The Leftovers 3×05 – It’s A Matt, Matt, Matt, Matt WorldTEMPO DI LETTURA 6 min

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That’s the guy I was telling you about.

E ci risiamo. L’appuntamento stagionale fisso con l’episodio incentrato su Doctor Who Matt Jamison non poteva mancare. E, al solito, finisce per regalare perle di eccesso misto ad assurdo impareggiabili. Per di più, rispetto ai precedenti “due capitoli”, stavolta la storyline del reverendo Jamison si lega particolarmente alla trama generale, e al resto dei protagonisti dello show. Matt, infatti, ha adesso dei compagni di viaggio, e tutti vanno in Australia, a ricongiungersi con la sorella e i Garvey.
Forse perché stavolta il ridotto ordine di episodi, rispetto ai canonici dieci, non permette la solita introspezione “solitaria” del personaggio quando mancano solo tre puntate alla fine. Più probabilmente perché a questo punto, come dice lo stesso John Murphy, se per l’anniversario della Dipartita dovrà succedere qualcosa, sarà proprio in Australia che accadrà.
Eccesso e assurdo, come si diceva, lussuria e perdizione, ma soprattutto scienza e fede. Per Damon Lindelof, d’altronde, sembra ormai essere una fissazione, ma allo stesso tempo questa non riesce a risultare mai ripetitiva o, di conseguenza, stucchevole. La bravura dell’autore, in evidente perfetta sinergia con Tom Perrotta, è infatti quella di cambiare registro praticamente ad ogni episodio, di dare una precisa identità a quei 60 minuti che sanno tanto di cinema, ben inseriti comunque, allo stesso tempo, in una narrazione più grande. E’ una pratica che Lindelof già utilizzava in Lost, ma che in The Leftovers trova la sua più alta sublimazione.
Anche le vicende degli “isolani” abbracciavano infatti una singola focalizzazione per puntata: l’episodio su Jack diventava allora un medical drama; quello su Kate una crime story; ad Hurley toccava la spassosa commedia dell’assurdo, e così via. In questo caso però, più che per generi, gli autori procedono per stili, temi, profonde filosofie, arrivando a diversificare perfino gli elementi tecnici ed extra-diegetici, come la colonna sonora “francofona” che si ripercuote per tutto l’episodio (con l’unica eccezione dell’onnipresente Max Richter, chiamato in causa sempre al momento giusto). Micro e macro storia, a comunicare continuamente, perché Lindelof-Perrotta, come accennato, dimostrano allo stesso modo anche una mirabile visione d’insieme e una straordinaria continuità, narrativa quanto tematica.
Nella scorsa stagione, infatti, in “No Room At the Inn” Matt/Giuseppe e la sua Mary/Maria vagavano nel campo dei profughi/Betlemme nel tentativo di entrare a Miracle/Gerusalemme, riuscendo infine a veder compiuto il miracolo divino. Stavolta i protagonisti si trasformano in Apostoli, come dice Luke, del nuovo Messia/Kevin, colti nel tentativo di raggiungerlo. O, ancora meglio, nei Re Magi, che seguono i messaggi profetici della sua venuta. Il “Man of Science” a contrastare il cieco spiritualismo di Matt, stavolta, è incarnato da Laurie Garvey, a controbilanciare gli equilibri interni della spedizione. Il risultato è un gruppo eterogeneo che ben figura reggendo ottimamente la puntata, toccando anche vette di inguaribile comicità, in particolare al momento di entrare sul traghetto.
Ma come detto, è Matt l’assoluto protagonista, o ancora meglio il “Matt, Matt, Matt, World”. La parabola del reverendo trova il suo tragico e amaro finale. Una vera e propria trilogia, che parte dalla già meravigliosa terza puntata della prima stagione, che dopo un preparatorio inizio, ebbe il merito di far capire al pubblico l’elevata ambizione e caratura della serie, e che guarda caso, si chiamava “Two Boats and a Elicopter” (stavolta abbiamo un aereo, una barca e un sottomarino ma, tecnicamente, siamo lì).
Continui rimandi interni si susseguono in tutti i livelli, vedi l’ambientazione “corrotta”, ossia il casinò e il gioco d’azzardo, o il primo duro colpo alla fede di Matt, che dopo aver saggiato la manifestazione divina, finisce per perdere la propria chiesa. Stessa cosa dicasi per la citata “No Room At the Inn”, con la versione di Sodoma e Gomorra della città di Miracle, e Matt che tocca il suo punto più basso, per poi raggiungere la più alta gratificazione del proprio credo, col miracolo del risveglio della moglie, per altro incinta. Sodoma e Gomorra si spostano, adesso, su di una lasciva Arca di Noè, dove tra l’altro risiede un uomo che si spaccia per Dio. Lo scontro tra moralità e peccato, la presenza “fisica” di Dio contro la sua assenza nello spirito di ciascun occupante del traghetto, tutte dicotomie che raggiungono un apice mai così intenso, significativo e complesso. Il percorso del reverendo giunge a un decisivo bivio, tutto crolla nuovamente, alla crisi familiare, oltre che fisica, si aggiunge quella di fede, per l’uomo che più di tutti la possiede. Le verità di David Burton ribaltano le ferme convinzioni su cui Matt ha fondato la sua intera vita, fino, probabilmente, a farle crollare definitivamente.
Il John Locke di The Leftovers stavolta non arriva a sacrificarsi per la propria fede, come invece ha fatto Jeremy Bentham (chi sa, capirà), ma giunge ad abbandonarla del tutto. Lo sguardo che Matt rivolge in macchina, nell’ultima inquadratura, e la citazione riportata ad inizio recensione, sembrano non lasciare dubbi. Ecco “l’uomo di cui stavo parlando” dice il reverendo, mentre sullo sfondo Burton/Dio viene sbranato smascherando tutta la propria fallibile umanità, solo apparentemente in direzione dei propri compagni di viaggio, ma in realtà riferendosi probabilmente all’entità sulla quale ha fondato la propria esistenza. Se in “Two Boats and a Elicopter” Matt riviveva in una sequenza tutta la propria vita; se “No Room At the Inn” rappresentava il momento di svolta “centrale” del suo percorso; con questa “It’s A Matt, Matt, Matt Word” l’uomo affronta la propria morte, finendo con l’abbracciarla, tragicamente e amaramente. E, va detto, con un Christopher Ecclestone che meriterebbe ogni premio possibile e immaginabile.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • L’intro dell’episodio, che spiega il perché tutti i protagonisti sono costretti a rimanere in Australia, ma che è soprattutto una gran figata
  • La barzelletta “sporca” di Matt Jamison 
  • Matt, Dio e Max Richter: una delle più grandi scene intimistiche messe in scena dalla serie 
  • La macchina del seme destinata a rinvigorire Frasier The Lion 
  • David Burton: i più attenti l’avranno riconosciuto. Non è la prima volta che vediamo l’ex atleta olimpico che dichiara di essere Dio. E’ apparso già in “International Assassin” e “I Live Here Now“, entrambe le volte nell’esperienza “post-morte” di Kevin. Oltre a tali presenze fisiche, poi, in “Axis Mundi” Michael riceve una lettera dall’uomo sul pilastro, destinata proprio a Burton, a Sidney. In “Off Ramp“, infine, viene nominato al telegiornale, che riporta il  suo ritrovamento sulle montagne dell’Australia,  in cui afferma “di essere stato in un hotel”
  • Nulla di nulla 

 

The Life and Death of Jeremy Bentham Matt Jamison. Semplicemente, una delle più belle… “trilogie” sulla fede mai apparse sul piccolo schermo.

 

G’ Day Melbourne 3×04 0.81 milioni – 0.4 rating
It’s A Matt, Matt, Matt World 3×04 0.91 milioni – 0.4 rating

 

 

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Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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