Person Of Interest 5×11 – SynecdocheTEMPO DI LETTURA 6 min

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Una tomba. Un numero. Quello di una guerriera senza identità, testimonianza di una guerra senza esclusione di colpi. La lapide è quella di Root.
Piove e gli ultimi due piccoli indiani rimasti in quest’opera, John e Fusco, salutano la loro amica/compagna, Riccioli d’oro in mimetica. Un saluto malinconico che ci riporta allo scorso episodio, ma anche al futuro di questa stagione e a quello del gruppo. “Synecdoche” è l’undicesimo episodio di una delle serie più sottovalutate – nonostante i buoni numeri, ma ne dovrebbe avere ancor di più – della serialità contemporanea; una puntata che rimette in carreggiata lo spettatore dopo “The Day The World Went Away” per superare il lutto che ha colpito la squadra e anche il pubblico. Un lutto che pesa e grava su tutti, soprattutto su Shaw ovviamente.
L’episodio si dipana come due rette parallele: se da una parte c’è Finch con The Machine che analizza la situazione in cui si trovano, dall’altra ci sono Shaw, John e Fusco che continuano a fare il loro lavoro.

“Comforting, isn’t it? Fixing something. Creating order amidst chaos.”

In questi anni il gruppo ha fatto questo e, riemersi dal passato, i tre numeri, Logan Pierce, Joey Durban e Harper Rose, restituiscono il favore aiutando il team nel momento del bisogno (è chiaro che la squadra non abbia solo salvato loro la vita ma donato anche una nuova visione del mondo). Con le parole sopra citate The Machine parla a Finch a cuore aperto, come farebbe un figlio col padre imputandogli di aver sbagliato: “allow me to reach my full potential [..] why impose restrictions on me?“. Ancora una volta in una conversazione etico-filosofica percepiamo una Macchina consapevole, conscia delle sue capacità, in grado di vedere, sapere, conoscere in modo molto umano. Da una parte Finch si sente colpevole, immerso in quel perpetuo circolo di violenza e rabbia, per le azioni compiute: creare la Macchina e averle imposto restrizioni (in nome del bene), aver salvato delle vite (e non averne salvate altre); dall’altra la Macchina è lucida, ancor più reale, ricordando al suo demiurgo che è incapace di mettere in atto il cambiamento per cui è stata creata anche perché incatenata per colpa sua.
L’uomo è completamente in balia di sè stesso, ingabbiato in un futuro che gli è nemico. Harold riflette su questo lungo percorso, sugli errori commessi – per troppo amore agendo in nome del bene – e sulla sua creatura. Nel dialogo con Lei è padre deluso quando si accorge di aver sbagliato nei confronti della “figlia”, è creatore di una grande Macchina a cui non ha dato la possibilità di agire liberamente e per questo si colpevolizza.
È anche amico però, colpito e toccato dalla morte di Root che ha portato l’uomo in un abisso da cui non riesce a risalire. E così all’inizio sentire la Macchina parlare con la voce di Root lo spaventa e lo fa soffrire. In seconda istanza Harold, solo con il suo dolore, forza che lo lega al mondo e che lo ha spinto sospinto in queste stagioni, impara a conviverci e quella voce lo aiuta, colmando in un certo qual modo il vuoto lasciato.

“Samantha Groves was special. […] I loved her. You taught me how.”

Ed è per questo che The Machine ha scelto la voce di Root, perché sono “virtually indistinguishable“. L’una è la prosecuzione dell’altra: la donna era in carne ciò che la Macchina era in numeri ed ora The Machine è una sua “protesi” virtuale. Dietro alla sua scelta c’è Harold che è stato per lei, anzi per tutto il gruppo, padre, amico, maestro, in grado di formare, influenzare e salvare nello stesso momento.
L’unica soluzione per sopravvivere è però quella di cambiare tattica; il bene non li ha salvati e non li potrà salvare. Così vedremo l’irreprensibile Harold impossessarsi del virus in modo da sconfiggere Samaritan o almeno provarci.
C’è poi una parte di “Synecdoche”, sicuramente meno forte, che vede come protagonista il resto del team che si barcamena con le risorse in suo possesso. Se la sineddoche è quel procedimento linguistico o quella figura retorica che consiste nella sostituzione di un termine con un altro che ha con il primo una relazione di carattere quantitativo, Person Of Interest tenta di fare questo.
Quando la Macchina dà al team l’ennesimo numero, nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti – che Samaritan classifica come irrilevante, ciò ad indicare che i parametri sociali si sono modificati -, in un gioco di specchi, l’uno acquisisce e indossa i panni dell’altro: John assume il comando della squadra, Fusco il ruolo di Finch, Shaw quello di Root. I personaggi dunque si riflettono gli uni negli altri, mostrandoci una particolare sineddoche tra due piani.
Tornando al caso, mentre John e Shaw agiscono di fatto a Washington, Fusco tenta di muoversi nel mondo di Finch ma solo, come detto sopra, grazie ad alcuni numeri del passato il team ridotto riesce a salvare il Presidente.
Logan Pierce (2×14) è il primo che aiuta Reese, facendolo entrare al ricevimento, Joey Durban (1×03), ex soldato, aiuta John e Sameen a fuggire,  Harper Rose (4×22) salva Fusco. Logan, genio informatico in molti sensi speculare a Finch, ricorda un Harold miliardario, più giovane, pronto a infrangere le regole; Joey invece ripropone un John capace di adattarsi al mondo e mostra a Reese come sarebbe potuta essere la sua vita se all’aeroporto avesse scelto la sua fidanzata; Harper infine ricorda molto Root. Ancora una volta dunque “Synecdoche” gioca con i personaggi, moltiplicandoli e facendoci intendere che di team ce ne sono molti sparsi nel mondo.
In questo gioco di scambi di ruolo di appropriazioni di ruoli altrui, si ricrea, dopo l’abbandono di Shaw, una sorta di nuovo team. Lo scontro finale sta arrivando ormai e lo testimonia la foto che Pierce consegna a John.
Interessante in “Synecdoche” è il lavoro intorno alla questione del lutto e della sua elaborazione: Shaw, occhi sbarrati e rabbia repressa, evidentemente provata, non crede che quella sia la realtà. Vuole uscire da quella che lei crede una simulazione, vuole farsi ritrovare perché il “gioco” non le piace più; pronto a svegliarla da questo torpore e a sostenerla c’è John che, come lei, ha conosciuto la mancanza di consolazione e il dolore.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Finch e The Machine
  • L’ultimo saluto di Fusco e John a Root
  • La figura Synecdoche applicata alla puntata e il gioco di specchi
  • Shaw e l’elaborazione del lutto
  • Alcune sequenze forse un po’ troppo esasperate
Con “Synecdoche” Person Of Interest si avvicina alla puntata finale e già ci sentiamo un po’ in lutto e un po’ più soli all’idea che manchino solo due puntate all’ultima stagione. Questo undicesimo episodio è buono (meraviglioso ancora il dialogo tra Finch e The Machine), nonostante certe storie annacquino quella principale e sappiano di filler – forse per questo si vocifera di un possibile spin-off -. Il grosso problema di “Synecdoche”, oltre all’ingerenza, si dice, della CBS, è anche quello di doversi “scontrare” con l’episodio precedente, perfetto sotto molti punti di vista.

The Day The World Went Away 5×10 6.6 milioni – 1.0 rating
Synecdoche 5×11 6.3 milioni – 1.0 rating

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