The Miniaturist 1×01 – Part 1TEMPO DI LETTURA 4 min

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“How can this house of secrets ever be called a home?”

Sul finire del 2017 la BBC prende per mano il proprio pubblico e lo trascina, narrativamente parlando, nell’Amsterdam del fine ‘600. Tuttavia la storia, nonostante trovi la propria collocazione storica in un periodo ed in un luogo fondamentale del commercio navale, affonda le proprie radici ed il proprio ottimo funzionamento nell’oculata e parsimoniosa scelta dei luoghi presso i quali la storia vede il proprio progredire. Niente porti, niente mercati affollati, niente di tutto ciò. The Miniaturist vede la sua costruzione simile a quella del film candidato agli Oscar di quest’anno, Fences-Barriere: qui, così come nel film di Denzel Washington, la recitazione ed i dialoghi trovano la loro più alta sublimazione. Infatti, durante l’ora e mezza circa di filmato di questa prima parte, i dialoghi ed i primi piani si sprecano, utili ad incorniciare una storia che fatica effettivamente a decollare. Ma perché la storia fatica a prendere spazio? Ad un’ora circa di filmato una domanda sorge spontanea, mentre in piena fase di allucinazioni si cerca disperati il dialogo con i personaggi in scena: “tutto bellissimo, ma che mi vuoi raccontare?
The Miniaturist presenta la storia della giovane ragazza di una famiglia poco abbiente, Petronella (Anya Taylor-Joy, comparsa in Split), che per poter salvare dai debiti i propri cari si sposa con un ricco mercante di zucchero. Tuttavia il matrimonio è da ritenere una bugia da entrambe le parti: lei ha sposato lui per cercare di salvare la famiglia; lui l’ha sposata per poter mascherare la propria omosessualità ad una città e ad un’epoca poco lontane dal medioevo e dal puritanesimo ad esso collegato. In tutto ciò si colloca l’elemento che dona il titolo alla serie stessa: il miniaturista e la casa in miniatura che lentamente, con il progredire della storia, viene pian piano costruita. Si tratta questo di un sunto abbastanza banalotto e privo di quella verve che potrebbe spingere una persona ad intraprendere (coraggiosamente, sotto certi punti di vista) la visione della serie.

“The Guilds have monopoly on trade and set the prices. The silversmiths’ is one of the richest. For a merchant like me, who works outside the guilds, attendance is not simply a mark of respect, but a duty.”

Tuttavia la bellezza di questa serie non risiede nella trama: un dramma famigliare ambientato in un periodo storico di questo tipo rappresenta un archetipo più e più volte utilizzato senza alcun ritegno e a suo modo svuotato. La bellezza risiede nei fitti dialoghi tra i personaggi, con piccoli richiami storici; nelle lunghe riprese dei singoli personaggi oppure nei primi piani degli stessi, così particolareggiati e lunghi da far cogliere allo spettatore ogni singolo dettaglio che altrimenti andrebbe perso; la bellezza risiede anche nella semplicità del personaggio di Petronella, una povera provincialotta, calata in un contesto industriale a lei tanto lontano. Un altro elemento valido di The Miniaturist è il fatto che non si cerchi di semplificare la narrazione: ad un certo punto di questa, superata circa la metà di filmato, la serie decide di iniziare a mettere i bastoni tra le ruote sia a Petronella, sia a Johannes (il marito), mettendoli di fronte a problematiche, per il tempo, irrisolvibili. Ma è proprio in questa estrema lunghezza che The Miniaturist trova alcuni dei suoi elementi negativi. Il fatto che si debba aspettare quasi un’ora per poter vedere le acque effettivamente agitate (con qualcosa di più valido delle semplici diatribe di carattere estemporaneo e famigliare) significa già tanto. E’ vero, la lentezza narrativa o il voler impiegare tanto tempo per una costruzione funzionante della storia non rappresenta di per sé un elemento negativo, se il prodotto finito risulta di fattura impeccabile. Il vero problema è che The Miniaturist sembra reggersi sul nulla, sulla completa e conscia assenza di una trama. Ed è qui che si ritorna a quella sensazione sopracitata: “tutto bellissimo, ma che mi vuoi raccontare?
La rappresentazione storica è lodevole, la recitazione e la regia anche, ma quale è la vera storia? Un dramma famigliare con poche tinte di giallo (muore solo un cane in novanta minuti) e tanti di rosa? Eppure questa serie non ha né la costruzione di base, né la qualità di una soap, nonostante l’assenza di una trama faccia propendere per quella. Che The Miniaturist sia un ibrido? Sintomatico dell’assenza di una trama, è da notare, il fatto che le domande sorte e palesatesi in questa recensione non siano riferite alla storia in sé, ma a quanto ad essa gira attorno ed al perché della sua assenza. Un bell’indizio.

“Things can change.”

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Guillem Morales, abile mano dietro Inside N°9
  • Anya Taylor-Joy
  • Scenografia e contesto storico
  • Colpo di scena finale
  • Drammi famigliari
  • Plot-twist omosessualità telefonatissimo
  • Assenza di una storia vera e propria
  • La miniatura della casa risulta ancora un oggetto non meglio identificato
  • Drammi famigliari

 

Soap? Serie tv drama? Miniserie di poco conto anche se qualitativamente inattaccabile? La verità sta nel mezzo, dicono. The Miniaturist ha ancora un’ora da sfruttare per poter effettivamente presentare una storia al proprio pubblico. Qualitativamente non ha più niente da dover dimostrare, manca solo la trama. Averne una è chiedere tanto?

 

Part 1 1×01 ND milioni – ND rating

 

 

Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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