The Strain 4×10 – The Last StandTEMPO DI LETTURA 8 min

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“The Master used the bonds of human love as a conduit for the Strain. He tried to destroy us, but he never understood it… love. And in the end, it was love that saved us all and gave us the world, our world, back.”

Con queste smielate parole, che rischiano di far schizzare alle stelle la glicemia del povero spettatore, The Strain giunge alla sua conclusione dopo quattro anni e quarantasei episodi, con un series finale talmente scialbo e mediocre che il suo unico, vero pregio è quello di aver posto fine al patetico arrancare di una serie dalle grandi potenzialità malamente sciupate. The Strain non ha mai potuto raggiungere lo stesso livello di successo e di fama di altre produzioni televisive horror come The Walking Dead e American Horror Story e, sicuramente, non è mai stata una serie da Emmy Awards (per quanto ormai agli Emmy Awards siano nominati e a volte persino premiati cani e porci), ma l’approccio abbastanza peculiare alla figura del vampiro, i nomi di Guillermo del Toro e Chuck Hogan e un cast qualitativamente molto valido -con attori del calibro di David Bradley, Jonathan Hyde, Corey Stoll e Sean Astin– facevano sperare di trovarsi di fronte a qualcosa di più di un guilty pleasure estivo. Così non è stato. The Strain si è persa per strada tra rivoltanti storie d’amore e di sesso (niente contro le storie d’amore e di sesso, ma bisogna saperle scrivere e soprattutto inserire bene in una narrazione actionhorror), ha dato troppo spazio a personaggi insipidi e poco interessanti e relegato in secondo piano quelli che potevano dare di più, ha sprecato interi episodi in inutili riempitivi.
Tuttavia, prima che questa recensione si tramuti in una nostalgica rievocazione della prima stagione inframmezzata da recriminazioni e accuse contro del Toro, Hogan e Cuse, sarà meglio passare a trattare nel dettaglio “The Last Stand”. Il series finale si apre laddove si era chiuso il precedente “The Traitor“, con gli eroi caduti nel ridicolo ed evitabile trappolone del Maestro e costretti a vendere cara la pelle per sopravvivere… o meglio, a venderla si ritrovano solo Roman, Gus e due membri della gang di quest’ultimo, mentre Eph, Fet e Dutch si dileguano dal campo di battaglia per mettere in salvo l’ordigno nucleare. La prima metà dell’episodio funge sostanzialmente da preparazione allo scontro finale, che si sposta dall’Empire State Building al New York City Water Tunnel No. 3, concedendo ampio spazio al rapporto Fet-Dutch e alla rinascita dell’amore tra i due; ma è una fiamma che potrebbe avere vita breve, minacciata dalla decisione dell’ex-disinfestatore di partecipare al piano suicida di Quinlan per distruggere il Maestro. C’è anche spazio per un flashback ambientato undici mesi prima, all’epoca della prima stagione, che pur non aggiungendo praticamente nulla di rilevante permette di riportare in scena ancora una volta David Bradley nei panni di Abraham Setrakian; è un vero peccato che non si sia fatta la stessa cosa con Nora Martinez, avrebbe fatto piacere rivedere anche Mía Maestro. Nel complesso, questa è la parte migliore del series finale, nonostante sia anche la più calma e tranquilla, dedicata più ai discorsi che all’azione.
La delusione arriva con quella che in realtà dovrebbe essere la parte più avvincente non solo dell’episodio ma, in teoria, anche dell’intera quarta stagione, se non dell’intera serie: la discesa in campo del Maestro stesso, per schiacciare Quinlan e i suoi alleati umani una volta per tutte. La battaglia tra i due strigoi si riduce ad un confronto puramente fisico, privo del benché minimo pathos emotivo (nonostante i due siano “padre” e “figlio” e si diano la caccia a vicenda da duemila anni) e degno semmai di un videogioco o di un pessimo battle shonen nipponico; quando alla fine Quinlan perde ed è ucciso, non c’è nulla di eroico o di epico nella sua morte, ben altra cosa rispetto allo splendido scontro tra Eichhorst e Setrakian visto un paio di episodi prima. Probabilmente l’intenzione era quella di infondere nella scena della dipartita di Quinlan un certo senso del sacrificio, della morte dolorosa e tuttavia necessaria ai fini della missione, ma non ci riescono affatto, anzi paradossalmente l’operato del Nato rischia di mandare all’aria la missione, perché ferendo mortalmente alla gola il Maestro questi è costretto a trovare un nuovo corpo e la scelta, alla fine, ricade su Eph. Inoltre, nella concitazione dello scontro tra i due strigoi, si crea una confusione allucinante con l’impossibilità di distinguere i contendenti, troppo simili fisicamente e nel vestiario: è frustrante vedere due vampiri pelati darsele di santa ragione e non capire se quello che è stato scaraventato sul soffitto sia Quinlan o il Maestro.

“Dad… are you still in there? ‘Cause if you are… I love you.”

Il rapporto padre-figlio tra Eph e Zach è stato uno dei temi conduttori in The Strain dal primo episodio della prima stagione, in cui il dottor Goodweather era solo un genitore divorziato che si batteva per ottenere l’affidamento congiunto, all’ultima puntata dell’ultima stagione, in cui i due si ritrovano in schieramenti opposti, apparentemente nemici. Era inevitabile che vi fosse ancora un ultimo incontro tra i due Goodweather e abbastanza prevedibile che si concludesse con una qualche forma di riappacificazione, anticipata nel corso dell’episodio stesso dal dialogo tra Eph e Fet, in cui quest’ultimo esorta l’ex-epidemiologo a concedere a Zach un’ultima possibilità; del resto Zach non è mai stato così malvagio al punto da desiderare la morte del padre e, anche quando ha tradito il gruppo di eroi, la sua principale preoccupazione è stata quella di assicurare a Eph una possibilità di sopravvivenza. Ciò che fa storcere il naso, in “The Last Stand”, non è dunque quell’abbraccio finale condito da un “I love you”, ma il fatto che si cerchi in extremis di redimere il personaggio di Zach agli occhi del pubblico facendogli compiere un gesto che dovrebbe essere eroico.
In un certo senso, il ruolo di Zach nella lotta finale è simile a quello di Gollum in The Lord of the Rings: entrambi intervengono laddove l’eroe ha fallito ed è stato traviato (Eph venendo scelto dal Maestro come suo nuovo contenitore, Frodo Baggins lasciandosi irretire dal potere dell’Anello) e distruggono il Male perdendo la propria stessa vita nell’operazione; la differenza è che Gollum non agisce volontariamente e la sua caduta nella voragine del Monte Fato è determinata dal fato, dalla Provvidenza (l’adattamento cinematografico di Peter Jackson ha completamente stravolto e stuprato questa parte), mentre Zach agisce volontariamente, innescando la bomba che distrugge se stesso e il Maestro. La volontarietà dell’atto di Zach, però, si trasforma anche nel principale motivo per cui questa improvvisa evoluzione del personaggio ha poco senso: per tutta la stagione gli autori hanno cercato di rendere il ragazzino quanto più possibile vile e odioso agli occhi degli spettatori, senza preoccuparsi di costruire un solido terreno per un’eventuale cambio di rotta; ci sarebbero i sensi di colpa per l’esplosione della bomba atomica nel finale della terza stagione, ma essi non si traducono mai in una volontà di tradire il Maestro, come dimostra il fatto che Zach continui a rimanergli fedele anche quando potrebbe unirsi a Eph, Fet, Dutch e Quinlan e sconfiggerlo. Il provvidenziale cambiamento è introdotto dagli autori ex abrupto, nei minuti finali, proprio quando serve che qualcuno attivi la bomba, ed emana l’inconfondibile fragranza della forzatura narrativa; meglio sarebbe stato, forse, lasciare che Zach fosse parassitato dal Maestro e che fosse Eph ad attivare l’ordigno, o meglio ancora curare meglio l’evoluzione del personaggio dell’adolescente.
Merdis in fundo, l’episodio si chiude con uno degli epiloghi più brutti, sbrigativi e stucchevoli della storia della televisione, con il voice-over di Fet che racconta brevemente cosa è successo al mondo e ai personaggi nei cinque anni successivi. Nessuna menzione ai caduti della guerra contro gli strigoi, a Setrakian, a Jim, a Nora, a Fitzgerald, alla Faraldo e a Kowalski, a Eldritch, ad Angel, ad Alex, a Raul, a Eph e a Zach, perché è più importante dire che Roman (un personaggio secondario introdotto solo in questa stagione e di cui non frega niente a nessuno) è diventato ricchissimo e sta ricostruendo Manhattan, che Gus sta ancora cercando la sua bella indiana Aanya, che Dutch sta ricostruendo il web e che i topi sono tornati a New York, concludendo con qualche frase a caso sulla forza dell’amore che avrebbe salvato il mondo (mentre invece il mondo è stato salvato dalle forzature narrative).

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Fine del travaglio
  • Fugace ritorno in scena di Abraham Setrakian
  • Niente cliffhanger da film horror di bassa lega
  • Scontro tra Quinlan e il Maestro deludente
  • La redenzione di Zach Goodweather
  • Epilogo particolarmente ridicolo, sbrigativo e stucchevole
  • Nessuna menzione dei caduti nella lotta contro gli strigoi
L’unico vero botto di “The Last Stand” è quello della bomba nucleare che distrugge finalmente il Maestro, perché non ce ne sono altri. Indubbiamente si poteva fare molto di meglio nel series finale e riscattarsi in extremis, ma da una quarta stagione così mediocre, con pochi momenti davvero degni di nota (tutti incentrati su Eichhorst, Setrakian e Quinlan), difficilmente ci si poteva aspettare qualcosa di diverso. Resta il rammarico di aver visto sprecata un’opera così promettente, ma si sa, c’est la vie.
The Traitor 4×09 0.84 milioni – 0.34 rating
The Last Stand 4×10 1.0 milioni – 0.4 rating

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Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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