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Vikings 4×16 – CrossingsTEMPO DI LETTURA 5 min

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Alla fine della visione di “Crossings”, diversi pensieri nuotano nella mente dello spettatore, costretto a rimuginare su quanto visto. Detto così, sembra quasi che nella 4×16 sia successo qualcosa di non proprio esaltante e che ci sia il bisogno di criticar giù pesante. Non è questo il caso, perché “Crossings” è tutta qualità che cola.
Per come si era conclusa “All His Angels“, nel cuore dello spettatore regnava il classico vuoto e sconforto tipico di quando finisce un serial e non si sa cosa fare dopo (Communty insegna), mentre nella sua mente sfrecciava una sola ed unica domanda: “E adesso, Vikings cosa farà?”. Dopo la morte di Ragnar Lothbrok, sembrava insomma che tutto fosse finito, o che comunque gli argomenti cominciassero a scarseggiare. E invece era solo l’inizio. Una prima osservazione che si può fare in “Crossings” è quanta carne al fuoco sia rimasta, nonostante la dipartita dell’indiscusso protagonista della serie; in altre serie tv, una scomparsa così importante avrebbe generato l’effetto contrario, portando alla chiusura di molte di esse. Qui invece, per una trama che si conclude, come la mitologica hydra, altre due storie nascono e dalla morte di Ragnar prendono forma ben due storyline: l’ascesa di Ivar e le conseguenze della scomparsa del protagonista.
Partendo da quest’ultima, Michael Hirst sembra puntare enormemente sugli impatti che la morte di Ragnar Lothbrok ha generato sui protagonisti e sulla scena politica, forse perché vuole fomentare la storyline in questione e farla maturate tanto da farla diventare l’evento che chiuderà la stagione, caratterizzando la suddetta come un lento effetto domino. Basti vedere il modo in cui si è conclusa la puntata, con i figli di Ragnar che avvertono spiritualmente la chiamata del defunto padre e ricevono la mistica e misteriosa visita di quello che sembra essere Odino. Il perché il Padre di Tutti abbia messo piede su Midgard è attualmente legato a teoria, ma tutto dovrebbe essere riconducibile al modo in cui è morto, ucciso dai serpenti. Nella mitologia scandinava, il serpente è un simbolo positivo e che sta a significare la rinascita, oltre che il continuo ripetersi delle cose. Il serpente cambia pelle una volta all’anno e questo affascinò i nordici a tal punto che esso diventò un simbolo dell’eterno ritorno, che dopo la fine ci sia un inizio e che un nuovo inizio presenterà, un giorno, una fine.
Per i cristiani, invece, il serpente rappresenta inganno, infamia e tutto ciò che è riconducibile a Satana. Ragnar viene quindi ucciso in questo modo proprio per la sua immagine di serpente sibilante e ingannatore agli occhi degli inglesi. Rinnovando Ragnar però, prima di morire, la sua fedeltà ad Odino e, così facendo, riacquistando i suoi favori, venendo quindi ucciso da ciò che nel pantheon scandinavo è simbolo di rinascita, si può dire che è come se gli inglesi avessero in qualche modo precluso a Ragnar la possibilità di ritornare nel momento del Ragnarok, controparte nordica dell’Apocalisse, sempre descritto come evento catastrofico che distrugge i Nove Mondi, ma che poi li riplasma per rinascere come prima. Proprio uccidendolo in questo modo, umiliandolo, è possibile gli inglesi abbiano invece scatenando così l’ira di Odino.
Per Ivar, invece, va detto che già questa seconda parte di stagione si stava occupando della sua crescita come personaggio, ma la morte del padre gli dà un risalto maggiore, quasi come se Ragnar rappresentasse una zavorra che gli impedisse di crescere. Ora, armato di odio, rimpianti e repressione, il personaggio, valorizzato dalla recitazione di Alex Høgh Andersen, si dimostra pronto per camminare con le proprie gambe (ops, pessimo paragone…).
Parlando sempre dei figli di Ragnar, altro grande protagonista di questa puntata è Bjorn, personaggio che insieme al suo esercito permette allo spettatore di potersi deliziare gli occhi con un po’ di sano saccheggio vichingo. Momenti che scaldano davvero il cuore, sopratutto considerato che l’azione è stata messa spesso da parte in questa stagione. Tanto sono mancate sequenze simili che la goduria che si prova nel vedere i vichinghi saccheggiare è un tripudio di belle coreografie e di nostalgia pura; fattore nostalgia ulteriormente rafforzato dal fatto che il massacro spagnolo ricorda fortemente quello inglese, avvenuto nei primi episodi della prima stagione.
E a proposito di fattore nostalgia.
Fin da “The Outsider” stiamo assistendo ad una sorta di riavvio della serie, di ritorno dell’uguale in stampo nietzschiano, ovvero di eventi simili e speculari visti nelle prime stagioni che qui ritornano in maniera identica, con l’unica differenza che sono vissuti da altri personaggi. Nella prima stagione, Ragnar si trovò a dover fare i conti con il peso della leadership, cosa che finì per logorarlo dentro e contribuire in parte alla sua caduta. Questo stesso fardello, quasi come una maledizione, è ancora presente nel serial ma cambia destinatario, traslandosi in Lagherta, ora capoccia di Kattegat. Negli ultimi anni il suo personaggio è stato sballottato qua e là, a causa di un Michael Hirst che l’ha trascurato in fase di scrittura, “degradandolo” da importante personaggio primario, a personaggio secondario sullo sfondo. Nonostante qualche fase di transizione discutibile, va detto che questo nuovo status quo le ha fatto decisamente bene portandole gli stessi benefici che la morte di Ragnar ha portato ad Ivar, permettendo alla nuova contessa di Kattegat di tornare a brillare nuovamente di luce propria. 

THUMBS UP
THUMBS DOWN
  • Odino
  • Lagherta leader di Kattegat
  • Ivar
  • Il massacro in Spagna
  • Nonostante la morte del protagonista, c’è ancora tanto da dire
  • Niente di particolare
Stavolta vogliamo essere generosi e dare un Bless Them All. La puntata in sé meriterebbe un Thank Them All poiché, nonostante non abbia particolari difetti, manca di quella poesia e spettacolarità degna di un Bless. Però stavolta glielo si dà comunque, poiché Vikings riesce nell’impresa fallita da molte altre serie. Nonostante la morte del protagonista, il serial di History Channel dimostra con “Crossings” di avere ancora innumerevoli di argomenti da trattare e storyline da far crescere. Giustamente , alla fine di “All His Angels“, difficilmente si sarebbe immaginato che la serie avrebbe mantenuto il suo livello senza Travis Fimmel. Ora non è poi così difficile.
All His Angels 4×15 2.25 milioni – 0.6 rating
Crossings 4×16 2.37 milioni – 0.7 rating
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1 Comment

  1. Dopo quattro stagioni,finalmente la serie ci dimostra anche la presenza fisica di un dio, cioè Odino in persona, anche se probabilmente lo stesso Harbard era Loki.

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