Lemony Snicket’s: A Series Of Unfortunate Events 2×10 – The Carnivorous Carnival: Part TwoTEMPO DI LETTURA 6 min

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“It can be frustrating to live in suspense. Not knowing what’s around the next curve in the road. You may feel as if you are on the edge of a cliff, not knowing if you will fall. How sharp the rocks are at the bottom, or if you will have time to scream. But life is like that. It’s a cliff-hanger.”

Anche quest’anno A Series of Unfortunate Events giunge alla sua conclusione dopo aver regalato tonnellate di black humour, personaggi sempre più strambi, qualche cadavere e un bel po’ di rivelazioni, o quantomeno di indizi, che hanno gettato nuova luce sulla mitologia che c’è dietro le disavventure di Violet, Klaus e Sunny. Il season finale, in particolare, non lesina colpi di scena, dipartite e un ottimo cliffhanger che nonostante la prevedibilità di quanto succederà dopo (i Baudelaire sono i protagonisti, non possono morire) lascerà sicuramente gli spettatori col fiato sospeso per un altro anno, il tempo necessario per poter assistere alla terza e ultima tranche di episodi prevista.
La cosa più interessante di “The Carnivorous Carnival: Part Two”, e in generale di questi ultimi due episodi che adattano il nono romanzo della saga di Lemony Snicket (ma della “Part One” se ne è già parlato nella recensione apposita) è che al di là della solita ironia sono messi ben in luce, seppur sempre con la leggerezza e la mancanza di vera cattiveria naturale conseguenza della sua natura di racconto per ragazzi e non per adulti, alcuni degli aspetti più deleteri della nostra società: l’assuefazione del pubblico di fronte alla violenza e alla morte, che anzi si spettacolarizzano e diventano materia per un’esibizione al circo; la mancanza di solidarietà e di carità tra i più umili e sfortunati, che dovrebbero far fronte comune e invece dinanzi alla più piccola possibilità di far carriera o di farsi accettare da chi è “normale” non esitano a pugnalarsi l’un l’altro; l’inevitabile disfatta di chi, dotato di buon senso e di buon cuore, cerca di opporsi a certe derive e finisce per essere ignorato. Lo spettacolo offerto dalla fossa dei leoni dovrebbe indignare il pubblico, disgustarlo, spingerlo a un moto di ribellione contro il sadico presentatore circense e la sua cricca; eppure non solo il crudele intrattenimento non viene fermato, ma addirittura seguito con ansia e morboso interesse che si trasforma in vera e propria volontà di prendervi parte quando sorge il problema di chi debba spingere tra le fauci dei felini le vittime sacrificali prescelte. L’unico tra gli spettatori che sembra porsi qualche domanda sulla legittimità e la correttezza di quanto sta per succedere è un bambino, che timidamente e ingenuamente domanda “Is this legal?”, salvo essere subito zittito come avviene di solito a chi ha ragione ma è in minoranza. E solo quando l’orrendo spettacolo si è consumato si levano le prime voci disgustate e spaventate, ma ormai è troppo tardi.
freaks del Caligari Carnival, particolarmente comici quando esagerano le proprie anormalità (siamo ad anni luce di distanza da un vero freak show come quello di Carnivàle), non possono non suscitare nello spettatore un misto di pietà e di disprezzo nel momento in cui si lasciano irretire dalle promesse di Esme, accettando di macchiarsi le mani di sangue innocente in cambio dell’unica effettiva occasione per potersi integrare in mezzo ad esseri “normali”. O meglio, normali fino a un certo punto, perché anche la cricca di Olaf in fatto di bizzarria non scherza e anzi, rispetto a Kevin l’ambidestro o a Colette la contorsionista, le vecchiette gemelle, l’uomo con gli uncini o la creatura di sesso sconosciuto appaiono molto più vicini al classico fenomeno da baraccone, benché ci tengano a sottolineare il fatto di non avere niente a che fare con i fenomeni da baraccone. Anzi, Klaus arriva a chiedersi se la cieca obbedienza della combriccola di strambi a un individuo così malvagio come Olaf non nasca semplicemente dal bisogno di sentirsi accettati da qualcuno che non si soffermi più di tanto sulle loro menomazioni e stranezze fisiche, indipendentemente dalla bontà o meno dei propri propositi.
Anche il personaggio forse più rappresentativo e prorompente di questa serie, il Conte Olaf, risente di questa maggiore serietà nell’impostazione dell’episodio. Non mancano i momenti comici, sia chiaro, e Neil Patrick Harris dimostra ancora una volta una bravura capace di non far rimpiangere affatto il Jim Carrey del film del 2004; ma il diabolico attore/truffatore è protagonista anche di momenti in cui la fanno da padrona la cattiveria e il sadismo, in cui non c’è spazio per la minima risata perché sulla scena non c’è Olaf il mago dei travestimenti e delle battute ma Olaf lo spietato piromane/cacciatore di eredità e patrimoni. Nelle scene in cui fa precipitare Olivia Caliban a.k.a. Madame Lulu nella fossa nei leoni e in cui costringe i Baudelaire ad appiccare il fuoco alla tenda della defunta bibliotecaria/chiromante ci si rende conto, forse per la prima volta da un po’ di puntate, di avere di fronte un vero e proprio villain senza scrupoli.
La morte di Olivia, che fa il paio con quella di Jacques Snicket di “The Vile Village: Part One”, fa perdere ai Baudelaire un possibile, prezioso aiuto e fa precipitare ulteriormente gli eventi fino alla conclusione drammatica dell’episodio, ma potrebbe essere controbilanciato da una new entry, o meglio da un ritorno: un ritorno che non riguarderebbe uno dei genitori dei tre fratelli, quanto piuttosto Beatrice, l’amata di Lemony Snicket creduta morta, come ci ricordano le “simpatiche” epigrafi all’inizio di ogni “Part One”. La certezza assoluta che sia proprio lei ancora manca, ma il montaggio, alcune frasi del conte Olaf, l’interesse della misteriosa donna per la zuccheriera lasciano supporre che sia proprio lei, e sarà interessante in tal caso vedere come si evolverà la situazione già particolarmente intricata e quali nuovi segreti la donna potrà rivelare. Non resta che attendere un anno per gli ultimi otto episodi: più facile a dirsi che a farsi.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Spunti di riflessioni seri nascosti dietro la solita patina comica
  • Conte Olaf in gran forma, sia quando si tratta di far ridere sia nei momenti di cattiveria e sadismo
  • Beatrice ancora viva?
  • Cliffhanger finale
  • Niente di rilevante

 

La storia tragicomica nata dalla mente di Daniel Handler si conferma ancora una volta uno dei migliori prodotti di Netflix, anche se meno blasonato e citato rispetto ad altri. Purtroppo, arrivati al season finale, si vorrebbe avere un’altra decina di puntate così scoppiettanti, geniali e coinvolgenti, ma toccherà aspettare per vedere la (si spera) degna conclusione delle tristi avventure dei tre orfani Baudelaire e del conte Olaf.

 

The Carnivorous Carnival: Part One 2×09 ND milioni – ND rating
The Carnivorous Carnival: Part Two 2×10 ND milioni – ND rating

 

 

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Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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