Poldark 3×06 – Episode 6TEMPO DI LETTURA 6 min

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Nel suo ultimo lavoro prima del tragico suicidio, il saggio “I sommersi e i salvati” (1986), e nello specifico nel terzo capitolo, Primo Levi trattava del sentimento di vergogna che assaliva i superstiti dei lager nazisti al posto della gioia per la liberazione: vergogna scaturita sopratutto dalla consapevolezza di essere sopravvissuti mentre decine, centinaia di altre persone, forse più meritevoli, sono morte e tutto per una mera casualità.
Un sentimento del genere anima al momento Dwight Enys, reduce dalla lunga cattività a Quimper (“And every breath I take makes me feel guilt that I am here and others are not”), insieme all’incapacità quasi fisiologica di ritornare alla vita “normale” e all’abbraccio di una donna dopo aver vissuto per tanto tempo in mezzo al lerciume, al sangue, alla sofferenza e alla crudeltà degli aguzzini (“Accustomed to the cries of wounded men, the quiet appals me. I have slept so long on filthy straw that soft linen seems wanton luxury. Having lived in the shadow of the firing squad, the least noise makes me scream”): tutti segni di un vero e proprio disturbo post traumatico da stress. Sono sensazioni e stati d’animo che una donna come Caroline, per quanto innamorata e disponibile, non può capire: non è un caso che i suoi tentativi di tirare su di morale il proprio uomo, fondati sull’ingenua convinzione che bastino un po’ di comodità e di affetto, falliscano miseramente e che la cura (o meglio “a direction by which we may come at a cure”) venga dalle chiacchierate con un altro ex-prigioniero, Hugh Armitage, che come il medico ha provato sulla propria pelle gli orrori della guerra e rappresenta al momento l’unica persona con cui questi possa confidarsi senza problemi.
Nell’incapacità di affrontare al meglio una situazione per loro inedita, Dwight e Caroline finiscono per farsi torto a vicenda: lui chiudendosi in se stesso ed evitando di far partecipe la moglie dei propri problemi, seppure sia giustificato dalla natura del trauma subito e dalla volontà di non mettere la propria amata a conoscenza delle orrende esperienze appena vissute; lei assumendo un approccio nei confronti del marito troppo superficiale e ingenuo, nella convinzione che bastino un po’ di comodità e di affetto per guarire. Il fatto che debba intervenire Ross Poldark (per la seconda volta, la prima è quando porta Hugh alla residenza dei Penvenen perché riconosce nel giovane l’unico capace di aiutare al meglio Dwight) per spingere il dottore ad aprirsi alla propria donna la dice lunga su quanta strada ancora i due debbano fare per vivere serenamente la propria vita amorosa.
 
Demelza: “Judas, Ross! Why could you not have been magistrate? Why did you turn down the chance when ‘twas offered?”
Ross: “The thought has occured to me.”
 
Ross Poldark e consorte non sono i soli a chiedersi perché il moro abbia rinunciato alla carica di magistrato aprendo le porte al regno del terrore di George Warleggan, perché lo fa sicuramente ogni singolo spettatore. Mai come in questo sesto episodio la decisione di Ross, dettata all’epoca dal più becero idealismo e dalla più deprecabile ingenuità, si è dimostrata deleteria, così come mai in questa terza stagione il nuovo signore di Trenwith si è rivelato così in forma nel compiere cattiverie; lo si potrebbe anzi definire il vero protagonista della puntata, che non a caso si apre con il suo risveglio mattutino e si chiude con la sua uscita trionfale dalla chiesa in cui ha appena fatto celebrare le nozze tra Morwenna e il reverendo Whitworth.
L’homo novus di Truro, nipote di un misero fabbro che è riuscito grazie alla fortuna e alla spregiudicatezza, a ottenere ricchezza e potere e che tuttavia si vede ignorato dall’aristocrazia e maledetto dalla nascita di un figlio rachitico (che non è davvero suo, ma questo continua a ignorarlo), non è più mosso nel suo agire solo dall’ambizione ma anche dal rancore, dalla volontà di imporsi sugli altri, di ferirli, finanche di eliminarli. Nella sua ossessiva crociata contro i rospi con cui puntualmente Drake Carne ripopola lo stagno di Trenwith, dietro l’ovvia ragione di porre fine ai fastidiosi gracidii sembra nascondersi, inconscio o meno, il desiderio di cancellare qualcosa che gli ricorda Charles e l’odiato Ross, poiché i due adoravano quegli anfibi (passione a quanto pare ereditata da Geoffrey Charles) e si divertivano a usarli per bullizzare il “povero” George: una furia iconoclasta, quella contro i due coetanei che il Warleggan estenderebbe, se potesse, a tutti i Poldark, e difatti eccolo che tira nuovamente fuori l’argomento della partenza di Geoffrey Charles per Harrow e augura una prossima morte alla zia Agatha. Similmente, alla base della sua decisione di colpire Drake facendolo passare per il ladro della preziosa Bibbia di Joffrey Charles c’è solo la volontà di farlo condannare a morte e di colpire l’odiato rivale con la perdita del cognato, mentre l’idea di sfruttare la circostanza per ricattare Morwenna e farle sposare contro la propria volontà il reverendo Whitworth in cambio della salvezza dell’amato sorge in un secondo momento.
L’altalena di emozioni su cui Drake e Morwenna si trovano oscilla non poco nell’arco di sessanta minuti: si passa dall’iniziale situazione di incertezza ereditata dalla scorsa puntata, con la ragazza decisa a scegliere il dovere per non mettere a rischio la vita dell’amato, ma incapace poi di rinunciare a lui, alla gioia dei due amanti che si scambiano la promessa di sposarsi, rimandando le nozze a un futuro che si spera prossimo, per poi precipitare nella disperazione più nera che Morwenna prova già al momento del ricatto e che Drake conosce solo quando gli si para dinanzi l’immagine del viscido reverendo che ha appena preso in moglie la ragazza. Se finora la storia d’amore tra Dwight e Caroline era sembrata la più triste e sfortunata, di sicuro il “prestigioso” scettro passa adesso a Morwenna e Drake, separati adesso non solo dal destino avverso ma anche da un vincolo quale il matrimonio che sarà molto difficile da spezzare o da aggirare.
E a proposito del reverendo, si chiude con la curiosità che lo riguarda: la scena in cui succhia con passione l’alluce della prostituta e che serve per mettere subito in chiaro tutta la sua perversione sarebbe dovuta comparire già nella serie del 1975, quella in cui il viscido Osborne era interpretato da Christopher Biggins, anche se lì il piede in questione sarebbe dovuto essere della sorella minore di Morwenna, Rowella. La scena fu girata, ma i vertici della BBC si opposero alla sua messa in onda: altri tempi, altra televisione, la rivoluzione sessuale portata dalla HBO era ancora lontana. La nuova scena sarà anche disgustosa, ma mette subito in chiaro che razza di uomo sia il reverendo meglio di quanto farebbero cento parole e fa temere non poco per la nuova vita coniugale della povera Morwenna.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La narrazione del difficile ritorno di Dwight alla vita normale
  • George Warleggan in splendida forma (nel compiere cattiverie)
  • Il reverendo Osborne Whitworth e l’alluce della prostituta: still a better love story than Twilight
  • Dispiaceri a profusione per gli spettatori

 

Benché non sia roboante come il precedente, questo nuovo episodio di Poldark offre agli spettatori in cerca di un personaggio da odiare visceralmente un George Warleggan in piena forma e piazza nel finale un colpo di scena che avrà grosse conseguenze sul futuro della storia. Chi sperava in un futuro roseo per Drake e Morwenna farà meglio ad armarsi di fazzoletti: c’è ancora speranza, ma la strada sembra tutta in salita.

 

Episode 5 3×05 ND milioni – ND rating
Episode 6 3×06 ND milioni – ND rating

 

 

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Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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