Person Of Interest 5×01 – B.S.O.D.TEMPO DI LETTURA 8 min

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If you can hear this, you’re alone. 
The only thing left of us is the sound of my voice. 
I don’t know if any of us made it. 
Did we win? Did we lose?
I don’t know. 
I’m not even sure I know what victory would mean anymore. 
But either way, it’s over. 
So let me tell you who were. 
Let me tell you who you are… 
And how we fought back

Con queste epiche parole, che sanno tanto di lascito di un futuro distopico o se volete della chiamata finale di Neo nel primo Matrix, ritorna Person Of Interest, in versione ridotta, dopo un’intera midseason saltata, per la serie: “vi siamo mancati? Ora potete pure sbrodolare copiosamente davanti allo schermo”.
E, lo scriviamo ancora col cuore dolente e rassegnato, questa è l’ultima season première della serie. Fin da quando è stata annunciata la notizia si è urlato ripetutamente allo scandalo contro il network, reo ancora una volta (e per l’ultima, ahinoi) di aver sottovalutato questo show, insieme a tutto il pubblico USA. Smaltita pian piano la delusione, però, si è affacciato un certo sollievo, confermato in fondo proprio dall’esaltante presentazione d’episodio. Si prospettano infatti tredici puntate probabilmente al cardiopalma, dove i tempi ristretti potranno solo giovare, data l’eliminazione dell’onere di “dover” arrivare alle 22 puntate e senza, soprattutto, che “intoppi” non previsti, come quella della gravidanza di Sarah Shahi, possano compromettere la riuscita di una stagione intera, come lo è stato un po’ per la scorsa. Sul finale, insomma, Person Of Interst può arrivare a esprimere tutto il suo potenziale, dopo essersene allontanata per un attimo: troppo limitata all’interno del palinsesto generalista e delle sue rigorose leggi, troppo sofisticata e per pochi nel profondo, troppo “cable” nell’animo, per quanto “commerciale” nella messa in scena.

You can just call me Root, bitch!

Perché, in fondo, ci ha provato ad adeguarsi, fin dall’inizio, con quella proceduralità tipica dei tratti televisivi generalisti, pur prendendo presto tutta un’altra strada (dalla 1×07, per esser precisi). Ma soprattutto lo fa con le “botte” ignoranti, le battute “badass”, i rimandi fumettistici: citiamo non a caso Root, che si è conquistata il favore del pubblico a suon di follie estreme, ma ci riferiamo specialmente a Reese, il vigilante della serie, il Batman, o più semplicemente il “Man In The Suit” urbano che spaventa i criminali da strada. E ad entrambi, a cui ci aggiungiamo Shaw, questa premiére dona la giusta dose di scontri mortali, sempre vinti, in maniera anche forzata a volte, vedi Root in metropolitana, le pallottole volanti che al solito non li prendono manco di striscio e così via. Come detto, però, tutte forzature che rispettano la forma da “comics” dello show. In fondo lo stesso principio d’episodio li riporta immediatamente al centro dell’azione, dopo che erano braccati e senza via d’uscita nel season finale precedente, senz’alcuna spiegazione, scontrandosi però con l’efficace maestria del montaggio sulle note di “No Wow” dei The Kills.

I don’t speak nerd.

La quarta stagione finiva con una sigla, “YHWH“, la quinta inizia con un altra: “B.S.O.D.” che sta per Blue Screen Of Death, ossia la “schermata blu” che appare su Windows quando c’è un errore di sistema critico che non può essere risolto autonomamente. Quando lo devi portare in assistenza insomma, o nel peggiore dei casi dirgli addio e comprarti un Mac. Citazioni “informatiche” e mazzate tamarre, un dualismo che Person Of Interest ha da sempre assunto a proprio stile caratteristico, perciò non occorre scandalizzarsi nel vedere Reese macinare rotule su rotule se poi dall’altra parte c’è sempre una logica, un dettaglio, che eleva la qualità del prodotto (e forse anche difficilmente interpretabile al momento, vedi la maniera in cui Reese ritorna a nascondere la propria identità a Samaritan, grazie alla modifica apportata da Root, dopo il passaggio dal punto cieco che è il rifugio sotterraneo di Finch, sfuggendo quindi all’inseguimento continuo della macchina).
Situazioni che si ripresentano senza sosta, come Root e il covo di hacker-assassini, che da una parte rubano informazioni da vecchi computer e dall’altra sparano a vista; ancora Root e l’idea delle 300 Playstation per costruire il super-computer, caricate in men che non si dica, per quanto il gruppo protagonista di Silicon Valley abbia fatto di meglio (chi lo vede saprà). Anche in quest’ultimo caso c’era il problema del surriscaldamento, a proposito, e qui Reese si lancia alla ricerca di azoto liquido, trovato “comunemente” per strada quasi. C’è quindi chi controbatte che certi riferimenti informatici siano solo accennati e non realistici, forse è vero forse no, ma non è poi così importante visto lo stilema fin ora espresso dalla serie: sospensione dell’incredulità contro verosimiglianza, esagerazione contro razionalità, wrestlemania contro nerdismo. Aspetti che in un classico “sparatutto” non trovi (ce n’è solo uno) e che, giustamente, quasi non devi trovare, ed è per questo che Person Of Interst è così unico e tutto è così esaltante.

So, you’re a hero. Good job, Lionel.

Si può capire che stiamo parlando di una serie a tutto tondo quando, nella stesso episodio, c’è tempo anche per osservare la crescita incredibile e ineguagliabile di un personaggio tecnicamente “secondario”, interpretato alla perfezione da un Kevin Chapman sottovalutato quanto la serie in cui recita. Quel Lionel ex-agente corrotto, umiliato ripetutamente agli albori dello show tanto che all’inizio quasi si “godeva” nell’assistere al bullismo di Reese nei suoi confronti. Stagione dopo stagione, in particolare dalla storica e indimenticabile morte di Carter in poi, il personaggio è evoluto, quasi maniacalmente, acquistando sempre più spessore. Lo ritroviamo adesso “eroe”, secondo un’investitura che arriva addirittura da Reese, lo stesso che in principio lo disprezzava tanto. Eroe grazie a Samaritan, che in “YHWH” aveva di fatto eliminato i due boss della malavita, ovviamente a sua insaputa e probabilmente non a caso, visto che cancella allo stesso tempo anche la parte di storyline “urban” che di solito occupava. E allora sembra questo il momento propizio, se non altro perché è la stagione finale, per metterlo al corrente dell’esistenza delle due IA e unirlo una volta per tutte alla causa “superiore” dei protagonisti.

If you erase my memories, how will I learn from my mistakes? And how will I remember you?

Dopotutto Person Of Interest altro non è che uno show su una Macchina, una Intelligenza Artificiale, e il suo creatore, con tanto di classica paura che questa possa prendere il sopravvento in quello scontro esistenziale vecchio ormai decenni e che ha riempito e affascinato pagine e pagine di letteratura fantascientifica e non solo. Abbiamo infatti il Dottor Frankenstein e il suo Mostro, inventati da Mary Shelley nel 1818, trasposti così nei nostri giorni dominati dalla tecnologia (e proprio quest’anno, con Ex Machina, volendo hanno vinto pure un Oscar).
Il rapporto Finch/Macchina è quindi portante per la serie, col tempo cresciuto sempre più con una raffinatezza narrativa unica, non originale nelle basi (come detto) ma diventa fortemente “personale” e singolare nella sua descrizione. La storia che in questo episodio accomuna il ricordo del padre di Finch affetto da Alzeheimer e la “lobotomia temporanea” alla Macchina apportata da Finch (presentata nelle scorse stagioni ma in effetti mai davvero approfondita perché c’era da pensare ad “altro”) segna un nuovo confine del rapporto uomo/macchina probabilmente mai esplorato prima, almeno in questo senso. Il ritorno dei flashback a inizio anni 2000, con Nathan e Grace, preannunciati dal ricordo della tragedia al molo a inizio episodio, sono poi probabilmente l’indizio di un’estrema centralità del personaggio di Finch, in relazione alla sua “creatura” che, dopo puntate di dubbi e di lotte interiori, arriva finalmente ad accettare i fantasmi del proprio passato e a superare le paure riguardanti la natura della Macchina.
Le grida speranzose in risposta al suo “I failed you“, il darle finalmente un’identità con l’accezione di “she”, come fatto notare da Root, scandite magistralmente e poeticamente da quel “can you see me?” nei minuti finali senza respiro, aprono così a un nuovo capitolo della storia della Machine, adesso vero “Dio” buono per i protagonisti e unica speranza per l’umanità. Una premiére che quindi non poteva che chiudersi col suo risveglio, rappresentato da quel trattino sullo schermo, ennesimo tocco di classe che ci ricorda perché Person Of Interest c’era così tanto mancato.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • The world needs your Machine now more than ever” e tutto il clima apocalittico di un 1984 da scongiurare
  • Una premiére perfetta, in tutte le sue forme
  • Stagione finale che si prospetta da ricordare
  • Can you see me?“.  FUCKING YES! 
  • Potremmo notare tutte le forzature, contraddizioni e inverosimiglianze, ma scegliamo di fregarcene
  • E’ la stagione finale 
“B.S.O.D.” può anche essere rinominata “POI in quaranta minuti”. L’inizio di una stagione finale che riprende tutto quello che aveva di buono, dimenticando i (comunque piccoli) errori riscontrati sul cammino, avviandosi ad una chiusura che promette di essere davvero memorabile. Una conclusione che noi, insieme a quei 7 milioni di intelligenti americani “pochi” che la seguono, non possiamo che sentirci fortunati di stare per  assistere. 
YHWH 4×22 8.18 milioni – 1.1 rating
B.S.O.D. 5×01 7.35 milioni – 1.2 rating

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

1 Comment

  1. Una serie bellissima e intelligente che mi ha affascinato fin da subito, un mix elegante di generi e sottogeneri sempre ben amalgamati ed equilibrati, nonostante qualche episodio filler nelle prime stagioni (22 episodi brrrr.. ). Recitazione attoriale sempre al top pur con qualche dubbio sulla Sahi sin dai tempi di Life, ma poi la serie ha ingranato sempre di più facendosi perdonare inevitabili errorini o imprecisioni di scrittura/sceneggiatura e di recitazione. Caviezel adorabile tamarro dallo sguardo triste e dal passato travagliato che mena come un fabbro è sempre un piacere da vedere all'opera.
    Insomma un prodotto unico e concordo molto sottovalutato in cui il tocco del Nolan "minore" so vede eccome! Un vero vero peccato la chiusura alla quinta stagione.

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