Mr. Robot 2×10 – Eps.2.8h1dden-pr0cess.axxTEMPO DI LETTURA 9 min

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Conoscete la famosa serie di libri per bambini Where’s Waldo? (o Wally, nell’originale), creata dall’illustratore inglese Martin Handford? Quella dove in ogni immagine, piena zeppa di persone, il lettore deve trovare Wally (o Waldo), il personaggio che indossa una maglia a righe bianche e rosse, un paio di occhiali e un cappello. Bene, non vi è parso anche a voi di trovarvi davanti a quel semplice ma simpatico gioco interattivo, quando Sam Esmail/Elliot chiede espressamente al suo spettatore di trovare, per lui, ciò che Mr. Robot probabilmente nasconde nel suo appartamento? Un “gioco”, nient’altro che questo, a conferma la panoramica della macchina da presa che scandaglia tutto l’ambiente, da vero videogame “arcade”. Una singola mossa che catapulta il metalinguaggio di Mr. Robot ad un livello decisamente superiore ai precedenti. Sono passati ormai degli anni da quanto Jean-Luc Godard e la Nouvelle Vague, prima, e Woody Allen, poi, disturbavano per la prima volta lo spettatore con lo sguardo dei protagonisti in scena rivolto direttamente in camera, instaurando quindi un primitivo “face to face” lì dove si pensava non ci potesse mai essere. Oggi Deadpool, il supereroe che frantuma come non mai la quarta parete, è campione d’incassi, certe innovazioni linguistiche possono dirsi ormai superate, eppure Esmail è riuscito ad alzare ancor più l’asticella, segnando a tutti gli effetti una nuova vetta da raggiungere.
Questo senza contare, ancora, l’implicazione della richiesta di Elliot nella trama principale. Con lo scioccante “Stage 2 is his plan” che chiudeva l’episodio precedente, Esmail ce l’ha fatta di nuovo. Arrivati alla seconda stagione, quasi completa, si può riscontrare un modus operandi ben preciso nella scrittura dell’autore. Da un lato abbiamo infatti le rivelazioni “scontate”, già abbondantemente teorizzate, atte però a falsare la percezione del racconto (quasi sempre dal punto di vista del protagonista) di gran parte della stagione, e sono quelle di Mr. Robot/immaginario e dell’arresto di Elliot, che al momento del loro scioglimento comunque scatenano il loro effetto; dall’altro, abbiamo la rivelazione “vera”, nascosta e ancor più alta, che poteva essere quella dell’identità dello stesso Mr. Robot e del legame parentale con lui e con Darlene (quest’ultima perlopiù insospettabile) lo scorso anno, mentre oggi per l’appunto quella di un piano “supremo” nascosto ad Elliot. L'”hidden process” del titolo, sembra riferirsi allora alla manovra “dietro le quinte” di Mr. Robot, che fin dall’inizio ha operato nell’ombra, all’insaputa del protagonista. La fsociety sta andando a rotoli (con quest’episodio più che mai), eppure l’impressione che ci sia qualcosa di grosso in ballo è sempre viva. Ma se questo è comunque preventivabile e più che tradizionale in una tipica narrazione, dove il protagonista deve sempre arrivare al punto di maggior sconforto prima di risalire, a stupire continuamente è il modo in cui Esmail sbroglia la sua personale matassa, specie nel suo dialogo schiettamente diretto con lo spettatore.
That’s how it happened. That’s all you missed. That’s everything“, ci dice Elliot, al momento di rivelarci i dettagli della sua carcerazione, facendo un onestissimo mea culpa per averci ingannato ancora una volta (ah, lo facessero tutti gli autori, saremmo tutti più sereni). Ma stavolta è lui che si è “missed” qualcosa, e chiede il nostro aiuto. Un’ammissione di ignoranza e di difficoltà che diventa straordinariamente unica all’interno della serie, specie se si pensa ai “You kept things from me, and I don’t know if I can tell you secrets like before” o “This will be the last time I keep things from you. I promise“, con cui Sam Esmail/Elliot Alderson ha intavolato finora il rapporto coi suoi referenti/spettatori. Probabilmente per la prima volta, quindi, non assistiamo al racconto falsato, però in maniera semi-consapevole, del protagonista (e consapevole, dell’autore). No, a questo giro, la forza della richiesta è tale che l’impressione è quasi che lo stesso Esmail non sappia cosa nasconde Mr. Robot. Fin qui l’autore ha dispiegato i suoi colpi di scena, ben conscio che gli spettatori possano già esserci arrivati, aggirando però spesso il tutto rendendoli ancora più chiari, ovvi e espressamente intenzionali. Alcuni potrebbero usare il dispregiativo termine “paraculo”, noi preferiamo un approccio meno cinico e disfattista e virare amabilmente per un più gioviale “figlio di…”.

In my life, as I was making my way, I always asked the question, am I the most powerful person in the room?”  

Fin dall’inizio di questa stagione, si è visto un Elliot lottare per prendere il “potere” di se stesso e della propria vita, fino al raggiungimento del compromesso e dell’accettazione della presenza di Mr. Robot, registratasi durante la sua prigionia. Se Elliot, usando le parole di Darlene, è speciale, “he’s the one with the plan… the one they’re taking seriously“, il dubbio imperante, specialmente in questa stagione, è su chi sia il vero mastermind. Ora succube di Mr. Robot, ora di Tyrell Wellick, ora di White Rose e dell’Esercito Oscuro, ora della stessa Darlene, le azioni del protagonista paiono sempre accondiscendere alle volontà altrui. Eppure è Elliot che nella prima stagione, nell’ormai celebre monologo, sprezzante manda a quel paese la società, per quanto interiormente. E’ lui che dialoga con White Rose, è lui che mette in riga il suo emissario, che in altre situazioni si era mostrato ben meno propenso a un “pacato” confronto, è lui in tali occasioni “la persona più potente nella stanza”. E allora il flashback iniziale dedicato a Philip Price, come il dialogo sotto la pioggia con lo stesso With Rose, non appare per nulla messa a caso. La ricerca di questa “potenza” (“Everybody Wants To Rule The World”, cantava Angela proprio qualche episodio fa), che si riflette anche sul fallimento di Angela di incriminare la compagnia, capace di arrivare davvero ovunque, lo pone come l’avversario “finale” (per ritornare al linguaggio da videogame) del protagonista. E allora il cammino di consapevolezza di Elliot sembra proprio diretto a metterlo in grado di affrontare il “villain” senz’alcun tipo di sudditanza.
Percorso che sembra giù avviatosi. Da subordinato, Elliot sta diventando sempre più attivo e ciò ci viene mostrato particolarmente in due montaggi (che quindi non sono “solo” oltremodo belli da vedere), entrambi legati alla sorella: quando Darlene parla del rapimento da bambina, mentre Elliot sta hackerando il presunto telefono di Tyrell; quando Darlene sta per essere scovata dall’agente DiPierro, mentre Elliot sta parlando con Angela in metro (che tra l’altro, gli scriveva durante il primo montaggio). Se nel primo caso è attivo in maniera concreta, sfoggiando tutta la sua genialità informatica, nell’altro lo è in maniera “emotiva”, probabilmente come mai l’abbiamo visto. Angela gli sta dicendo che tradirà l’fsociety, pur rassicurandolo sulla sua incolumità (mentre c’è chi teorizza lo stia già consegnando, vedasi le lacrime finali e i misteriosi uomini che la raggiungono), ma lui la bacia (forse perché l’ha capito?) e “non vuole lasciarla”, perdonandola. Una scena intima e quasi magica, che stona non solo con la gravità di quello che i due si dicono (e non si dicono) ma è anche “sporcato” dall’ambiente urbano in cui avviene. Il riavvicinamento dei due, così lontani fisicamente da almeno una stagione a questa parte, potrebbe infine essere un segnale dell’effettiva morte di Darlene, una scelta narrativa che in futuro sostituirà la ragazza come “spalla” per i crimini informatici di Elliot.

I still wonder what my life would’ve been like if I had stayed. 
But if I had stayed… 
Then I wouldn’t have Elliot.

L’altra protagonista di puntata è infatti Darlene, co-protagonista anche dei due montaggi-simbolo dell’episodio. “You’re not a leader! You’re not special!” le urla un esagitato Cisco, scatenandole quell’ammissione di inferiorità nei confronti del fratello (lui sì il leader, lui sì quello speciale), che rovescia totalmente i ruoli fin qui impostati da Esmail. Si rivela lei quella subordinata, stregata dall’unicità e dalle capacità straordinarie di Elliot, punto di riferimento supremo della sua intera vita, senza il quale, come rivela lei stessa, sarebbe stata vuota. E allora la scena idilliaca tra lei e Cisco, nella tavola calda, ignari che l’FBI e l’Esercito Oscuro sono sulle loro tracce, mentre sorridenti fanno progetti futuri, assume un significato ancor più tragico. Fuggendo dall’fsociety, fuggendo con Cisco, Darlene si allontanerebbe una volta per tutte dal fratello che è sempre stato la sua ancora di salvezza, il riparo sicuro dai suoi problemi, ma allo stesso tempo il limite che non le ha permesso di prendersi responsabilità, di essere un individuo fatto e finito. E, forse, proprio per seguire Elliot nel suo folle piano rivoluzionario, ciò non accadrà mai.
Questo senza neanche contare il lato tecnico, poiché, come accennato, i due montaggi (specialmente l’ultimo) riescono a rendere alla perfezione la maestria di Esmail come narratore, come creatore di suspense creata. L’accompagnamento musicale gioca un ruolo d’eccezione, riuscendo a catturare lo spettatore, che capisce che sta per succedere qualcosa di grosso pian piano, immagine dopo immagine, ignorando dove si vada a parare davvero, ma essendone comunque terrorizzato (così come accade per la posizione del cellulare che hackera Elliot: non comprendiamo le parole della guardia del corpo, eppure ne siamo comunque elettrizzati). Il finale, poi, è l’apoteosi del modus operandi “ingannatore” di Esmail: quando si crede che il punto sia che DiPierro sta per arrestare Darlene e Cisco, in realtà viene rivelato il vero pericolo, ossia l’arrivo dei sicari dell’Esercito Oscuro. Il tocco di classe della macchina da presa fissa e di una sparatoria osservata solo da lontano, dove potrebbe essere morto uno dei personaggi più amati della serie, non è che la ciliegina sulla torta, sia che il rosso che macchia l’agente dell’FBI nell’inquadratura finale sia il sangue della coppia o sia il ketchup esploso durante l’attacco. Maligno troll o “figlio di…”, noi Sam Esmail lo ameremo lo stesso.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Where’s Waldo?: nuovo livello di metalinguaggio televisivo raggiunto 
  • Il riferimento alla realtà contemporanea della serie, vedi i nominati Obama e Trump, un aspetto nient’affatto da sottovalutare (quando spesso, specie in questo tipo di serie, ci si riferisce a un più neutro “il presidente”) 
  • La cura dell’ambientazione: la metro, l’ospedale, il locale, ovvero lo “sporco” spazio urbano dei disagiati protagonisti contro l’opalescenza degli uffici e delle case della E Corp, il male supremo. Segno che Esmail, e i suoi scenografi, pensano sempre davvero a tutto 
  • Gli indirizzi wi-fi che compaiono sul pc di Elliot 
  • I due montaggi, la maestria tecnica della regia di Esmail 
  • La scena finale, il conto alla rovescia del semaforo che preannuncia l’arrivo dei sicari, il tema musicale, la fredda inquadratura da lontano: Darlene morta o meno, una scena grandiosa 
  • Michael Christopher 
  • Niente 

 

Recensire Mr. Robot è sempre difficilissimo, proprio per la sua intrinseca natura. La misura del linguaggio referenziale di Esmail è tale da metterci a disagio, come se sapesse già quello che scriveremo. Noi ci proviamo, Sam, a te l’onere di sorprenderci ancora.

 

Eps2.7_init_5.fve 2×09 0.65 milioni – 0.3 rating
Eps.2.8h1dden-pr0cess.axx 0.76 milioni – 0.3 rating

 

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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