The Mist 1×02 – WithdrawalTEMPO DI LETTURA 5 min

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This is what happened.

L’emittente televisiva Spike, non contenta del rilascio della première, concede ai propri spettatori un ulteriore regalo: il secondo e terzo episodio di The Mist vengono resi disponibili online, dando quindi modo a chiunque di addentrarsi nella fitta coltre di mistero che si addensa sulla ridente cittadina di Brigton.
“Whitdrawal” rappresenta la prima portata di questo doppio regalo dal retrogusto insipido e privo di verve. Nella scorsa recensione si sottolineava come il fattore climatico della nebbia contribuisca ad alimentare la sensazione di inquietudine e terrore nei protagonisti (e quindi di riflesso anche negli spettatori). E’ giusto però precisare come questo fattore si ponga ben lontano dalla nebbia ricreata nel film di Darabont: nella serie di Torpe la nebbia non preclude in maniera totale la vista (così resa narrativamente nel racconto del 1976 “Guardammo la foschia che la avvolgeva e la rendeva inconsistente, non più un essere umano, ma uno schizzo a inchiostro di un essere umano fatto sulla più bianca carta del mondo“) e, pecca ancora maggiore, per ora è semplicemente abbozzata qualsiasi mostruosità si celi al suo interno. Certo, si tratta solo del secondo episodio quindi la fase di rodaggio appare quanto meno giustificabile, tuttavia il coinvolgimento horror latita e, fatta esclusione per qualche insetto apparso sporadicamente, il resto è il nulla.

As a species we’re fundamentally insane. Put more than two of us in a room, we pick sides and start dreaming up reasons to kill one another. Why do you think we invented politics and religion?[The Mist, 2007]

La struttura della serie e della storia in generale non si ferma al semplice horror/thriller fantascientifico, bensì cerca di addentrarsi nella psicologia dei singoli personaggi cercando di presentarli allo spettatore tramite le loro azioni: il leit motiv del racconto, dal lato psicologico, si sposta quindi dal “something in the fog!” al ben più complesso “calato in un contesto semiapocalittico di questo livello, io spettatore che scelte prenderei?“. D’altra parte il tema della sopravvivenza rappresenta uno dei filoni cinematografici forse più abusati (basti pensare al brand The Walking Dead, per rimanere sul recente ed in campo seriale).
Pur riuscendo ad essere preso in maggior considerazione all’interno della storia (rispetto al tema horror praticamente inesistente), questo lato psicologico appare strutturato frettolosamente ed in malo modo, tanto che alcuni personaggi, come veniva fatto notare nella scorsa recensione, vengono costruiti attorno ai soliti binari stereotipati che nulla aggiungono alla caratterizzazione o alla storia in sé.
Torpe si è affidato ad un racconto spezzato in due diversi ambienti e contesti: una chiesa trasformata in rifugio ed un centro commerciale (quindi non il semplice supermercato di Darabont). Nella prima si cerca di creare empatia nello spettatore con un marcato momento di lutto, al quale viene concesso l’intero minutaggio delle riprese all’interno della chiesa, ma l’intera scena appare decisamente forzata. È giusto però precisare che non appare forzata la decisione del lutto tra i vari superstiti e concittadini, bensì quella di tentare a tutti i costi la via dell’empatia con lo spettatore sfruttando un personaggio (il marito della signora Raven) comparso in tre scene con minutaggio totale di trenta secondi scarsi, appoggiandosi ad un altro (la moglie), apparsa certamente di più ma che, per ovvie ragioni, rassembra la figura dell’estraneo trattandosi questa della sola seconda puntata. Solitamente la tematica della morte di un personaggio cerca di essere sfruttata in maniera sapiente per cercare di recuperare magari l’attenzione del proprio pubblico, ma in questo caso l’intera scena (compresa la melanconica musica di sottofondo) appare oltremodo forzata.

It’s the end, I tell you. The end of everything. It’s the Last Times. The moving finger has writ, not in fire, but in lines of mist. The earth has opened and spewed forth its abominations.[Stephen King, The Mist]

In parallelo alle vicende presentate all’interno della chiesa, The Mist presenta il proprio esperimento psicologico all’interno di un centro commerciale, dove si ha forse il primo vero richiamo (in quanto a temi della narrazione e non al mero contesto paesaggistico) al racconto di Stephen King: l’Arrowhead Project. Pur essendo semplicemente abbozzato, rappresenta forse il guizzo della puntata che calamita maggior interesse: rappresenterà abbastanza certamente il fulcro narrativo del gruppo presente nel centro commerciale. Il resto del ramo narrativo incentrato nel chiuso del tempio romeriano è scandito da un solo avvenimento (la ricerca di una radio di emergenza), facendo dono allo spettatore di alcune delle poche scene lievemente cariche di pathos.
Pur non essendo sufficiente il voto generale, The Mist ha fino ad ora un pregio di cui silenziosamente cerca di abusare: riuscire a coprire la maggior parte del minutaggio facendo scordare allo spettatore della nebbia (nulla la sua esistenza nelle scene in chiesa) oppure soprassedendo sul fatto che la nebbia dovrebbe pullulare di oscene mostruosità. In ottanta minuti totali (tra primo e secondo episodio) non si sono intraviste creature nemmeno se gli stessi protagonisti cercano di perdersi all’interno della nebbia: un po’ di musica carica di suspence, gente che corre e urla, ma zero animali.
Se non si può essere delusi, lo stato d’animo più vicino è sicuramente quello del disappunto.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Project Arrowhead
  • La nebbia ed i suoi inquilini (se si usassero)
  • La nebbia
  • Lo scontro tra Eve e Clint: primo morto senza alcun senso
  • L’empatia forzata durante la protratta scena di lutto
  • Bryan vede una signora nella nebbia (sapendo che quest’ultima cela qualcosa di nascosto), da sola, ma decide di soprassedere comunque sul fatto non parlandone
Tema horror praticamente assente, psicologia dei personaggi inconsistente: The Mist pur essendo solo al suo secondo episodio non cerca nemmeno di guadagnarsi la visione.
Pilot 1×01 0.68 milioni – 0.2 rating
Withdrawal 1×02 0.49 milioni – 0.2 rating

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Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L’Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv, film e lettore appassionato di libri e manga. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell’umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di Recenserie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L’unico uomo con la licenza polemica.

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