Alias Grace 1×01 – Part 1TEMPO DI LETTURA 7 min

in Alias Grace/Recensioni by

“One need not to be a chamber to be haunted,
One need not to be a house;
The brain has corridors surpassing
material places.
[…]
Ourself, behind ourself concealed,
Should startle most;
Assassin, hid in our apartment,
Be horror’s least.
[Emily Dickinson]

Il nome della scrittrice canadese Margaret Atwood, in questi mesi, è sicuramente legato a The Handmaid’s Tale, la serie televisiva di Hulu tratta dal suo omonimo romanzo del 1986, degna vincitrice quest’anno dell’Emmy Award come outstanding dama (rendendo Hulu il primo servizio on demand ad aggiudicarsi il prestigioso premio, alla faccia di Amazon e Netflix!). Nella sua oltre cinquantennale attività letteraria, ovviamente, la Atwood ha scritto molte altre opere, tra cui il romanzo Alias Grace del 1996, che racconta (certamente romanzando qualche parte e aggiungendo personaggi di fantasia per esigenze narrative e drammatiche) la reale vicenda di Grace Marks, giovane donna accusata nel 1843 dell’omicidio del ricco possidente Thomas Kinnear e della sua amante Nancy Montgomery, condannata per questo all’ergastolo mentre l’altro colpevole, lo stalliere James McDermott, fu giustiziato per impiccagione. Già nel 2012 l’attrice e regista canadese Sarah Polley aveva annunciato la sua volontà di trasporre il romanzo in un film, poi convertito in una miniserie che vede la luce sul canale canadese CBC, mentre nel resto del mondo sarà resa disponibile da Netflix il 3 novembre.
Come in The Handmaid’s Tale, ci si trova di fronte ad una storia incentrata su una giovane donna e su un universo femminile brutalmente sottomesso da una società maschilista e sessista (lì era quella dispotica e teocratica di Gilead, qui quella canadese della prima età vittoriana). Invece di raccontare in ordine cronologico la vicenda del duplice omicidio, la narrazione procede intersecando e alternando diversi piani temporali: quello del 1859, l’anno in cui il dottor Simon Jordan, una sorta di proto-psicologo (o più propriamente un alienista, come erano chiamati all’epoca i medici che si interessavano alle malattie mentali) inventato appositamente dalla Atwood, interroga Grace sulla sua storia per stendere, su pressione del reverendo, una relazione che ne permetta la scarcerazione; si alterna poi, il piano temporale del racconto che Grace stessa fa al medico, cominciando dalla sua partenza dall’Irlanda settentrionale nel 1840 e procedendo con l’arrivo in Canada e l’inizio del servizio presso Thomas Kinnear; e infine, quello intermedio tra il duplice omicidio e il 1859, con rapidi flash e singole scene del processo e della reclusione in manicomio della ragazza, nel quale ha subito un trattamento a dir poco disumano. La storia, dunque, si estende su un arco temporale di quasi vent’anni e questo purtroppo si traduce in un difetto su cui si può certamente chiudere un occhio ma che è tipico di molte produzioni storiche e biografiche: la Grace è interpretata solo da un’attrice, la splendida Sarah Gadon già vista di recente di 11.22.63, che si tratti della ragazzina dodicenne che parte dall’Irlanda o della donna ormai trentenne condannata all’ergastolo, e si passa da un piano temporale all’altro senza che si noti il minimo segno di invecchiamento nonostante i due decenni che li separino. Questo piccolo problema non intacca minimamente la performance recitativa della Gadon, che anzi se la cava egregiamente in un ruolo non certo facile e che, proprio perché si estende su quasi vent’anni, richiede di passare continuamente dalla fragilità e dall’ingenuità della fanciullezza alla rassegnazione e al cinismo della maturità segnata da abusi e vicissitudini varie.

“I think of all the thins that have been written about me. That I am an inhuman female demon. That I am an innocent victim of a blackguard, forced against my will and in danger of my own life. That I was too ignorant to know how to act, and that to hang me would be judicial murder. That I am well and decently dressed, that I robbed a dead woman to appear so. That I am of a sullen disposition with a quarrelsome temper. That I have the appearance of a person rather above my humble station. That I am a good girl with a pliable nature and no harm is told to me. That I am cunning and devious. That I am soft in the head and little better than an idiot. And I wonder, how can I be all of these different things at once?”

Il dottor Jordan è, come si è già detto, un alienista, un pioniere di quella che più tardi sarebbe divenuta la psicanalisi. Il suo ruolo nella narrazione non è solo quello di fornire il pretesto a Grace di raccontare la propria storia, ma soprattutto quello di porsi nei confronti di lei con un approccio nuovo rispetto alla mentalità dell’epoca, indagandone i lati più segreti e profondi della psiche: emblematico è il primo scambio di battute che ha con la donna, offrendole una mela e chiedendole quali associazioni spontanee che essa genera nella sua mente. A sua volta, Grace Marks appare come un personaggio ben più complesso e sfaccettato di quanto si potrebbe pensare, ambiguo, difficile da inquadrare, sospeso tra l’immagine (o meglio la molteplicità di immagini) che gli altri si sono fatti della protagonista e la sua vera natura, innocente in apparenza ma con un lato oscuro appena accennato (come dimostra quando prende in seria considerazione l’idea di uccidere il padre-padrone alcolizzato, manesco e con più di una tendenza incestuosa). Come recita la poesia di Emily Dickinson messa come epigrafe del primo episodio, la mente umana contiene orrori che la parte cosciente non può nemmeno immaginare e non c’è dubbio che, nel corso della miniserie, almeno una parte di quelli contenuti nella mente di Grace verranno fuori.
Ma, come si è già accennato, Alias Grace non si presenta solo come la torbida storia di un omicidio su cui fare chiarezza, bensì anche come ritratto di una femminilità costretta a sottomettersi al mondo maschile, nel peggiore dei casi costantemente offesa, colpita e abusata proprio come la protagonista Grace: una donna che dalle percosse di un padre alcolizzato deve passare a quelle degli infermieri del manicomio dopo l’omicidio di cui è accusata, mentre, nel migliore dei casi, è “soltanto” costretta ai margini della società, imprigionata da una rigida morale di stampo cristiano-protestante e costretta a trovare la propria realizzazione soltanto nei ruoli della domestica, della moglie angelo del focolare e della puttana. Persino la sessualità, che dovrebbe essere vissuta con gioia e libertà, è vista con timore, quasi come un male: non a caso, parlando col dottor Jordan, Grace afferma che nel letto si consumano alcuni dei peggiori e più pericolosi eventi della vita umana, dalla nascita al parto, fino a quell’atto che “some call […] love, others despair, merely an indignity they must suffer through”.
In generale, la ricostruzione dell’epoca storica presa in esame è puntigliosa, dettagliata, mai edulcorata, sempre attenta a restituire sullo schermo la degradazione dei ceti poveri, le tremende condizioni di vita sulle navi, l’orrore delle prigioni e dei manicomi. Aliena a questo mondo sporco, corrotto e truculento c’è soltanto l’aristocrazia e per la povera gente come Grace l’unico modo per sfuggire alla miseria e al dolore sembra essere quello di entrarne al servizio: il lavoro presso la residenza Kinnear coincide per la protagonista con l’incontro con Mary Whitney, in cui riesce a trovare una vera amica e mentore, mentre servendo nella casa del governatore della prigione può sfuggire agli orrori del carcere, seppur per qualche ora e a patto di trasformarsi in una sorta di freak per le donne altolocate dello Spiritualistic circle. Non manca nemmeno un accenno a questioni politiche come quella della ribellione del 1837 e la polemica contro la gentry canadese, che prende per sé tutte le terre e le ricchezze del territorio acuendo ulteriormente il divario tra i ricchi e i ceti meno abbienti.

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il personaggio complesso e intrigante di Grace Marks

  • L’interpretazione di Sarah Gadon

  • La trattazione della tematica femminile

  • La ricostruzione del periodo storico primo-vittoriano e della sua mentalità

  • Nonostante l’ampiezza temporale della narrazione non c’è il minimo segno di invecchiamento in Grace

 

Dopo The Handmaid’s Tale, anche Alias Grace trova una sua trasposizione televisiva e guardando solo il pilot il risultato è più che soddisfacente. Molto probabilmente ai prossimi Emmy Awards questa miniserie non otterrà nemmeno una nomination, figuriamoci vincere un premio come la sua più prestigiosa sorella maggiore, ma il tocco della Atwood si sente pienamente e l’interpretazione della splendida e bravissima Sarah Gadon è un ulteriore valore aggiunto.
Pilot ND milioni – ND rating

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

error: Nice try :) Abbiamo disabilitato il tasto destro e la copiatura per proteggere il frutto del nostro duro lavoro.
Go to Top
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: