Ozark 1×10 – The TollTEMPO DI LETTURA 9 min

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“Why would I want to keep a baby alive in this world?”


Ozark conclude la propria cavalcata con l’ennesimo episodio dalla pregevole fattura, ma che non riesce a convincere in maniera totale lo spettatore durante la visione. Per quanto la trama venga portata avanti in maniera lineare su tutti i fronti apparsi fino ad ora (qualcuno meno degli altri, come è naturale), molte questioni -anche fondamentali- rimangono insolute o in sospeso. Sì, in sospeso perché valutando il finale di stagione, la produzione di una seconda risulta altamente probabile nonché congeniale a colmare porzioni di storia volontariamente tralasciate per mantenere un certo tono di suspance narrativa.
Come è naturale, la recensione dell’episodio conclusivo è volta anche a tirare le somme di quello che è stato il percorso intrapreso dalla serie e dalla percezione dello stesso.

Diverse critiche sono state sollevate nei confronti di Jason Bateman e di Ozark, ma la principale è l’esagerata somiglianza con Breaking Bad e la non originalità del costrutto base della storia: “middle-aged white anti-hero does something terrible to help his family, and only gets pulled in deeper and deeper”. Presa a sé, si riesce ad intravedere benissimo nella frase la trama di Ozark. Ma è proprio il voler semplificare il tutto il problema. In Donnie Darko, film del 2001 di Richard Kelly, avviene questo scambio di battute in una delle scene forse più conosciute:
Donnie: Well, life isn’t that simple. I mean, who cares if Ling Ling returns the wallet and keeps the money? It has nothing to do with either fear or love.”
Kitty Farmer: Fear and love are the deepest of human emotions.
Donnie:Okay. But you’re not listening to me. There are other things that need to be taken into account here, like the whole spectrum of human emotion. You can’t just lump everything into these two categories and then just deny everything else.

Se prendiamo la frase-sunto della storia sopracitata noteremo una cosa: è possibile incasellare in quella descrizione tra il settanta e l’ottanta percento della produzione seriale in campo drama degli ultimi dieci anni. Addirittura, ponendo la possibilità d’alternanza per il sesso del protagonista la percentuale è potenzialmente maggiore. Volendo raggruppare e sintetizzare a tutti i costi, cercando di mettere in cattiva luce la serie prodotta da Netflix, si cade nel banale errore di generalizzare a tutto campo una critica che sotto certi aspetti si può trovare pertinente, ma che per altri risulta forzata e gratuita. Esattamente come dice Donnie, ci sono molte altre cose che vanno prese in considerazione per una più completa valutazione. Soffermarsi alla semplicistica critica “per far risultare innovativo questo plot bisognava proporlo 10-15 anni fa” è un errore madornale: la storia potrà non risultare innovativa per quanto cerchi di allinearsi ad archetipi già usati ed abusati da molteplici serie tv (ed è una cosa che avevamo già evidenziato con la recensione del pilot), ma se questa vuole essere vista come una mancanza, il contorno sopperisce ad essa in maniera ampia e più che sufficientemente.
Stando alla critica relativa all’originalità della storia, però, viene da chiedersi come Stranger Things risulti innovativa visto che attinge a piene mani da pellicole degli anni ’80-’90 e viva di richiami. Questo perché è un prodotto che sfrutta la potenza del mercato dei revival, allineandosi al desiderio peterpanesco del pubblico. Ma questa è un’altra storia.
La somiglianza con Breaking Bad trova l’inizio e la sua fine con determinati particolari che per forza di cose riportano alla serie AMC, ma i due personaggi (Walter/Martin) per quanto accomunati risultano diametralmente opposti. Walter era un padre di famiglia il cui male lo spinge ad intraprendere una carriera costellata dai pericoli per poter salvaguardare il futuro della propria famiglia, lasciandosi poi prendere troppo la mano e cedere al mero piacere personale. In Martin questa trasformazione non avviene (anzi, l’episodio 1×08 ha spiegato al pubblico le premesse totalmente differenti delle due serie continuamente accostate), dal momento che al pubblico viene già presentato come un personaggio dall’animo sporco. Per quanto riguarda i personaggi di Skyler e Wendy, il discorso è simile: il richiamo c’è per alcuni particolari, ma il personaggio di Laura Linney è calato in maniera totalmente differente nel contesto dell’illegalità rispetto a Skyler in Breaking Bad.
Un fattore in comune è l’antipatia che i due personaggi riescono a suscitare nello spettatore, segno comunque di una ottima interpretazione.
La fondamentale differenza, però, è un’altra: Breaking Bad risulta essere una serie improntata sulla singolarità (Walter White/Bryan Cranston), mentre Ozark cerca di ampliare la narrazione e si presenta come una serie improntata alla coralità (l’intera famiglia Byrde): questo fattore è stato evidenziato già con il finale del secondo episodio, quando Wendy ha bruscamente introdotto nel mondo dell’illegale e del crimine sia Jonah, sia Charlotte. Una cosa che in Breaking Bad manca totalmente, infatti.
Per l’appunto “non è corretto raggruppare tutto in due categorie per poi alla fine negare tutto il resto”.


“I’m tired of this back-slapping ‘Aren’t humanity neat?’ Bullshit. We’re a virus with shoes, okay? That’s all we are.” [Bill Hicks, 1992 ca.]

Un altro elemento che ha favorito l’accostamento tra Breaking Bad e Ozark è sicuramente la figura di Ruth Langmore, molto simile al personaggio di Jesse Pinkman nonostante anche qui sia la contestualizzazione che va poi a dividere le due figure ponendole come antitetiche sotto svariati aspetti: il peso della famiglia, la diversa motivazione per entrare nel mondo criminale, il rapporto con il superiore (Walter/Martin). Proprio a Ruth viene concesso poco in questo capitolo conclusivo, principalmente incentrato sull’operazione dell’FBI ed il piano di Marty per salvare sé e la propria famiglia. Alla giovane Langmore, dopo la precedente burrascosa puntata, si preferisce concedere più scene intimiste nelle quali viene mostrata tutta la sua dolcezza e tutto il suo affetto per i propri cugini (Wyatt e Three), privati del padre. Nonostante il basso minutaggio nell’episodio, il personaggio trasposto da Julia Garner (grazie anche alla sua ottima interpretazione) risulta essere (quasi) al pari dello stesso Marty in quanto ad importanza e peso specifico.
Abbiamo introdotto la recensione della settima puntata parlando delle invasioni animali (di carattere antropico) e di come queste riuscissero a devastare flora e fauna della zona nella quale avvenivano: l’ecosistema risentiva del nuovo elemento introdotto e cercava di amalgamarsi ad esso. Allo stesso modo, dicevamo, la comunità di Ozark si è riadattata attorno alla famiglia Byrde ed è proprio con questo episodio conclusivo che anche gli ultimi tasselli mancanti provano sulla propria pelle il peso di ciò che significa avere attorno i Byrde: dopo il massacro al porto nella scorsa puntata, in “The Toll” è la moglie del reverendo Mason a pagare pegno con una scena che non punta all’occhio dello spettatore, bensì alla mente lasciando solo immaginare cosa le sia accaduto.
È vero, non sono i Byrde ad uccidere e non sono tanto meno i mandanti, ma la loro entrata in questo precario ecosistema ha portato sconvolgimenti sia per i predatori (Snell), sia per le prede (proprietario strip club ed il pastore Mason). Tuttavia “the planet is a self-correcting system“: è proprio su questa desolazione e devastazione che la puntata pone le basi per la ricostruzione/ripartenza. Questa ci viene presentata affrontando tre diversi contesti: Rachel, Ruth e la sua (restante) famiglia ed i Byrde.
Rachel abbandona la sua vita ed Ozark, in fuga dopo aver sottratto del denaro (non quantificato) a Marty. Con la morte di Del, la sua potrebbe essere una figura messa completamente in disparte viste le future e ben più agguerrite battaglie in arrivo, tuttavia si tratta di un personaggio legato a doppio filo a Martin (legame sentimentale, visti gli sguardi ed il suo dimostrare attaccamento), quindi è difficile pensare che venga lasciata andare senza reinserimenti o ripercussioni.
Ruth, in lotta con la propria coscienza per ciò che è avvenuto nello scorso episodio, in un breve ma ben costruito dialogo con Wyatt dimostra il suo viscerale attaccamento alla famiglia. Attaccamento che potrebbe essere puro e sincero, oppure sporcato dai rimorsi per la morte di Russ. Come detto è uno dei personaggi maggiormente relegati in questa puntata il cui ampio spazio è stato concesso alla diatriba Del vs Martin vs Jacob Snell, tuttavia la scena tra Ruth e Wyatt mostra l’evoluzione del personaggio e la messa in pratica di uno dei leitmotiv della serie (o della vita?): affrontare le conseguenze.
Il terzo contesto riguardante la ricostruzione vede come elemento centrale e corale la famiglia Byrde: un dolce amaro happy ending che riunisce l’intera famiglia Byrde invece di dividerla per sfuggire alle probabili persecuzioni del cartello messicano. D’altra parte Marty è riuscito ad ottenere l’appoggio insperato degli Snell, nonostante questi ultimi si siano dimostrati dei carnefici senza cuore o anima.
Appare mal gestita, nell’insieme, la sottotrama riguardante il caso dell’FBI portato avanti dall’agente Roy: questa mal gestione potrebbe apparire tale più per il fatto che non riesca a far venire a capo di nulla che per altro. L’operazione non è mai riuscita a bucare lo schermo diventando un elemento centrale almeno di una puntata (forse fortunatamente, dato il carattere della serie), quindi una conclusione così insipida potrebbe risultare sotto certi aspetti soddisfacente nonostante lasci molti buchi a cui bisognerà far fronte, nel caso Ozark venga rinnovata per una seconda stagione.

“No, you’re right. There’s gotta be a God, cause there’s the devil. I think you are the fucking devil.”

Ozark potrebbe non avere l’appeal dell’ultima stagione di Breaking Bad e forse nemmeno la potenza narrativa con la quale quest’ultima riusciva a bucare il teleschermo. Tuttavia sarebbe un errore fondamentale etichettarla come una mera copia o generalizzare cercando di screditare la creazione di Bill Dubuque e Mark Williams. Ozark è un prodotto di pregevole fattura con ottima gestione di fotografia, musica (il clima creato all’interno dallo show è un masterpiece) e la recitazione non è da meno con un ottimo Jason Bateman capace di reggere lo show da sé, e questo finale di puntata ne è una prova. Ma è la coralità del racconto il vero punto forte di Ozark, nonché pilastro che viene sfruttato e supportato egregiamente. Qualche sbavatura e forse una eccessiva lentezza o prolissità visiva, ma non risulta essere un dispiacere. In attesa del rinnovo per una seconda stagione, non resta che fare i complimenti a Netflix per il prodotto confezionato.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Gestione dell’operazione dell’FBI e quindi anche dei personaggi ad essa collegati
  • Eccessiva lentezza
  • Finale oltremodo aperto
Con un ultimo capitolo all’altezza delle premesse, Ozark chiude il proprio personale percorso. Momentaneamente, si spera. E si spera anche faccia ritorno con maggiore azione e meno prolissità. Anche se infondo è proprio questo peculiare carattere della serie ad attrarre.
Coffee, Black 1×09 ND milioni – ND rating
The Toll 1×10 ND milioni – ND rating

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Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L’Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv, film e lettore appassionato di libri e manga. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell’umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di Recenserie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L’unico uomo con la licenza polemica.

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