The Good Place 2×11 – Rhonda, Diana, Jake, And TrentTEMPO DI LETTURA 6 min

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Spesso, quando si recensisce The Last Man On Earth, una delle migliori comedy prodotte dalla Fox, viene lodata l’atipicità della serie, sia per quanto riguarda l’ambientazione (un mondo post-apocalittico), sia per quanto concerne una tendenza alla trama verticale abbastanza più spiccata che nelle classiche comedy broadcast. Ebbene, leggendo queste due caratteristiche, lo spettatore di The Good Place non può che notare come esse si adattino benissimo anche alla serie NBC, creata da Michael Schur: sin da subito, infatti, questa comedy (che ha avuto anche il merito di rivitalizzare il reparto comedy del network del pavone, che era veramente scarno e in crisi) è ambientata in una location certamente particolare, ossia l’aldilà, e, sin dal pilot, ha deciso di non avere quasi per niente delle trame verticali, puntando tutto sull’avanzamento di trama. Questa scelta è certamente coraggiosa e segna il tentativo, da parte dei network broadcast, di raggiungere il livello dei rivali via cavo, i cui prodotti dalla durata di 20/30 minuti (nella maggior parte dei casi non è propriamente corretto chiamarli comedy, vista la loro struttura) sono moderni, innovativi, ben scritti e non puntano solo sulla risata istantanea di pancia, bensì anche su un’evoluzione significativa dei personaggi e su diversi momenti di vero e proprio drama. Anche in questi casi, però, molto raramente si ricorda di un prodotto così tanto indirizzato verso la trama verticale (per fare un esempio, Silicon Valley, Veep, Bojack Horseman e altri hanno degli episodi filler e qualche episodio autoconclusivo, cosa che in The Good Place praticamente non si è mai vista): è quasi sorprendente, infatti, ripercorrere mentalmente tutti gli eventi accaduti dal pilot, andato in onda oramai un anno e mezzo fa, e rendersi conto che tutto ciò sia successo in appena 24 episodi da 20 minuti (per intenderci, in una stagione di The Big Bang Theory o di Modern Family). Cosa ancora più importante, inoltre, è che, durante tutto questo tempo, il livello qualitativo mantenuto è stato decisamente alto, sintomo di una costanza invidiabile.

 

Michael: “There’s also an IHOP.
Jason: “Oh! I’m gonna order the Rooty Tooty Fresh ‘N Fruity!
Michael: “No. Sorry. In this realm, IHOP stands for “Interdimensional Hole of Pancakes. ” You don’t really eat these pancakes. It’s more like they eat you.
Jason: “Okay. I’ll get eggs, then.

 

Un’altra grandissima qualità di questa serie è la sceneggiatura, sempre precisa, creativa e di alto livello. Sono molti, infatti, gli show che presentano delle ottime idee, interessanti, ma che, anche per colpa di dialoghi banali e poco brillanti, finiscono inesorabilmente nella mediocrità. Ogni episodio di “The Good Place”, invece, è pieno di piccole perle, di scambi di battute efficaci e divertenti che sono una delle colonne portanti di questa serie. Senza le risposte folli di Janet (folli se viste nella nostra ottica, cioè dal punto di vista di esseri umani, ma assolutamente razionali e plausibili se visti dalla sua ottica), le idee strampalate di Jason (in questo caso è molto più difficile trovare razionalità) e tanti altri aspetti ai quali lo spettatore ha talmente fatto l’abitudine da considerarli parte integrante della struttura vera e propria della serie, The Good Place non sarebbe The Good Place.
In pratica, ciò che si vuol far notare in queste righe è come lo show abbia lavorato sin da subito su un binomio, e come questa scelta si sia rivelata azzeccatissima. Prendiamo in esame, ad esempio, questa puntata: da un lato c’è la trama, con le avventure dei protagonisti e il loro tentativo disperato di arrivare dal giudice per cercare di essere ammessi al vero Good Place. Oltre a questo, però, c’è una serie di elementi di contorno, vero punto di forza di questo prodotto, che innalzano ancora di più la valutazione e la qualità: idee come quelle esposte al museo, con un forte richiamo alla quotidianità (una delle costanti dello show) sono semplici ed al tempo stesso efficaci, d’impatto.
Una delle criticità, da sempre collegata a serie tv come questa, è legata alla durabilità; quando se ne parla, però, ci si riferisce sempre al primo aspetto citato in questo paragrafo, ossia alla trama (che, procedendo a questo ritmo abbastanza sostenuto, rischia di esaurirsi molto presto); il rischio maggiore, invece, potrebbe essere corso dalla seconda variabile: in caso gli elementi di contorno diventassero ripetitivi e banali, il tutto ne risentirebbe moltissimo; del resto, scarse idee a livello di trama possono essere risolte diluendo un po’ il contenuto delle puntate, ma alla scarsità di idee per quanto riguarda l’ambito delle trovate comiche può sancire un tracollo. Ovviamente, per il momento non sembra esserci la minima traccia di questo potenziale rischio però, considerando il rinnovo già ottenuto, è sembrato opportuno spendere due parole per descrivere le eventuali problematiche future, dato che di quelle presenti c’è ben poco da dire.

 

Michael: “Hey! Hey, guess what? I just solved the trolley problem. Remember? The thought experiment where you’re driving the trolley, and you can either plow into a group of people or turn and hit one person? I solved it
Eleanor: “That’s really great. But I don’t think now’s the time.
Michael: “See, the trolley problem forces you to choose between two versions of letting other people die. And the actual solution is very simple. Sacrifice yourself.

 

Un altro aspetto da tenere senza dubbio in considerazione è quello relativo allo sviluppo dei personaggi. Se, nella prima stagione, l’esempio per eccellenza era rappresentato da Eleanor, in questa seconda tornata di episodi il primato non può che spettare a Michael, passato, in poche puntate, da demone spietato a demone con forti tendenze umane, capace di provare dolore, tristezza, preoccupazione e in grado anche di sacrificarsi per i propri amici. Il suo atto di generosità finale è la conclusione di molti archi narrativi e di sviluppo: il primo fra tutti, ovviamente, è l’umanizzazione del character di Ted Danson, ma non va sottovalutata la responsabilizzazione di Eleanor, ormai matura e pronta a prendere in mano le redini del team (del resto, questo ruolo non può essere certo preso da Tahani, Chidi o Jason). Sarà interessante, inoltre, vedere quali saranno le sorti dell’architetto di quartieri. Sembra improbabile, infatti, che egli verrà sottoposto al trattamento di pensionamento, dato che Danson è una delle star dello show (e ha anche ricevuto un premio ai “Critics’ Choice Awards”, sempre molto importante per show broadcast con ascolti non fenomenali); non è escluso, considerando il legame ormai creato nel Team Cockroach, che gli altri membri del gruppo possano compiere il gesto più umano di tutti (parafrasando Michael nello scorso episodio) e decidano di intraprendere una missione suicida per salvarlo.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il museo 
  • Le marionette
  • Chidi che inizia a parlare in modo volgare
  • Jason e la molotov
  • Le evoluzioni di Eleanor e Michael 
  • Puntata ottima e solida, ma senza quella punta di eccellenza che si è vista in altri episodi 

 

A due episodi dal season finale, The Good Place confeziona l’ennesimo episodio di pregevole fattura. Il voto potrà sembrare un po’ stretto, ma ci riserviamo la benedizione per i prossimi due appuntamenti.

 

Best Self 2×10 3.11 milioni – 1.0 rating
Rhonda, Diana, Jake And Trent 2×11 3.00 milioni – 1.0 rating

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