Marvel’s Iron Fist 1×02 – Shadow Hawk Take FlightTEMPO DI LETTURA 8 min

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What kind of warrior are you? Hey, listen to me. What do you mean you’re a warrior?
I became one in a long line of Immortal Iron Fists. Living weapon. The sworn enemy of the Hand. 

La sequenza finale, che vede Danny Rand scatenare (finalmente!) con tutte le proprie forze il proprio Pugno d’Acciaio, ha il merito quantomeno di rendere lampante la natura dell’approccio narrativo adottato dal team di sceneggiatori: il racconto condotto “in assenza”.
Già la puntata pilota aveva lasciati piuttosto confusi e questa “Shadow Hawk Take Flight” non ha fatto che ribadirlo. Dopo quattro serie (due di Daredevil, una a testa per Jessica Jones e Luke Cage), a cui si aggiungono nove anni per nulla trascurabili dal primo Iron Man, la tripla alleanza Marvel/Disney/Netflix sembra aver intuito di star lavorando per un pubblico di spettatori che ormai a prescindere vedrà la serie, sicuramente dopo aver visto i tre Defenders precedenti. Un pubblico mondiale che si trova pienamente a suo agio con la pratica del  binge-watching, spogliata abbondantemente di quell’aura di “stranezza” che la circondava ai suoi esordi, diventata una normalità per tutti, se non sinonimo di qualità per molti. In questo senso, progetti come l’ultimo The OA, a ben 26 anni dal “coraggioso” Twin Peaks di David Lynch, sono una valida rappresentazione del livello di libertà espressiva raggiunta dalla televisione odierna.
La libertà per un autore (specie se lavora per Netflix), quindi, è arrivata ad essere tale che, per due episodi, Iron Fist non presenta niente di quello che lo spettatore “svezzato” si aspetta, soprattutto se reduce dalle esperienze provate coi predecessori. I flashback sono così ridotti fino all’osso, persino quando gli autori sembrano suggerire il loro arrivo (Danny che racconta l’incidente sotto richiesta di Joy nel primo episodio; la “seduta” con lo psicologo in questa), si finisce con l’assistere semplicemente alle stesse fugaci scene (l’incidente aereo, lo scenario innevato, i due monaci). Gli autori, Buck in primis, lavorano “in assenza” anche con la trama che vede ruotare il suo tema principale attorno all’identità di Rand (ma ben presto praticamente tutti si accorgono della veridicità delle sue informazioni), per poi poi spostarsi ai “misteriosi” obiettivi di Meachum Senior, presentato per ora semplicemente come stronzo fino al midollo e poco altro (idem per il figlio), con l’unico riferimento alla Mano disegnata sul vetro come unico spunto davvero interessante (anche se la coincidenza con la “missione” di Danny, almeno per ora, sembra essere quantomeno eccessiva). Il secondo grande evento dell’episodio,  il “riconoscimento” da parte di Joy Meachum, l’unica della famiglia a mostrare slanci di umanità (ma, già da subito, evidente colpevole di complicità), perde allora di efficacia proprio per i suoi scarsi presupposti, mancando del dovuto coinvolgimento da parte dello spettatore.
Ma, sopratutto, a lavorare sul “non detto” è la stessa caratterizzazione di Danny Rand, e di riflesso della prova recitativa di Finn Jones. Da questo punto di vista, il modo di presentare il protagonista al pubblico assume connotati fisici, più che verbali. Danny guarda lo schermo, in cui gli viene mostrato il video promozionale per l’azienda di famiglia, parla della sua infanzia in maniera naturale, con gli occhi lucidi, pensando a un passato che si può solo immaginare, dato che mai è stato chiaramente mostrato né approfondito (se non per brevi estratti), ossia senza dire nulla che possa essere utile a scagionarlo (e di conseguenza suonando “falsa” agli occhi dello psicologo che, in realtà, cerca solo di far tradire la sua presunta messa in scena). La scelta narrativa allora, forse la più azzeccata da parte degli autori, sembra essere quella di contrastare proprio l’aura da “santone illuminato” tutta orientale che gli si vuole affibbiare, con tanto di citazioni a posti (K’un-Lun) e monasteri inesistenti (l’Order of the Crane Mother), con la situazione “reale” in cui lo si vede introdotto, in questo scuro e povero ospedale psichiatrico che altrimenti non avrebbe nient’altro da dire (pensiamo a Legion e come a “quel” manicomio viene reso anche solo scenograficamente).

“What I’d like for you to do is to open yourself to the possibility that there is no Iron Fist. 
Just Danny Rand.

Tutto drammaticamente ruota attorno all’esplosione del potere dell’Iron Fist, si diceva. Non è allora un caso se quel paio di occasioni che catturano la massima attenzione (in cui Danny si riferisce più nel concreto, ma sempre restando su riferimenti puramente suggestivi, al suo allenamento all’Order of the Crane Mother), ovvero i due dialoghi con l’Harold “fantasma” prima (introdotto qui con un escamotage fin troppo poco credibile, quello della visione allucinatoria dalle droghe) e con lo psicologo poi, acquisiscono anche e soprattutto una funzionalità preparatoria proprio al finale. Sta qui tutto il bene ed il male di questa strana scelta di Scott Buck (sceneggiatore anche di questo secondo episodio): Danny provoca un certo fascino nei confronti di chi gli sta intorno, come nello spettatore incuriosito dalla sua vicenda, ma senza mostrare ancora nulla di davvero concreto per inquadrarlo. La sintesi più azzeccata la si può leggere nell’atteggiamento di Joy prima e di Colleen Wing poi (soprattutto della seconda), che sembrano dar fiducia al ragazzo ma senza saper neanche loro bene perché.
Lo spettatore arriva quasi a non credere a Danny, esattamente come il suo dottore, alzando gli occhi al cielo quando alla richiesta del medico di mostrargli l’Iron Fist, per provare i suoi presunti vaneggiamenti, lo si vede rispondere mestamente “I can’t“, rappresentando l’estrema confidenza con un parco spettatoriale ampiamente svezzato di cui si parlava all’inizio. Due episodi, praticamente due ore, in cui Danny Rand “parla” dei suoi poteri, senza mostrarli (arti marziali a parte); due episodi che si trovano sulla stessa medesima linea d’azione, ossia sulla dinamica tra il “non detto” e quello che viene messo in scena; due episodi che infine trovano tutto il proprio senso nel climax rappresentato dalla sequenza finale, quella della fuga (dal manicomio e da tutti i dubbi sul personaggio). L’Iron Fist finalmente smette di essere “potenza” e diventa “atto” mostrando finalmente il vero “santone guerriero” che ha “vaneggiato” per queste due ore, guerriero che paradossalmente si conosce più dell’uomo che c’è dietro.
Indi per cui a questo punto rimane una domanda (che potrebbe essere rivolta, in realtà, a gran parte del comparto dei protagonisti): parafrasando lo psicologo (e i primi poster promozionali dello show), “Who is Danny Rand?“.

Poteva RecenSerie non sbattersi per voi a raccattare tutte le curiosità, e le ammiccate d’occhio per questa incarnazione live-action di Pugno D’Acciaio? Maccerto che no! Doveva eccome! Per la gioia dei nostri carissimi lettori, di seguito, come fatto per Marvel’s Agents Of S.H.I.E.L.D.Marvel’s Agent Carter e Marvel’s Daredevil eccovi la “guida” a tutti i vari easter eggs e trivia sulla puntata.
  1. Al secondo episodio, Danny Rand cita il suo pugno d’acciaio, abilità che ne vale anche il nome di battaglia (Iron Fist). Il modo in cui è realizzato graficamente il pugno d’acciaio è ispirato maggiormente allo stile di disegno del fumettista Kaare Andrews, dove lo disegnava proprio come una energia che proveniva da dentro il suo corpo, come se dentro Danny ci fosse una lampadina che ne illumina l’interno; difatti, c’è un enorme risalto con una colorazione nera delle venatura e delle ossa. Prima di Andrews, i disegnatori che l’hanno preceduto disegnavano la manifestazione del sui chi come una energia esteriore che ne ricopriva il pugno
  2. Danny definisce il suo ruolo con un aggettivo specifico: “Immortal”. Non solo è una citazione alla serie che ha rivoluzionato il personaggio così tanto da spingere la Marvel ad una trasposizione televisiva (Immortal Iron Fist di Matt Fraction, Ed Brubaker e David Aja) ma anche la descrizione del suo ruolo all’interno della società di K’un-Lun. L’Iron Fist non è immortale perché non può morire ma perché c’è sempre un continuo lavoro da parte della città nell’addestramento di una persona pronta a prendere il posto di Iron Fist quando il suo predecessore muore. Prima di Danny, infatti, ci sono stati ben 66 Iron Fist. 
  3. I do know that ever since the Incident, I’m seeing a lot more people who honestly believe they have superpowers” dice Paul Edmondson. La sua frase potrebbe riferirsi o alla battaglia di New York avvenuta tra i Vendicatori e i Chitauri nel primo Avengers, oppure alla dispersione delle Nebbie Terrigene avvenuta in Marvel’s Agents Of S.H.I.E.L.D.
  4. Sul telefono di Ward, il numero di Harold Meachum è salvato come “Frank N. Stein”. È un chiaro riferimento a Frankenstein. Che Harold sia stato ucciso e poi resuscitato dalla Mano?
  5. Ward Meachum sends his regards“: citazione al ruolo di Finn Jones come Ser Loras Tyrell?
  6. Potrebbe non essere una citazione, ma il nome scritto sul passaporto di Danny (John Anderson) è il nome di un personaggio comparso per breve tempo nei fumetti dell’Uomo Ragno.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Fascino del tema orientale e dell’aura di “santone” misterioso che circonda Danny, perlomeno efficace 
  • I “vaneggiamenti” di Danny, comunque interessanti, con i riferimenti alla Mano: alla faccia di chi diceva che in Daredevil erano stati inutili
  • La sequenza finale: finalmente l’Iron Fist 
  • Personaggi secondari privi di spessore o originalità 
  • Ok il “non detto”, ma così è anche troppo 
  • Nella seconda puntata ancora meno azione della prima
  • Who is Danny Rand?, dopo due episodi, ancora non si conosce la risposta 
Con la sequenza finale, arrivata attesa come mai era capitato in un’altra serie Marvel/Disney/Netflix, lo show dell’ultimo Defenders sembra aver registrato il suo tardivo avvio, salvando l’interesse dei suoi “nuovi” spettatori. Iron Fist si è preso il suo tempo, fin qui nulla di male, ma adesso è arrivato il momento di partire.

Snow Gives Away 1×01 ND milioni – ND rating
Shadow Hawk Take Flight 1×02 ND milioni – ND rating

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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