Safe 1×06 – Episode 6TEMPO DI LETTURA 6 min

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Nel 2013 Netflix rilasciò i suoi primi prodotti originali, e il loro successo fu incredibile: House of Cards e Orange Is The New Black, infatti, erano prodotti di altissima qualità, con personaggi iconici che avrebbero fatto la storia della serialità televisiva. Dopo più di cinque anni da quell’esordio folgorante, la piattaforma streaming ha continuato a produrre show di indubbio livello, (come Daredevil) ma, ovviamente, era irrealistico immaginare che si sarebbero potuti produrre soltanto prodotti del livello di quelli citati in precedenza. Nel corso del tempo, infatti, sono state rilasciate anche serie tv ben realizzate ma non eccellenti. Questo meccanismo, del resto, è molto comune e valido praticamente per tutti i cable network, anche per quelli più prestigiosi (l’unica eccezione potrebbe essere HBO, che applica questa logica alle comedy, ma non ai drama che, infatti, sono numericamente piuttosto esigui), per non parlare di quelli broadcast.
Safe, produzione franco-statunitense, ha l’obiettivo di fornire un po’ di svago agli utenti Netflix, nell’attesa della prossima grande produzione (ed anche a non disdire l’abbonamento fino all’uscita della prossima grande produzione). D’altronde, che non fosse una serie da inserire negli annali lo si poteva capire già dalla campagna pubblicitaria inesistente che Netflix le ha dedicato. Nonostante ciò, la creatura di Harlan Coben, giunta a 3/4 del percorso, sembra aver confermato la sua capacità ad adempiere al compito assegnatole, ossia assicurare un buon intrattenimento attraverso un crime che sia, in ogni caso, superiore di qualche spanna ai classici polizieschi et similia rintracciabili nelle varie CBS, ABC e altre emittenti di quel tipo.

“So, it was her. She was here. She was with Chris the night he was killed. Then she disappeared. The day she comes back, someone else is dead.”

Uno dei punti di forza di Safe è rappresentato da Jenny, la figlia scomparsa di Tom. Inizialmente, questa frase può sembrare paradossale, dato che il tempo da lei occupato sullo schermo è stato, fino ad adesso, considerevolmente contenuto. Bisogna notare, però, come a due episodi dal termine, lo status della ragazza non sia ancora stato determinato con esattezza. Nella maggior parte degli show di questo tipo, infatti, la persona scomparsa viene sin da subito etichettata in modo inequivocabile come la vittima, una persona in balia degli eventi che va salvata ad ogni costo. Questa descrizione, però, non si può certo applicare alla giovane Delaney, se non nei primissimi momenti; col progredire della trama, infatti, quello che era considerato un dato inconfutabile, ossia il rapimento della ragazza, è stato messo sempre più in discussione, cominciando con la morte di Chris (che quindi non poteva averla rapita, o coinvolta in qualche situazione pericolosa) e arrivando alla sua fuga da casa di Helen (dove non si è capito se fosse un ostaggio o meno) in direzione della casa di Bobby. La domanda a cui non si è riusciti ancora a rispondere, quindi, è quella teoricamente più scontata. Jenny è una vittima, o sta agendo in conto proprio?
Questa ambiguità, di riflesso, investe tutti gli altri personaggi, a partire dal padre. Tom, infatti, inizialmente aveva ricevuto estrema solidarietà da parte di tutti ma poi, col delinearsi della situazione, sempre più persone hanno iniziato a mostrare un atteggiamento quantomeno più diffidente; si sta parlando, ad esempio, di Neil Chahal, che ritiene la ragazza responsabile della morte del figlio; questa opinione, peraltro, è condivisa anche da un’amica di Carrie. Tutto ciò, ovviamente, non può che influenzare anche la ricerca: Tom, infatti, fino ad ora non è riuscito a fare significativi passi avanti perché è sempre partito dall’assunzione che Jenny fosse stata rapita; è necessario, per lui quindi, un cambio di approccio (come suggerito anche da Pete). Una conseguenza di quanto detto finora è che il personaggio di Michael C. Hall, oltre ad essere devastato dalla scomparsa della figlia, deve anche compiere un atto molto difficile, ossia non idealizzare la persona scomparsa ma, anzi, cercare di scoprirne tutti i difetti o i segreti per poter trovare una soluzione.
In questo senso, Safe ha operato una sorta di fusione tra elementi appartenenti a due consuetudini televisive (e cinematografiche) diverse: di solito, infatti, questo processo (quello di de-idealizzare la vittima) è riservato a personaggi che vengono uccisi, non a persone scomparse. Al di là di questo, è ovvio che i segreti di Jenny contribuiscono a minare ulteriormente l’immagine idilliaca di una comunità apparentemente perfetta (che, in fondo, è lo scopo di tutti i crime inglesi, basti pensare a Broadchurch, Happy Valley e altri prodotti simili).

“Come back Look, I did it! It was me! I put fake pictures in your locker. I set you up. We were going through a rough patch, weren’t we? It was a stupid, stupid thing to do. I was angry. I lashed out. I need to get some air.”

Come detto in precedenza, accanto all’aspetto crime, Safe insiste molto sull’analisi della comunità colpita da questa serie di lutti, mostrando un quadro sempre meno edificante delle persone che la compongono. Un indubbio merito dello show è stato quello di aver saputo introdurre elementi tipici del family drama (e in parte del teen drama) senza scadere nello stucchevole; è notevole, inoltre, il tentativo di utilizzare uno stile diverso nella descrizione di ogni famiglia: per i Marshall, infatti, il tono era prevalentemente quello del dramedy, con tocchi quasi grotteschi, mentre la narrazione a casa Chahal ha tinte molto più cupe e drammatiche, esemplificative di una famiglia distrutta dal lutto e, ancora prima di esso, lacerata da tradimenti e sentimenti di vendetta. Sentimenti che, però, vengono messi in secondo piano dalla tragedia che ha sconvolto le loro vite, donandoci l’immagine di una coppia di persone spente, che (comprensibilmente) non riescono a reagire e che sono tenute insieme dal dolore (il tutto, appunto, senza cadere nello stucchevole, in pieno stile inglese).
Parlando di stile inglese, non si può non lodare Netflix e Canal+ per aver riprodotto in maniera efficace e fedele le atmosfera e le rappresentazioni tipiche dei grandi drama britannici e scandinavi (pur senza raggiungerli pienamente in quanto a qualità, sia chiaro); questo può sembrare banale, ma non era affatto scontato che un network (o, meglio, piattaforma) statunitense riuscisse in questo intento.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Michael C. Hall
  • Scena finale
  • Rappresentazione della comunità
  • Coralità
  • Totale assenza di stucchevolezza
  • Forse pochi avanzamenti concreti
  • Qualità buona, ma non eccelsa
  • La decisione di inserire una grande moltitudine di tematiche può rivelarsi controproducente, visto che mancano solo due episodi
  • Tematica del manicomio totalmente abbandonata

 

Safe è stata quasi totalmente snobbata dal pubblico e dalla critica. A due puntate dal termine, possiamo definire questa scelta complessivamente sbagliata, in quanto ci troviamo di fronte ad un prodotto di buon livello che riesce ad intrattenere senza problemi. Il ringraziamento finale, va detto, non è pienissimo (anzi, fino all’ultimo c’è stato il ballottaggio con un più cauto Save), ma serve come segnale di fiducia in vista di un finale che si spera essere un continuo crescendo.

 

Episode 5 1×05 ND milioni – ND rating
Episode 6 1×06 ND milioni – ND rating

 

 

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