Girls 5×09 – 5×10 – Love Stories – I Love You BabyTEMPO DI LETTURA 9 min

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Anche Girls, per quest’anno, giunge al termine con un inusuale doppio finale, contraddistinto dalla crescita personale del suo personaggio-chiave, ovvero Hanna, ma anche da una strana e bizzarra divisione tra le “ragazze” protagoniste, mai così separate ciascuna dalla propria storyline, le quali pur incrociandosi in alcuni casi, mantengono comunque un’individuale e precisa evoluzione.
Infatti, come già notavamo nel precedente “Homeward Bound“, pur con la presenza di una coralità di fondo, la protagonista assoluta di questo finale, così come, di riflesso, di tutta la stagione è solo lei, Hanna Horvath e la sua autrice/interprete/alter-ego, ossia Lena Dunham.
Il talento della “ex-“giovane scrittrice prodigio e la sua crescita artistica sviluppatasi in queste cinque stagioni, intervallate dal suo romanzo auto-biografico e dalle critiche e polemiche che l’hanno costantemente accompagnate, si presenta limpido e chiaro in almeno un’occasione a testa per episodio, entrambe con protagonista il suo alter-ego tele-filmico e l’autoreferenzialità che ne scaturisce (specialmente nel monologo di “I Love You Baby”). L’incontro occasionale con Tally (un errore o, meglio forzatura di trama, che fa il pari con l’incontro tra Marnie e Charlie in “The Panic In Central Park”, con una New York che appare sempre più in veste di “oh, com’è piccolo il mondo!”), la sua vecchia compagnia di college barra arci-nemesi, mette in risalto tutte le “luci” dello show.
A fronte di personaggi e scene spesso sopra le righe, se non caricaturali (e quindi, per alcuni, le “ombre”), il realismo dei sentimenti messi in scena la fa da padrone, specialmente nelle confessioni a letto tra le due (realismo subito interrotto, manco a farlo apposta, quasi come se fosse di “troppo”, dalla proposta di Hanna di intraprendere un rapporto sessuale), condivisibili da gran parte dei suoi spettatori, palesando ancora una volta l’unicità della serie. Chi d’altronde non ha mai avuto un collega che risultasse, pur inconsciamente, un “rivale” o semplicemente un punto di riferimento, durante il proprio corso di studi, per valutare i propri successi o, al contrario, i propri fallimenti post-laurea? Tutte le loro scene grondano di “verità” sociale, dalla falsità nei dialoghi di circostanza e l’invidia mista ad antipatia taciuta in ogni frase, alla sincerità nelle loro parole e nelle lacrime di entrambe a letto, per quanto enfatizzate dall’effetto della cannabis. La “caduta degli dei” che colpisce l’aura da scrittrice “arrivata” di Tally, con tutte le sue insospettabili ansie e paure espresse, si ripercuote sulla schiettezza di questa Hanna, insolitamente adulta e fragile, preambolo della presa di coscienza che la caratterizzerà nel finale vero e proprio di stagione.
L’altro incontro fortuito di giornata, quello con Adam e Jessa, ha il ruolo di riportarci alla “realtà” della trama, dopo una così profonda e coinvolgente introspezione personale, e quindi, al tempo stesso, sottolinea ciò che la protagonista maturerà successivamente: Hanna che ride, sguaiatamente, davanti ai due “traditori”, gli stessi che fino a poco prima erano la principale causa dei suoi turbamenti, è difatti il segnale della sua futura scelta di “lasciarli andare” e di concentrarsi esclusivamente sulla sua persona, come l’altra importante decisione di tornare alla scrittura contribuisce ad evidenziare. I restanti personaggi, come detto, giocano così il ruolo di veri e propri “comprimari”, dando comunque il ritmo ad un episodio che si rivela essere Hanna-centrico, nonostante le premesse e, soprattutto, le importanti svolte nella storyline di ognuno. Da una magistrale e strepitosa Shoshanna, la vera “grande assente” della stagione, almeno per quanto riguarda l’incidenza sulla trama principale, la quale finalmente sfrutta tutto il proprio potenziale sia narrativo che, soprattutto, scenico nel suo vestire i panni di spia in incognito per il locale di Ray; lo stesso Ray e Marnie, coinvolti in un più che annunciato ritorno di fiamma e, nonostante questo, forse decisamente affrettato nei tempi se non forzato, con l’escamotage del sogno erotico per portare la ragazza alla “folgorazione” decisamente stra-abusato (Rachel che si svegliava ansimante, dopo aver sognato di stare con Joey in Friends, accadeva quasi quindici anni fa); e infine la conclusione, drammatica, della storyline di Elijah con l’amante star del cinema, sotto-trama più slegata di tutte alle altre, ma comunque parte di quell’affresco di emozioni e sentimenti messo in scena in maniera così “vera” dalla serie.

Capisci che devi aspettarti un gran finale quando leggi che per l’occasione ritorna alla sceneggiatura il “magico trio” autoriale della serie, ovvero Judd Apatow, Jenni Konner e ovviamente Lena Dunham, che riescono, se possibile, ad elevare sia la qualità e l’intensità della messa in scena, che a mettere in piedi un sottile preambolo per la sesta ed ultima stagione, già annunciata ancor prima della messa in onda della quinta.
Il triangolo Adam-Jessa-Hanna infatti, già avviato minuziosamente dalla scorsa stagione con quell’amicizia “sospetta” tra i primi due, consumatosi poi in questa, non finirà di certo qui, piuttosto sembra aver solo attraversato la sua fase centrale e più “esplosiva”. Chi scrive ha sempre adorato e preso come punto di riferimento per qualsiasi buona “love story” seriale la gestione della coppia Pacey-Joy, i quali, parole della stessa autrice Gina Fattore, furono protagonisti del “bacio che salvò Dawson’s Creek” dai bassi ascolti che stava ricevendo. Una gestione graduale, minuziosa e piacevolmente romantica dell’avvicinamento emotivo tra i i due, tanto quanto è stata intenso e furioso rivelarli alla loro cerchia d’amici.
L’episodio “Un giorno da non rivivere”, memorabile per svariati motivi che non stiamo qui ad elencare, l’abbiamo già avuto in Girls con “Hello Kitty”, con Hanna che scopre del “flirt” tra Adam e Jessa, in una maniera certamente più minimalista e post-moderna, ma comunque di forte impatto. Come molti spettatori degli anni ’90 della serie generazionale di Kevin Williamson ricorderanno, Dawson/Hanna aveva le sue rimostranze, lottando strenuamente contro il “tradimento” del suo amico/amica con l’amore della sua vita (e ai fan di Star Wars apparirà quantomeno ironico l’accostamento dell’aggettivo “traditore” all’attore di Kylo Ren), facendosene però alla fine una ragione (e i meme che impazzano per il web ben ricordano la struggente espressione sfoggiata da James Van Der Beek). Per Adam e Jessa però non c’è nessuna barca sulla quale fuggire, ma sembra esserci decisamente il “true love”. Ovviamente espresso anche qui in pieno stile Girls (e supponiamo con lo zampino caricaturale di Apatow), con lo scontro verbale “acceso” tra due grandiosi Adam Driver e Jemima Kirke, con vette di follia sconvolgente, arrivando perfino a citare scenicamente lo Shining di Kubrick, rappresentando una straordinaria finzione meta-teatrale, più che meta-cinematografica, allo stesso tempo assurdamente reale e coerente con le loro caratterizzazioni. Jessa lo dice, Adam è un sociopatico e pieno di turbamenti psicologici ed emotivi, così come lei, odiata da tutti ma non da Hanna, per questo la sola e più grande amica e motivo di tanto disagio interiore.  E la (fantastica) inquadratura dei loro due corpi nudi ed esausti, con sullo sfondo un appartamento semi-distrutto, nella carrellata finale, dice tutto sull’unione di due anime tanto tormentate e su di un rapporto lontano dalla sua risoluzione, malgrado i segnali opposti.
Il cesto di Hanna, inquadrato nel finale, e il suo (meraviglioso) discorso alla platea, è invece l’altra occasione per Lena Dunham, precedentemente annunciata, di sfoggiare tutto il proprio talento: innanzitutto recitativo, interpretando un personaggio che ritrova l’ambiente artistico a cui appartiene (la scrittura) ed esprimendo perfettamente tutto il suo ritrovato agio, dopo l’ansia mostrata fino ad un momento prima di salire sul palco; poi narrativo, vista la “rivelazione” della sua presenza “off-screen”, durante la lite tra Adam e Jessa, dietro la porta, direttamente manifestata al pubblico/spettatore ancora una volta in maniera squisitamente “meta”; e infine autoriale, con la crescita definitiva del personaggio cardine dello show, che viene a patti con se stesso, ritornando alle origini, realizzando di non poter controllare la sua vita, i suoi amici e i suoi affetti (i genitori). Traguardo ben dichiarato da un monologo che merita di essere riportato, proprio perché viene da lei, ossia quel personaggio che abbiamo tanto amato/odiato e che ora ritroviamo in una veste quasi irriconoscibile e pure così naturale, dato il suo lento e accorto percorso scenico e personale.

‘Cause that’s the fact, you know? I’m Hanna forever. No matter what I do, no matter whether I, you know, star a new missile crisis with my emotions or just sit back and chill and give someone a fruit backet. I can only control the mayhem that I create around me. But the crazy thing is that when I showed up, I heard screaming and I heard my name and I heard madness, and I knew that I was free, at least for tonight. That’s all, thank you“.

In finale è tutto per lei, finalmente “libera”, matura e soprattutto sorridente, decisamente in veste meno “struggente” del Dawson-meme. Anche stavolta ai “comprimari” tocca farle da sfondo all’interno della narrazione, distinguendosi comunque a livello concettuale e rappresentativo. Abbiamo infatti Elijah e i genitori di Hanna, dove per entrambi gioca un ruolo chiave, condividendo la distruzione emotiva con lei, confortandosi a vicenda, e il “nuovo inizio” con lui, spingendolo a riprovare con l’ex-amante e, quindi, non vivere più nell’illusione di poter far salvare il proprio matrimonio. Mentre il tour con Ray, Marnie alle prese con Desi promette già succose scintille, Shosh e la gestione del locale anti-hipster hanno già “vinto” tutto. Tante piccole chicche, scene essenziali ma al tempo stesso colme di significato, tanto satirico quanto esistenziale, che aiutano la visione e che ci ricordano perché guardiamo questa serie e, di conseguenza, perché l’ultimo suo capitolo che ci aspetta l’anno prossimo sarà anche uno degli addii “televisivi” più sofferti di sempre.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La messa in scena, i dettagli, la scrittura: Dunham, supportata da Konner e Apatow, in grande spolvero 
  • Hanna e Tally in “Love Stories” 
  • Finalmente Marnie e Ray, again 
  • Il locale anti-hipster e i cartelli 
  • Adam vs Jessa e la sceneggiata napoletana e Driver/Nicholson 
  • Elijah, sia da solo che coi coniuci Horvath 
  • Il discorso finale di Hanna: “I was free” 
  • Stagione eccellente e tra le più riuscite della serie
  • Il cliché del sogno per ridestare l’interesse di Marnie nei confronti di Ray, e i tempi affrettati del loro ricongiungimento 

La corsa di Hanna sul finale, finalmente felice, libera e realizzata emotivamente, chiude un perfetto cerchio con la corsa “per finta” e sofferta di inizio episodio. E noi corriamo insieme a lei, così come Lena Dunham fa con la “sua” Hanna, verso un “Bless”, sacrosanto per tutta la stagione, una delle migliori di Girls, fatta di temi esistenziali e fortemente “classici” alla base, trattati ancora una volta in maniera unica nonché introvabile in qualsiasi altro prodotto in circolazione. Quasi non vogliamo che arrivi l’anno prossimo.   
Homeward Bound 5×08 0.65 milioni – 0.27 rating
Love Stories 5×09 0.58 milioni – 0.24 rating
I Love You Baby 5×10 0.51 milioni – 0.21 rating

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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