Turn: Washington’s Spies 4×10 – Washington’s SpiesTEMPO DI LETTURA 8 min

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“The revolution never ends. You always wanted to fight for your country, just like your father. But I never told you everything I did during the war. Perhaps, someday, somehow, you’ll get this letter. But if not I’ll tell you myself when I see you, and you can share with me all you’ve learned from heaven.”

Con questa lettera (di cui si è riportata solo la splendida e commovente fine, essendo piuttosto lunga) indirizzata da un anziano Abraham Woodhull al figlio Thomas, caduto nella battaglia di Blandensburg durante una nuova guerra anglo-americana, quella del 1812, si conclude dopo quattro anni e quaranta episodi Turn: Washington’s Spies, la serie che ha raccontato la storia del Culper Ring e di come la nascita degli Stati Uniti d’America sia stata resa possibile tanto dai soldati e dai grandi condottieri quanto dalle spie, spesso uomini semplici, tavernieri e agricoltori, domestiche e sarti.
“Washington’s Spies”, il cui titolo si rifà esplicitamente a quello della serie, non è un episodio roboante ed esplosivo come i precedenti “Belly of the Beast” e “Reckoning”, ma piuttosto un series finale calmo, che placidamente conduce i protagonisti alla naturale conclusione delle proprie vicende personali, sia essa un lieto fine o un destino più amaro. Ciò che dà a questi ultimi cinquanta minuti un senso di completezza e di perfetta chiusura del cerchio narrativo è la scelta di non lasciar fuori nessuno dei personaggi principali, di ripescare persino figure uscite di scena da intere stagioni quali Giorgio III e Robert Rogers e di rievocare la memoria dei tre illustri caduti Nataniel Sackett, John Andre e Richard Woodhull. Le vicende belliche e politiche rimangono in secondo piano o si fanno semplice pretesto per sviluppi molto più personali: così la battaglia di Groton Heights (combattuta in verità il 6 settembre 1781, prima della caduta di Yorktown, ma in Turn posta dopo questa) dà l’occasione a Cicero di fuggire dalle grinfie di Arnold e di incontrare Akinbode, prima di essere entrambi catturati dai patrioti statunitensi; l’ingresso di Washington a New York dopo l’evacuazione delle truppe britanniche (avvenuto il 25 novembre 1783) permette di far incontrare il generale e l’editore James Rivington, dando vita a un dialogo che celebra la libertà di stampa e la magnanimità del vincitore nei confronti di un sostenitore dei Britannici che, tuttavia, in passato è stato vittima proprio del fanatismo dei patrioti; la legge che Selah Strong intende proporre per i veterani della guerra offre lo spunto per il riavvicinamento alla moglie Anna.
All’approssimarsi della fine del conflitto, non tutti i personaggi reagiscono allo stesso modo. C’è, innanzitutto, chi non si arrende nemmeno di fronte all’evidenza e vuole tornare a combattere: il re Giorgio III di Hannover, Benedict Arnold, John Graves Simcoe. Il sovrano britannico, che nella seconda stagione fu interpretato da Paul Rhys, ritorna in tutta la sua splendida pazzia in questo season finale, mostrando segni di squilibrio mentale fin dalla prima scena, quando sente risuonare nella sua testa le note della Royal Fireworks Music di Händel: scelta musicale tutt’altro che casuale, visto che l’opera fu commissionata al compositore sassone dal re Giorgio II, sovrano di un impero che ancora non era scosso da rivoluzioni, e quindi diventa simbolo di un ordine, di un mondo, in breve di un tempo a cui il nipote vuole anacronisticamente rifarsi, incapace di comprendere che il vento è cambiato e che gli Stati Uniti sono ormai una realtà inevitabile. Benedict Arnold, ora esule a Londra, cerca di sfruttare a proprio favore l’incapacità del sovrano a rassegnarsi alla perdita delle Tredici Colonie per ottenere uomini e cercare un nuovo scontro con George Washington, ma è destinato a una duplice disfatta: non solo questo aiuto gli viene negato, ma deve anche subire la beffa di vedere John Andre celebrato come un eroe e consegnato all’eternità come esempio di abnegazione e sacrificio estremo per la patria, mentre a lui tocca l’ignominiosa fama di traditore al pari di Efialte, Bruto e Giuda, come gli ricorda Robert Rogers. Quest’ultimo rappresenta il secondo interessante e inaspettato ritorno, benché ricompaia in condizioni ben diverse da quelle in cui lo spettatore si aspettava di trovarlo: un ubriacone che si aggira per le strade di Londra, che non ha tratto alcun giovamento dalla vendetta consumata ai danni di Andre e tuttavia continua ad aggrapparsi alla speranza di vendicarsi anche del re, cercando di coinvolgere in tale progetto Arnold, senza successo. Infine, Andre ritorna anche nei ricordi di Peggy, la donna che lo ha amato e che paradossalmente proprio da tale relazione guadagna l’ammirazione e la curiosità delle dame londinesi.
Nemmeno Simcoe si arrende all’idea di abbandonare la guerra e di vivere una vita tranquilla, anzi, quando lo spettatore lo vede comparire in madrepatria in compagnia del generale Clinton traspare subito il suo scalpitare, il suo voler tornare in azione in una qualsiasi parte dell’Impero, che siano le Indie occidentali o quelle orientali, pur di solcare ancora i campi di battaglia. Anche per lui la sorte ha in serbo un destino paradossale: diventare governatore del Canada Superiore, uomo di Stato e costruttore invece che distruttore, fino ad abolire la schiavitù in quella provincia. Se quest’ultimo gesto non appare affatto in contrasto col carattere di Simcoe e anzi era stato in qualche modo “anticipato” dal suo rapporto con Akinbode nella seconda stagione, scevro da qualsiasi pregiudizio razziale, è altrettanto vero che la repentina trasformazione del personaggio da sadico psicopatico a rispettabile statista e riformatore si consuma tutta offscreen: non ci sarebbe stato il tempo materiale per mostrarla per filo e per segno, se non realizzando una quinta stagione, ma un paio di scene in più sul Simcoe convalescente che fa emergere il proprio lato umano, sulla falsariga di quanto visto in “Reckoning”, non avrebbe guastato. Lo stesso discorso si può fare per la vicenda di Abigail, Cicero e Akinbode: sullo schermo sono messe in scena la prigionia e successiva liberazione dei due uomini e la cattura della donna dopo la caduta di New York, ma il fatto che tutti e tre siano riusciti a fuggire e a ricongiungersi in Canada viene rivelato allo spettatore semplicemente tramite la lettera finale di Abe; anche in questo caso, girare una scena di un paio di minuti sul loro incontro sarebbe stato preferibile.

“Our country owes its life to heroes whose names it will never know.”


Per altri, la fine della guerra significa il ritorno a una vita normale e la necessità, in alcuni casi, di appropriarsi dei mezzi per rifarsela: il maggiore Edmund Hewlett riesce, grazie al patto stipulato con Abraham per l’uccisione di Simcoe, a ritornare in Gran Bretagna con le tasche piene e a coronare il suo sogno di diventare un astronomo, sposando la nipote del celebre William Herschel (lo scopritore del pianeta Urano); Robert Townsend lascia per sempre New York dopo la vendita della propria quota della taverna-stamperia a Rivington e si ritira a vita appartata nelle campagne di Long Island, ricomparendo per un fugace dialogo con Abraham; Caleb Brewster mette la testa a posto sposandosi ed entrando nello United States Revenue Cutter Service, una sorta di precursore della guardia costiera americana e ci sono fiori d’arancio anche per Benjamin Tallmadge, che intraprende la carriera di deputato. Si è già accennato al riavvicinamento di Selah e Anna, che culmina nella ricomposizione della coppia e nel suo trasferimento in Connecticut; in realtà i due continuarono a vivere a Setauket, ma la serie opta per l’abbandono della città natale per aggiungere ulteriore dramma.
Quanto a Abraham Woodhull, l’uomo che per cinque anni ha fatto la spia facendosi scoprire praticamente da chiunque e persino il soldato, sacrificando tempo, soldi, salute e affetti, in “Washington’s Spies” arriva il momento di presentare il conto: non è la richiesta di una ricompensa, come se il lavoro di spionaggio fosse stato comunque per mero guadagno, quanto piuttosto di un risarcimento per tutte le spese sostenute e i danni subiti. La scena in cui Abe affronta l’argomento con Washington, durante la cena con gli amici a Setauket, sembra quasi sul punto di sfociare in uno scontro acceso tra i due, a giudicare dalle occhiate del futuro primo Presidente e dalla sua propensione agli accessi d’ira (si ricordi la sfuriata con Tallmadge in “Belly of the Beast”); invece i due uomini si ritrovano a parlare di coltivazioni, di cavoli e delle loro tenute, in un clima dapprima disteso, cordiale e amichevole, poi commosso, nel momento in cui l’eroe di guerra decide di pagare di tasca propria i risarcimenti per l’altro eroe, quello che ha agito nell’ombra e che non sarà celebrato da canzoni, quadri, statue o banconote, pur avendo dato un contributo altrettanto decisivo alla causa dell’indipendenza.
La serie creata da Craig Silverstein si conclude col trionfo dei patrioti, ma come ricorda Abraham “la rivoluzione non ha mai fine“, perché ogni conquista va consolidata, ogni libertà va difesa, ogni causa va sostenuta battendosi per essa. Troppo spesso si danno per scontati la democrazia e i suoi valori, dimenticandosi che sono stati resi possibili dal sangue e dalla fatica di persone che avrebbero potuto chinare il capo e continuare il loro quieto vivere e che invece hanno deciso di scendere in campo, di rischiare e a volte sacrificare le loro vite: uomini e donne come Abraham Woodhull, Benjamin Tallmadge, Caleb Brewster, Anna Strong e Robert Townsend, gli uomini e le donne del Culper Ring.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il senso di completezza del season finale
  • L’incontro tra Washington e Rivington
  • I ritorni di Giorgio III e Robert Rogers
  • La memoria di John Andre
  • La cena a Setauket e il confronto tra Abe e Washington
  • La lettera finale di Abe al figlio caduto in guerra
  • Risoluzione offscreen di un paio di vicende che avrebbero meritato qualche scena in più
E’ il momento di salutare per sempre Turn: Washington’s Spies, con un applauso soddisfatto e qualche lacrimuccia. Lungi dal proporre una narrazione infarcita di onanistico patriottismo statunitense o un banale scontro manicheo tra i buoni patrioti e i cattivi Britannici, questo stranamente sottovalutato gioiellino di AMC ha saputo trasporre sullo schermo tutta la drammaticità e la complessità di uno degli eventi alla base del mondo contemporaneo, attraverso le vite (romanzate, ovviamente) dei suoi fin troppo ignorati  e sconosciuti eroi nascosti.
Reckoning 4×09 0.60 milioni – 0.12 rating
Washington’s Spies 4×10 0.75 milioni – 0.15 rating

 

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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