essere secondo solo alla seconda stagione di Heroes nella sua discesa così catastrofica e precipitosa, tanto che siamo arrivati alla conclusione che How To Get Away To Murder non sia neanche ritenersi più tanto trash, perché almeno quello, involontariamente o meno, almeno fa ridere o in qualche modo intrattiene (vedi Scream Queens o l’intramontabile Once Upon A Time). No, lo show che abbiamo di fronte ora sembra solo “fatto male”, col risultato che sta cominciando pure ad irritarci.
Il giudizio potrà sembrarvi troppo duro, ma viene da mesi di approccio speranzoso, trasformatosi poi in mero sconforto, finendo poi col raggiungere un’impassibile sopportazione. Chi parla (meglio, scrive), va detto, è uno spettatore disilluso, che ha iniziato a rendersi conto dell’andazzo verso la parte finale della prima stagione (se dobbiamo individuare un momento del “jump the shark”, quello è solo la morte di Rebecca), fino a rimpiangere che un plot con un tale potenziale non fosse finito nelle mani dell’HBO o di qualsiasi altro canale via cavo/on demand. Eppure, ad inizio seconda stagione si era comunque ripromesso di non prendere, di conseguenza, minimamente sul serio la serie, lasciandosi intrattenere quel tanto che bastava (faccio outing e ammetto di continuare ad essere un “fan” accanito della già citata OUAT).
Poi però sono arrivate tutte le strampalate trovate (per essere buoni) che conosciamo, dalla svolta lesbo agli incesti, toccando ogni possibile depravazione sessuale, tutte motivabili con quel sacro assioma denominato share. Ma se ciò non bastasse, a far maggiormente storcere il naso e cadere le braccia fino all’entroterra è l’aspetto più elementare e perciò più condannabile, ossia la scarsa capacità di scrittura dimostrata dagli autori, episodio dopo episodio. “Hi, I’m Philip” riesce così a riassumere nei suoi canonici quaranta minuti perfettamente tali difetti, mettendo soprattutto in luce quest’ultimo, imbastendo uno sviluppo di trama a dir poco confusionario e arrangiato. Sembra di ritornare allo script di “Pirati dei Caraibi 2”, con tutte le volte che i personaggi (ovviamente, gli Hapstall in prima fila, in un discorso che comunque tocca la totalità dei protagonisti, come vedremo più avanti) cambiano idea in continue e fastidiose ritrattazioni, giustificate solo in parte da un finale al solito più “caciarone” che realmente sconvolgente. Pensare che una volta il dosaggio di colpi di scena e le svolte di trama erano la peculiarità dello show (ricordiamo, al solo secondo anno di vita), complice un montaggio e un sonoro sempre ben calibrati e funzionali, a rendere il tutto omogeneo e, a parte tutto, avvincente. A rincarare la dose, il fatto che stavolta allo spettatore non importa poi granché del destino dei figli di papà adottati, a differenza dell’anno scorso in cui i giovani studenti (status a cui mira il target della serie, per una più facile immedesimazione) erano molto più direttamente coinvolti, per usare un eufemismo.
Gli stessi “raggiri” dei Keating Five, come accennato tra parentesi, non sono più convincenti, perché sempre più affidati al caso o a “brillanti” soluzioni dell’ultimo momento. “Hi, I’m Philip” è probabilmente l’episodio summa anche per questo: serve poi davvero commentare l’entrata trionfale di Frank, a cui “basta” corrompere una funzionaria per scagionare in corner la propria cliente (pensandoci, tra l’altro, ovviamente solo a tempo quasi scaduto) e, in tal modo, chiudere il caso principale di questa mid-season? D’altronde, perfino l’integerrima e arci-nemica Sinclaire passa la puntata a contrattare al ribasso la condanna di due potenziali assassini, manco fosse al mercato del quartiere.
Niente si salva, quindi, in questa “battaglia legale” a suon di ripicche e tiri mancini (ridateci Ally McBeal, please!), utili solo a riempire minutaggio e privi di capo e coda (leggi: la cimice più inutile della storia). Niente e nessuno: da “Douche Face”, che continua ad essere tirato in mezzo, ma senza sapere evidentemente cosa davvero farne, all’ennesimo ritorno di Nate, che in una società normale e civilizzata avrebbe già fatto saltare in aria l’intera dimora della Keating. Sembra piuttosto di assistere esclusivamente ad una sequela di stereotipi (come lo scontro in macchina tra Laurel e Frank ironicamente fa notare), dove ognuno recita la sua parte ormai fatta con lo stampino, senza però crederci (e farci credere) minimamente sul serio. Dovremmo trovarci di fronte alla deriva morale di giovani arrivisti dell’elite americana disposti a tutto pur di emergere e, allo stesso tempo, travagliati e sconvolti dal senso di colpa delle cose terribili che sono stati costretti a fare pur di riuscirci; come direbbe Quentin Tarantino, dobbiamo invece accontentarci di protagonisti “belli e perfetti” (sia chiaro, non che ci lamentiamo, coff!-Michela in intimo-coff!), che in una scena si disperano della loro situazione, nell’altra si accoppiano (ma chi ha scritto il montaggio sul finale, l’ha visto Sense8?).
Ripetitività della formula e recitazione a comando automatico, queste sembrano perciò le parole d’ordine di questo disastroso periodo della serie. Un momento dal qual non si defila neanche Viola Davis/Annalise Keating, la quale rischia di passare alla storia, forse, come l’Emmy Award più colpevolmente “affrettato” degli ultimi anni. Certo, non che sia colpa sua, ovviamente, se dobbiamo sorbircela ancora una volta tra le braccia di Nate (qui comunque carina l’auto-citazione di Wes che entra proprio dopo l’amplesso), o in un’ennesima riproposizione della tanto osannata scena allo specchio (peccato che Glenn Close l’abbia fatta in Le Relazioni Pericolose, 1998, uguale e identica). Un po’ ce la prendiamo con lei, però, sopratutto perché ben consci della sua caratura tecnica, se siamo costretti a doverla vedere fino allo sfinimento minacciare qualcuno, rimproverarlo, guardarlo male, eccetera, eccetera…

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Laurel e Frank, i meno peggio  
  • Niente Bonnie 
  • Ovviamente, Michela…
  • Nate, basta, sul serio? (No, nessuna invidia dell’addominale eh) 
  • Tutta la sceneggiatura dell’episodio 
  • Se Viola/Annalise cambiasse un po’ registro, forse torneremmo un minimo ad entusiasmarci ancora 
  • Toh, la sorella asiatica era l’assassina… sorpresona! 
E siamo al secondo “Burn Them All” di fila… Tutta colpa di Shonda che produce la serie? Magari, tutta colpa dei “veri” autori. 
I Want You To Die 2×07 6.49 milioni – 1.9 rating
Hi, I’m Philip 2×08 6.71 milioni – 1.9 rating

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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