11.22.63 1×08 – The Day In QuestionTEMPO DI LETTURA 7 min

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All I wanted to do was save Kennedy.

E alla fine il 22 Novembre del 1963, il giorno dell’assassinio del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America è arrivato, e con esso la conclusione di questa “mini” serie-evento targata eccezionalmente Hulu. Terminata la visione, le emozioni sono contrastanti, come lo sono state per tutta la durata della stagione. Le premesse, va innanzitutto detto, erano altre, visti i nomi che ci sono dietro alla sua realizzazione, da uno dei registi e produttori più influente e innovatore degli ultimi vent’anni tale J.J. Abrams, un fuoriclasse eclettico e incarnazione di multi-tasking artistico come James Franco, e per una volta lo stesso autore del romanzo che ha ispirato il progetto, sua maestà Stephen King. Contrastanti dicevamo, perché la sensazione è quella che accompagna la visione di show come Black Sails o The Magicians (serie di quest’anno del network SyFy seguita, a quanto pare, da 4 gatti, ma ve la consiglio), accomunati dall’essere prodotti ben fatto e di tutto rispetto, caratterizzati da un’abilità e accuratezza tecnica fuori dal comune, grazie a firme prestigiose cinematografiche (vedi Michael Bay e Mike Newell per lo show sui pirati) che hanno deciso di immergersi nella realtà televisiva, nel momento più florido della sua storia. Eppure l’impressione, proprio per quest’ultimo aspetto, è che si tratti di serie pensate come lunghi film che non vogliono però piegarsi a quelle leggi non scritte del piccolo schermo, risultando spesso “lente” se non confuse, almeno superficialmente, per la loro scelta di non soffermarsi sull’equilibrio narrativo tra trama orizzontale e verticale dato dalla messa in onda settimanale (cosa che, malgrado le apparenze, fanno invece colleghe come Breaking Bad, Mr. Robot o perfino The Leftovers), ma privilegiando il racconto interno, umano inquadrato in un’ottica più ampia e di difficile comprensione.
Il coinvolgimento dello stesso Stephen King faceva pensare.di poter finalmente assistere ad una degna trasposizione dei suoi scritti, ma che in realtà non fa che confermare come i due media che non fanno che provare a contaminarsi a vicenda continuamente, viaggiano su rigide restrizioni interne difficili da superare, per quanto non impossibile. Sembrerebbe però esserlo l’accontentare tutti, i fan del Re dell’horror, che almeno possono esser lieti di non aver visto un nuovo Under The Dome, quello sì, rispettoso delle logiche televisive, ma carente in tutto il resto. Tra l’uno e l’altro, quindi, a conti fatti preferiamo l’approccio meno “canonico” di Abrams e soci.

So… why do you think Oswald wanted to kill JFK? He loved Castro or he was working for the Russians?
No one will ever know, I don’t think.

E neanche noi, caro Jake. L’ambiguità delle azioni e della psiche di Harvey Lee Oswald, che pensavamo potessero essere sciolte in questo finale, rimarranno per sempre senza una concreta spiegazione. Una cattiva gestione del personaggio simile a quella di Billy, ma più grave perché se in quel caso si tratta di un’aggiunta tutta televisiva per aiutare la narrazione nel suo rapporto con lo spettatore (non contando però di doversene disfare al momento opportuno, e pagando quindi con qualche forzatura di troppo, per quanto drammatica sia stata la sua morte), qui parliamo di un ruolo estremamente chiave per l’intera vicenda. Certo, tanto mistero è probabilmente voluto e appartiene a quel clima di luoghi comuni, errati, che caratterizza la storia, essendo anche lui difatti uno stereotipo di quegli anni: “Mrs. Oswald, was your son a Communist?“. Il rispetto al materiale originale di King l’abbiamo notato fin dall’inizio, dopotutto, con la volontà espressa dell’autore di non voler dare risposte certe, ma piuttosto di impiantare le proprie celebri atmosfere inquietanti e spaventose nella “golden age” della storia americana, dove tutto era spensierato, colorato e così spiccatamente “naive”. Questo solo all’apparenza, però, esattamente come l’indagine su chi ha sparato a Kennedy, che arriva alla CIA, l’FBI (e qui emblematiche tutte le sottili modalità del confronto di Jake con l’agente), dovrebbe regalarci un thriller noir/spionistico, che si rivela invece solo di facciata, scontrandosi con la centralità della trama “sentimentale” della storia d’amore con Sadie. L’assenza del complotto su cui sono stati scritti libri interi, sui quali sembra quasi che King se ne voglia far beffe, è l’ultimo colpo definitivo alla sensazione che sia solo un grande “mcguffin”, un pretesto, per la ricostruzione disincantata di quel periodo storico e, soprattutto, della crescita personale di Jake. Già visto o banale? Forse, ma come abbiamo visto per tutta la stagione, sembra questa la dichiarazione d’intenti autoriale.

She’ll always die.

Come nello scorso episodio l’incontro con Benit de La Mummia l'”Uomo dalla tessera gialla” aveva preannunciato, il loop del time travel in cui si trova lo sfortunato personaggio arriva a colpire anche la missione di Jake Epping, risolvendosi nella più classica inevitabilità degli eventi. La realtà distopica che appare davanti al protagonista, una volta tornato al presente, riflette l'”ingenuità” alla base insita nel pensare che la morte di un solo uomo (sì, a parte forse quell’unica eccezione…) potesse cambiare la storia del mondo. Non sarà originalissimo, ma senza dubbio è più che realistico in tutta l’impotenza dell’essere umano rappresentata. L’approccio di King ai viaggi del tempo, d’altronde, è già di per sé totalmente personale, vedi il reset possibile di tutto quello che è stato fatto una volta varcato di nuovo il Rabbit Hole, all’antitesi sia del più popolare “effetto farfalla”, sia di quello alla Terminator (dove i cambiamenti erano possibili, per poi scoprire che in realtà erano già stati fatti). Questo la dice lunga sulla reale importanza e concretezza della missione di Jake, basta vedere anche il Passato che non vuole cambiare, che si mette in mezzo “solo” tramite apparizioni e causando incidenti nella trasposizione televisiva. Si capisce quindi che i paradossi fantascientifici non sono il punto focale della trama e, come detto, nessuna risposta “storica” vuole essere concessa, ma lo è invece il “viaggio” di Jake: l’uomo che “voleva solo salvare Kennedy”,  per poi scoprire che le conseguenze sarebbero state solo peggiori,  che voleva salvare Harry Dunning, dandogli solo un’esistenza ancor più misera (più che tragico quel “Why’d you save us?“); che alla fine vuole solo salvare Sadie, la donna che ama, e per farlo a sua volta non deve fare assolutamente nulla.

I wanted to make difference. That’s why I did all this.

Jake come Oswald, alla fine, frustrato com’era in principio per essere “solo” un insegnante di una piccola scuola di un’altrettanto piccola cittadina, che umanamente desiderava di essere qualcosa di più, costretto poi a scontrarsi con la dura realtà: la missione fallisce, gli eroi non esistono, se non per distrarre la popolazione dai “veri” problemi, cosi come non esiste il destino (evocato dallo stesso Jake nei confronti di Sadie, e da noi, nel Pilot, riguardo le modalità di produzione della serie). Questo il leitmotiv di tutte le otto puntate e la morale ultima della serie. Ad evolvere e cambiare è il solo Jake, che capisce di poter” fare la differenza” nelle piccole cose, imparandolo dalla stessa Sadie anziana, che gli confessa di aver avuto una vita tutto sommato felice. Il discorso finale, che cita suggestivamente la danza che i due hanno compiuto insieme nel passato e che compieranno pochi secondi dopo, è la sintesi della conclusione del romanzo di King: “nessuno ci toglierà mai quello che abbiamo ballato“. La storia con Sadie non è mai esistita e lei non ne verrà mai a conoscenze, ma i ricordi e le esperienze saranno sempre nella mente e nel cuore di Jake, rendendolo quello che è adesso. Così come tutto lo show, quindi, non sarà originale, non sarà innovativa, ma è una lezione che di certo non va neanche sottovalutata né dimenticata.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • James Franco 
  • L’accurata ricostruzione storica
  • L’elevata qualità tecnica della messa in scena 
  • Le atmosfere e le volontà autoriali indubbiamente rispettate 
  • Finale comunque all’altezza 
  • No, per fortuna, non è come Under The Dome  
  • Ingenuità narrative per tutte le otto puntate, forse troppe 
  • Cattiva caratterizzazione dei personaggi secondari, in primis Lee Oswald
  • Se non ci affeziona ai personaggi, e si è più interessati alla trama, quindi, difficile che questo finale possa entusiasmare
  • E’ la conferma: certe cose che funzionano su carta non funzionano sullo schermo

 

11.22.63 conclude il suo cammino così come l’ha percorso, pieno sì di escamotage e cliché “già visti”, ma in una forma impeccabile e piacevole. L’episodio finale di questa serie-evento non tradisce la sua impostazione di base: non c’è rivoluzione, non c’è innovazione, ma permangono l’alta qualità e soprattutto le buone intenzioni, caratteristiche almeno non indifferenti.

 

Soldier Boy 1×07 ND milioni – ND rating
The Day In Question 1×08 ND milioni – ND rating

 

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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