Game Of Thrones 7×06 – Beyond The WallTEMPO DI LETTURA 10 min

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Nella storia di Game of Thrones è sempre esistita la famigerata “nona puntata”: la più sconvolgente, spiazzante e destabilizzante dell’anno, capace di ribaltare le carte in tavola e di colpire allo stomaco lo spettatore con morti illustri e inaspettate (la decapitazione di Ned, le Nozze Rosse, il rogo di Shireen), o semplicemente la più spettacolare, la naturale sede delle grandi battaglie (BlackwaterCastle Black, la battaglia dei Bastardi). Anche quest’anno David Benioff e Daniel Brett Weiss non hanno voluto essere da meno e “Beyond the Wall” continua la tradizione della penultima puntata (che non è più la nona ma la sesta, a causa della riduzione del numero di episodi), regalando un episodio tanto visivamente spettacolare quanto pieno di forzature, assurdità varie e momenti semplicemente costruiti male.
Sulla qualità tecnica e sull’impatto emotivo, ovviamente, non si discute: Game of Thrones non è più una serie televisiva, è un kolossal hollywoodiano che offre riprese di paesaggi mozzafiato, scene di battaglie e un profluvio di effetti speciali che finora sembravano appannaggio solo del cinema, dei Lucas, dei Cameron e dei Jackson, e che probabilmente dopo la conclusione della serie non si vedranno in televisione ancora per un bel po’ (sempre che tra gli annunciati spin-off non ci sia qualcosa sulle conquiste di Aegon I o sulla Danza dei Draghi). La spedizione degli Inglourious Basterds Jon Snow, Jorah Mormont, Tormund Giantsbane, Gendry, Sandor Clegane, Beric Dondarrion e Thoros di Myr trasuda epicità da ogni parte, è la sfida di pochi valorosi (o incoscienti) contro una natura gelida e implacabile, ostile e minacciosa, contro un’armata di non-morti che ormai accoglie al suo interno umani, giganti e persino bestie; è lo sword and sorcery di Howard e Carter che incontra The Revenant di Alejandro González Iñárritu, è il ritorno alle storie di drappelli di eroi temerari impegnati in rischiosissime quest che sono alla base del fantasy moderno e degli RPG.
Il primo, grosso problema, ereditato dalla precedente “Eastwatch” è che le premesse su cui si basa l’intera missione suicida sono assurde, ai limiti del ridicolo: la cattura del non-morto è finalizzata ad ottenere l’appoggio di Cersei nella lotta contro i White Walkers, sennonché Cersei è ormai sconfitta e priva di un esercito degno di questo nome, per cui se anche accettasse (ipotesi remotissima, conoscendo il personaggio e la sua psicologia) l’aiuto che darebbe alla causa sarebbe minimo, ininfluente, ben lontano dal giustificare tutti i rischi corsi. E questo senza considerare il fatto che si potrebbero combinare le abilità di Davos come contrabbandiere e la conoscenza dei passaggi segreti della Red Keep di Varys per assoldare un assassino, uccidere Cersei e prendere il Sud senza colpo ferire, ma è chiaro che Benioff e Weiss vogliano trascinare la loro beniamina fino all’ultima puntata dell’ultima stagione e, non contenti di averle regalato deus ex machina e vittorie facili a volontà per sopravvivere allo sbarco di Daenerys, hanno tirato fuori questo armistizio.

Beric Dondarrion: “Death is the enemy, the first enemy and the last.”
Jon Snow“But we all die.”
Beric Dondarrion“The enemy always wins. But we still need to fight him.”


A minare la qualità dell’episodio ci pensano soprattutto alcune imbarazzanti scelte di scrittura e di montaggio. Innanzitutto, la parte puramente action della spedizione (che è la più godibile) è preceduta da una serie di chiacchierate e dialoghi tra i diversi membri che ne fanno parte, col chiaro scopo di creare una sorta di cameratismo tra i guerrieri, non sempre pienamente riusciti e a volte fin troppo forzati e finti: è il caso, ad esempio, della rievocazione dell’assedio di Pyke da parte di Jorah e Thoros, messa lì probabilmente per ricordare allo spettatore che anche il prete rosso ubriacone ha una backstory o più probabilmente per dare ai due qualcosa da dirsi, o delle ennesime lamentele di Gendry sul fatto che la Fratellanza senza Vessilli lo abbia venduto a Melisandre; anche il dialogo tra Jon e Jorah, benché ben scritto e commovente nella sua rievocazione di Jeor Mormont, sarebbe dovuto avvenire prima, avendo avuto i due parecchie occasioni per interagire a Dragonstone durante il viaggio in mare e a Eastwatch, mentre risulta poco verosimile che abbiano voluto affrontare l’argomento solo a questo punto.
In secondo luogo, si sceglie di spezzare continuamente il ritmo dell’azione inframmezzando la spedizione dei “magnifici sette” con scene di Dragonstone e di Winterfell, mentre una narrazione continua (o con una singola interruzione in cui concentrare le scene che non si svolgono oltre la Barriera) sarebbe sicuramente risultata più fluida e coinvolgente. Le vicende di Winterfell sono semplicemente oscene: Littlefinger da grande genio politico che ha scatenato la guerra dei cinque re, messo gli Stark contro i Lannister, orchestrato insieme a Olenna l’uccisione di Joffrey e conquistato la Valle infinocchiandone i lord, si è tramutato in un povero seminatore di discordie tra ragazzine, mentre Arya e Sansa bisticciano come se fossero ancora le bambine della prima stagione, rinfacciandosi le colpe e scambiandosi minacce neanche troppo velate. A Dragonstone Tyrion e Daenerys hanno finalmente un confronto diretto dalla battaglia contro Jaime ed è la fiera delle assurdità e delle banalità: da un lato la distruttrice di catene si lancia in un elogio della strategia del terrore che avrebbe fatto felice Maegor il Crudele, dall’altro il nano parricida che non esitò a usare l’altofuoco contro un’intera flotta continua a recriminare l’esecuzione dei Tarly; in mezzo chiacchiere amene sulla presunta cotta del King in the North (benché l’unica a fare gli occhi dolci finora sia stata Daenerys, è il secondo caso dopo la battuta di Davos in “Spoils of War” che si attribuisce a Jon un’attrazione mai vista, quasi l’intento degli autori fosse di forzare l’innamoramento tra i due alludendovi a parole per risparmiare tempo), sull’inaffidabilità e pericolosità di Cersei (la scoperta dell’acqua calda!) e sulla ridicola metafora della ruota da spezzare che vorrebbe conferire a Daenerys un’aura rivoluzionaria, nonostante si stia comportando in maniera non molto diversa da un qualsiasi altro tradizionale conquistatore (con l’unica differenza che le sta prendendo).
La parte finale della spedizione, dalla carica dei non-morti che hanno accerchiato lo sperone roccioso su cui si sono trincerati i superstiti (in verità dei “big” muore solo Thoros di Myr, Tormund ci va vicino ma viene salvato e gli altri caduti sono i Bruti senza nome) fino alla ritirata a Eastwatch, è da cardiopalma, benché non manchino anche qui piccole e grosse sbavature che si sarebbero potute evitare con un minimo di attenzione in più. Il neo maggiore è rappresentato dalla velocità degli spostamenti: mentre Jon e i compagni passano la notte circondati dai non-morti, c’è tutto il tempo perché Gendry raggiunga la Barriera, un corvo venga mandato da Eastwatch a Dragonstone e Daenerys voli con i tre draghi fino all’estremo nord, arrivando a salvare i dispersi proprio nel momento più opportuno; se si considera che Westeros è un continente grande quanto il Sudamerica e che Dragonstone è molto lontana dalla Barriera, appare evidente l’ennesima forzatura (anche ammesso che i draghi viaggino alla velocità di un aereo, un corvo è molto più lento e deve pure riposare ogni tanto). Più difficile, invece, valutare il comportamento del Night King che, anziché assalire Jon e compagni, attende pazientemente che il lago si ghiacci naturalmente: potrebbe essere l’ennesimo buco di sceneggiatura per mantenere in vita gli eroi il tempo necessario perché Daenerys li raggiunga, così come potrebbe trattarsi di un piano premeditato per aspettare l’arrivo dei draghi e ucciderne uno (dando per scontato che abbia il potere di ‘vedere’ certe cose, è la spiegazione più logica).
Si arriva dunque al momento clou dell’episodio, quello in cui è rifilato allo spettatore uno dei più poderosi shock della saga: la morte di Viserion, trafitto dalla lancia di ghiaccio del Night King (e per poco Drogon non lo segue). È un evento sicuramente epocale, un pugno allo stomaco emotivamente parlando, ma non finisce qui perché, in una sequenza finale tra le più spiazzanti e d’impatto, l’esercito dei morti tira fuori dal lago il cadavere del bestione e il Night King lo fa resuscitare con un tocco, trasformandolo di fatto in una potentissima arma al suo servizio, mentre lo spettatore ha già l’acquolina in bocca all’idea di vedere, presumibilmente nella prossima stagione piuttosto che in questo season finale, uno scontro aereo tra zombie-Viserion e Drogon e/o Rhaegal.
A proposito di dipartite, non si può non citare Benjen Stark, ritornato un’ultima volta per salvare Jon; tuttavia fa storcere il naso il riciclo del personaggio nel ruolo del salvatore di un proprio nipote, dopo il salvataggio di Bran, mentre la sua morte sembra inserita al solo scopo di liberarsi dell’ennesimo personaggio secondario su cui gli autori non sanno più cosa scrivere, visto che sarebbe potuto benissimo fuggire a cavallo insieme a Jon seminando i non-morti.
Bilancio finale della spedizione: svariati morti, un drago in meno, un bel power up per i White Walkers, e tutto questo per catturare uno zombie e provare a convincere della loro esistenza una regina militarmente inutile. Complimenti Tyrion, un piano d’azione degno di un gibbone! Non tutto il male, però, viene per nuocere e per un power up dei White Walkers arriva un deus ex machina a favore degli eroi di Westeros: la scoperta che uccidere un White Walker faccia morire automaticamente tutti gli zombie che ha resuscitato puzza tanto di trucco tirato fuori dagli autori all’ultimo minuto per risolvere una guerra che non saprebbero in quale altro modo concludere, perché contrasta nettamente con quanto visto in “Hardhome”, quando Jon Snow uccide un White Walker e nessuno zombie morì; ma, siccome lo scontro si sta facendo sempre più sbilanciato a favore dell’armata dei morti, un deus ex machina vale l’altro e la prospettiva di una singolar tenzone tra Jon e il Night King è meglio di tante altre alternative.
Inoltre la disavventura oltre la Barriera ha avvicinato notevolmente Daenerys e Jon, come dimostra la scena sulla nave che riparte per Dragonstone, una scena intima, dominata dal senso della perdita e della sconfitta ma anche dalla gioia della sopravvivenza, in cui i due interpreti sfoderano una certa apprezzabile chimica. All’inizio della puntata, parlando con Tormund, Jon aveva rievocato la figura di Mance Rayder, il re che non si era mai inginocchiato a nessuno e il cui orgoglio aveva causato innumerevoli vittime; nel finale, nell’intimità della cabina, Jon finisce per compiere la scelta diametralmente opposta, consapevole che la salvezza dell’umanità ha la priorità su tutti i giochi di potere e su tutto l’orgoglio di questo mondo.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • A livello visivo e coreografico non è più televisione, è un kolossal hollywoodiano
  • La battaglia contro gli zombie gronda epicità da ogni parte
  • Buona chimica tra la Clarke e Harington nella scena della cabina
  • Morte e resurrezione di Viserion: due colpi al cuore a così breve distanza
  • Interazioni tra i ‘magnifici sette’ spesso forzate e poco riuscite
  • Il dialogo tra Tyrion e Daenerys
  • I bisticci di Arya e Sansa a Winterfell
  • La parabola discendente di Littlefinger: da genio dell’arrampicata sociale a seminatore di zizzania tra ragazzine
  • Viaggi-lampo da nord a sud e viceversa, tutto in una notte
  • Benjen Stark, riciclato come salvatore dei nipoti e fatto morire perché uno Stark morto mancava da troppe puntate
  • Svelato il trucco per sconfiggere il Night King, e poco importa che non sia coerente con quanto visto in altre occasioni
“Beyond the Wall” non è l’episodio che ci si aspettava di vedere in una posizione “cruciale” quale la penultima: troppi i cali di scrittura, troppe le forzature e i buchi di sceneggiatura, troppo palese la volontà di fornire ai White Walkers un power up preoccupandosi il meno possibile della coerenza e della qualità della narrazione. Lo riscattano parzialmente l’epicità della spedizione oltre la Barriera, la maestosità della messa in scena, il profluvio di effetti speciali e lo shock emotivo che la morte e successiva resurrezione di Viserion provocano, ma ciò rende evidente quanto la creatura nata dalla penna di Martin, e andata avanti senza di lui (perché non poteva permettersi il lusso di attendere i suoi tempi di lavori biblici), sia diventata un kolossal tanto sontuoso quanto superficiale, che intrattiene dignitosamente ma va visto a cervello semi-spento.
Eastwatch 7×05 10.7 milioni – 5.0 rating
Beyond The Wall 7×06 10.2 milioni – 4.7 rating

 

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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