The Looming Tower 1×10 – 9/11TEMPO DI LETTURA 6 min

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“I welcome these hearings because of the opportunity that they provide to the American people to better understand why the tragedy of 9/11 happened and what we must do to prevent a reoccurance. I also welcome the hearings because it is finally a forum where I can apologize to the loved ones of the victims of 9/11, to them who are here in this room, to those who are watching on television, your government failed you. Those entrusted with protecting you failed you. And I failed you. We tried hard, but that doesn’t matter because we failed. And for that failure, I would ask, once all the facts are out, for your understanding and for your forgiveness.” (Richard Alan Clark)

Lunghi silenzi, video d’epoca e l’inesorabile distruzione degli attentati terroristici riconosciuti come i più gravi dell’età contemporanea. Ma prima di partire con un’analisi di ciò che viene e non viene mostrato, urge fin da subito sottolineare come narrare di fatti così sconvolgenti da un punto di vista critico e distaccato fosse alquanto difficile e complicato: riuscire a non risultare pedanti nella narrazione o ricercare una chiosa patriottica era complicato, ma il pericolo è stato di fatto evitato. The Looming Tower non aveva intenzione (e, di fatto, così non è stato) di farsi grande con il petto di arie, mostrare un’America vinta ma che avrebbe vinto, né tanto meno voleva a tutti i costi creare una spietata critica politica. Niente di tutto ciò: la miniserie evento di Hulu ha trasposto il lungo percorso di terroristi e detective che è successivamente sfociato nel 11 Settembre. Il cosa è stato surclassato dal come e dal perché, venendo accantonato totalmente non essendo quasi mai preso in considerazione nemmeno in questa puntata.
La raffigurazione che la serie voleva riportare era quella di un America disunita, a capo chino, sconfitta e colpita là dove credeva di essere invincibile, una rete di sicurezza minata al suo interno per puerili lotte di quartiere tra CIA ed FBI che sono costate migliaia di vite innocenti e che sono poi diventate il fulcro centrale della Commissione di inchiesta che saltuariamente è stata portata in scena.
Ma torniamo a questo episodio conclusivo dal titolo lapalissiano: “9/11”.
Riformulando, con una diversa conformazione, lo schema stilistico e narrativo già ampiamente utilizzato da altri registi (primo su tutti Michael Moore in Fahrenheit 9/11), la puntata preferisce non soffermarsi sulla caduta delle Torri, un elemento che forse sarebbe semplicemente risultato pedante ed inutile: non si vedono schianti di aerei (ma si sentono e si percepiscono), nè torri che implodono. L’attenzione si rivolge sul volto delle persone che scrutano il cielo spaventate, sporche e cupe. La caduta delle Torri ha contribuito ad abbattere definitivamente una concezione di sicurezza statale garantita dal e nel territorio, debitamente controllato da chi di dovere, aprendo la strada ad un senso di insicurezza, terrore e generale nervosismo che sarebbe diventato di lì a poco un elemento basilare con il quale convivere.
Le Torri son cadute, lo spettatore questo lo sa. Quindi perché mai riportare in scena immagini e video mondialmente note? Ecco quindi che l’intimismo si insinua nella narrazione andando di pari passo con la struttura documentaristica della puntata. Un elemento, quello documentaristico, che si sarebbe potuto sfruttare di più in questa puntata, così come nell’intera serie: i pochi video di George W. Bush, Condoleezza Rice ed una riproposizione fedelissima della dichiarazione di Richard Clarke alla Commissione d’indagine sugli attentati dell’11 Settembre 2001 non risultano essere sufficienti: la puntata viene impreziosita mestamente dai filmati d’epoca successivi al crollo, immagini che accompagnano lo spettatore alla conclusione vera e propria. Ma è forse troppo poco visto e considerato che l’elemento documentaristico è stato malamente snobbato per la stragrande maggioranza degli episodi, dando piuttosto spazio ad una romanzata melodrammatica che a tratti sfociava in una blandissima narrazione rovinando personaggi e situazioni altrimenti cariche d’interesse.
Accantonata la parte narrativa relativa al crollo vero e proprio, alla ricerca di O’Neill e al presagio della sua morte, l’episodio concede maggiore spazio ad Alì, ancora in scena in Yemen dove finalmente riesce ad incontrare, interrogare e demolire psicologicamente Abu Jandal. Ma soprattutto concede uno scorcio dell’incosciente condotta politica di tre cariche istituzionali: George W. Bush, Condoleezza Rice e Donald Rumsfeld.
Il tutto è riassumibile in una semplice frase proferita dalla Rice ed indirizzata a Clarke: “Rumsfeld wants the attacks linked to Saddam Hussein and Iraq.”
Inizialmente la risposta USA fu quella dell’invasione dell’Afghanistan e del rovesciamento del regime dei Talebani che controllavano il paese ed offrivano protezione ad Osama Bin Laden. Tuttavia, nel sottobosco politico statunitense, si cominciò a vociferare di un coinvolgimento di Saddam Hussein, presidente iracheno, con Al-Qaeda. Nonostante questi sospetti si riveleranno successivamente infondati (così come quelli della presenza di armi di distruzione di massa in Iraq), queste voci e questo pensiero comune contribuirono a far accettare all’opinione pubblica ed a buona parte della popolazione l’invasione dell’Iraq due anni più tardi. Non si tratta qui di voler fare ragionamenti di fantapolitica o altro, né tanto meno si tratta di un pensiero di stampo propagandistico. L’intenzione di questa riflessione era evidenziare come la serie fosse riuscita a cogliere, con una semplice ed estemporanea frase, la sottile arte della politica USA, capace di sfruttare un avvenimento catastrofico quale l’11 Settembre per rimodellare la propria agenda in politica estera.
La guerra al terrorismo, professata da George W. Bush, ebbe inizio quel giorno ed ancora ora se ne sente l’eco non nel solo Medio Oriente ma nel mondo intero.
The Looming Tower ha avuto l’arguzia narrativa di cogliere un’infinità di aspetti che altrimenti sarebbero rimasti celati ed è riuscito a trasporli nella maniera più visivamente gradevole, eccedendo però troppo sotto il punto di vista del dramma e nel voler romanzare personaggi e situazioni. Ma d’altra parte la serie non era prettamente documentaristica, anzi. Resta il rammarico per quello che si sarebbe potuto dire nelle passate puntate, ma rimane la convinzione di aver visto un ottimo prodotto in cui realtà e romanzo riescono a fondersi sotto molteplici aspetti.
Aspetti, purtroppo, così reali da portare per forza di cose lo spettatore a fare alcune considerazioni e riflessioni.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Decoroso finale
  • Filmati ed immagini d’epoca
  • Controcampo in scena: si preferisce osservare le persone spaesate piuttosto che l’avvenimento in sé
  • Nessuna ridondanza con filmati degli aerei o dei crolli
  • Alì e l’interrogatorio
  • La scena di Chesney ricoperto di polvere e detriti che cammina sconvolto e confuso per strada
  • 9/11 Commission
  • Riproposizione integrale e fedele della dichiarazione di Richard Clarke
  • Poco documentario
  • Buona parte degli episodi precedenti, in cui la narrazione verteva sui drammi dei singoli personaggi si conclude in un nulla di fatto su più fronti

 

Un finale tristemente mastodontico per una serie che avrebbe dovuto (e potuto) dare molto di più. Luci ed ombre in questa puntata, così come nell’intera stagione, con una sola grande pecca: poco sfruttata la narrativa documentaristica.

 

Tuesday 1×09 ND milioni – ND rating
9/11 1×10 ND milioni – ND rating

 

Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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