StartUp 1×03 – Proof Of ConceptTEMPO DI LETTURA 4 min

in Recensioni by

Già nella precedente recensione si è mossa un’accurata disamina sul valore di un episodio pilota nell’economia di una serie, di come la funzione di questo poi cambi, quando una stagione viene rilasciata immediatamente e per intero.
StartUp, come abbiamo avuto modo di vedere, non si è fatta troppi problemi nel prendersi il suo tempo nel presentare i personaggi – così diversi tra di loro che per forza sarebbero dovuti convergere – e nell’entrare nel vivo della storia. Con il secondo episodio sembrava averlo fatto.
“Proof Of Concept” inizia con un flashback: un two weeks earlier che sa tanto di spiegone che poi spiega ben poco. O meglio, vediamo il personaggio di Martin Freeman recuperare un’ingente somma dopo l’inseguimento di un esperto informatico orientale. Così come questo balzo all’indietro temporale – sicuramente punto focale per l’inevitabile inserimento di Phil nella dinamica centrale della trama – ci apre una finestra sul passato, allo stesso modo “Proof Of Concept” compie un leggero balzo all’indietro, verso quella staticità tipica degli episodi pilota che devono presentare qualcosa al pubblico. Anzi, senza il bisogno di una 1×01 di catturare l’attenzione del pubblico, quasi come se la 1×02 avesse saldato un debito di azione e suspense nei confronti degli spettatori, potendo così tornare in una riflessiva staticità.
“Proof Of Concept” sembra voler rafforzare la presentazione dei personaggi, evidenziando i loro ambienti differenti, puntando moltissimo sul dialogo, sui cambi continui di ambientazione, come una reiterazione di quel mondo così diverso che Phil descrive alla sua collega, con la vista di Miami sullo sfondo.

“So, standing up here, looking around at all this, you’ve got to think about one thing: what does a banker from Brickell, a hacker from Hialeah, and a thug from Little Haiti have in common?” 
“I don’t know.” 
“Me neither. But once we do, that’s where the money went.”


E’ una tappa obbligata quella che vede personaggi – improbabilmente differenti tra loro – che, nel riunirsi per portare avanti un qualche tipo di iniziativa, per coprire un crimine, per liberarsi da qualcosa o qualcuno, litigano tra di loro, separandosi e interrompendo momentaneamente il tutto. Lo spettatore sa che la scelta non è definitiva né drastica. Ed è proprio l’elemento che ricongiungerà tutti quanti che rafforzerà le motivazioni dei soggetti in questione e aumenterà il coinvolgimento del voyeur.
Potrebbe risultare una sorpresa quindi se questo momento sia già arrivato al terzo episodio, soprattutto considerando i tempi non proprio rapidissimi che avevano visto i tre unirsi nella durata di due episodi. Sorpresa anche veder scorrere i tentativi di cercare soci in un rapido montaggio iniziale (sorpresa positiva in questo caso, visto l’andazzo della serie potevano dedicarci anche un episodio intero). Infine sorpresa nel vedere che, a fine episodio, tutto è rimasto uguale. Da potenziale passaggio obbligato, “Proof Of Concept” si è trasformato in vero e proprio episodio di transizione, utile ad approfondire, tutti gli elementi intorno a StartUp, dalla realtà di Miami, al lavoro di Phil, agli ambienti di Ronald, alla situazione familiare di Nick, fino ai risvegli scazzati di Izzy.
La paura che una trama costituita da tematiche informatiche, di speculazioni finanziarie, criminali, con la giusta dose di sesso e violenza, si trasformi in una scusa per l’ennesima serie introspettiva inizia a fare capolino. Speriamo di riuscire a scacciarla presto.

“You either with me or you against me. You against me, Tam against me. You against me, your boy against me. And that’s a whole lot of against me I gotta deal with now.”


Parlare bene di Martin Freeman può risultare ridondante. La diversità di serie in cui lo si è fatto già rappresenta un vanto per l’attore, più degli elogi stessi. Riuscire ad essere convincente come Watson, come il folle Lester Nygard, come hobbit, come Arthur Dent, persino come controfigura porno (lo ricordate in Love Actually), e ora come cinico e subdolo agente dell’FBI in una corrotta Miami: sarebbe come parlare di un viaggiatore che in qualsiasi capo del mondo si trovi riesca a parlare fluentemente la lingua del luogo, senza sbavature.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Martin Freeman e il monologo di Phil
  • Il cliffhanger finale che promette violenza
  • Episodio statico
  • Forzata la riunione iniziale in piena vista in spiaggia, utile a scatenare l’indagine dell’agente dell’FBI
Quando si cerca la visione compulsiva da parte dello spettatore, occorre fornire elementi che giustifichino la voglia di assistere subito al seguente. Di spiegazioni ridondanti sull’ambiente malsano di Miami, sulla violenza di Little Haiti, su quanto è pessimo il padre di Nick, probabilmente non ce n’era questo gran bisogno. Avevamo capito.
Piccolo passo falso, ma la serie ha ancora tutto il tempo per farci battere le mani fragorosamente.
Ground Floor 1×02 ND milioni – ND rating
Proof Of Concept 1×03 ND milioni – ND rating

Tags:

Approda in RecenSerie nel tardo 2013 per giustificare la visione di uno spropositato numero di (inutili) serie iniziate a seguire senza criterio. Alla fine il motivo per cui recensisce è solo una sorta di mania del controllo. Continua a chiedersi se quando avrà una famiglia continuerà a occuparsi di questa pratica. Continua a chiedersi se avrà mai una famiglia occupandosi di questa pratica. Gli piace Doctor Who.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Ultimissime

error: Nice try :) Abbiamo disabilitato il tasto destro e la copiatura per proteggere il frutto del nostro duro lavoro.
Go to Top
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: