Picnic At Hanging Rock 1×01 – Episode OneTEMPO DI LETTURA 4 min

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È un compito difficile distinguersi senza scadere nel superfluo quando si affronta un remake. Se poi il riferimento è un film (basato su un libro) che già di suo risulta essere difficile da classificare, beh, l’aspettativa si alza e il rischio di cadere inesorabilmente è dietro l’angolo.
Il film di Weir del ’75 è, semplicemente, uno strano capolavoro. Un film senza una vera trama compiuta, senza una vera e propria caratterizzazione dei personaggi se non tramite semplici archetipi. La sua forza (devastante) sta tutta nel lavorare sull’inquietudine che lentamente cresce nello spettatore, senza nessuna possibilità di tramutarsi in  una catarsi.
È importante tenere a mente cosa sia e rappresenti il film originale per capire tutte le scelte compiute in questa miniserie. Tutte così strettamente legate che forse possono inficiare negativamente nella visione. Va detto subito che l’operazione è riuscita solo in parte, ma sono gli aspetti positivi a prevalere su quelli negativi.
Nei primi rientra sicuramente la scelta nell’approccio. Laddove nel film regnava una dimensione eterea, quasi impalpabile, qui tutto diventa sanguigno, torbido e passionale. Questa scelta permette quindi di lavorare sugli stessi temi dell’originale ma da una prospettiva diversa. Richiamando una metafora pittorica, si può dire che il film possa essere assimilato ad un quadro nebbioso di Turner mentre la serie si avvicina ad uno “umido” di Renoir, lavorando quindi su colori pieni e contrastati.
Una scelta decisamente efficace. In effetti è proprio il comparto scenico che risulta decisamente il punto forte della serie. La regia, con un vero e proprio andamento ritmico, si allinea alla necessità di raccontare il tutto molto “fisicamente”. Ogni movimento dei personaggi (e della camera che li segue) si plasma in conformità con la natura circostante; anch’essa fisica, fatta di alberi e cespugli da toccare, quasi fosse un bisogno primario necessario.
Illuminanti in questo senso le fughe notturne di Miranda, a piedi nudi e in sottoveste.
Tutta la narrazione gioca su questa attrazione verso l’ignoto che aspetta “lì fuori”, che sembra attrarti o respingerti a seconda dalla propria predisposizione. Quell’ignoto che non viene svelato neanche nel momento clou, sul finale, con quell’urlo di paura che chiude l’episodio.
La scomparsa di tre ragazze e di un’insegnante nel giorno di San Valentino del 1900 diventa quindi una metafora sul rapporto che ogni essere umano ha nei confronti della libertà e della propria istintività.
Non essendoci una vera trama, le sceneggiatrici Beatrix Christian e Alice Addison hanno lavorato molto sui flashback sui protagonisti, in particolar modo sulla governante del college. Il suo torbido passato, mai veramente chiarito, sembra essere il seme, malato, che ha generato questa tragedia, quasi fosse un contrappasso per espiare le proprie colpe.
Natalie Dormer risulta essere in parte anche se pesa moltissimo sul suo personaggio il tipo di scrittura scelta. Prendendo spunto da House Of Cards, la signora Appleyard (un probabile identità rubata) buca spesso la quarta parete giocando la carta della consapevolezza e del cinismo tipico di Frank Underwood. Il problema è che qui stride tantissimo col tutto il resto visto nell’episodio, quasi denunciando una certa indecisione da parte delle sceneggiatrici su come gestire i diversi registri scelti. Probabilmente senza questa parte sarebbe stato più facile lasciarsi trascinare nella narrazione seguendo le emozioni attraenti e contemporaneamente respingenti che questa storia continua ad avere negli anni.
Un’altra cosa decisamente troppo marcata, e quindi quasi gratuita, è la necessità di esplicitare tematiche contemporanee senza però avere il coraggio di affrontarle in profondità. I riferimenti al razzismo e alla lotta di classe vengono “buttati nel mucchio” più per dare un senso di contemporaneità che per una reale esigenza narrativa. L’unico tema contemporaneo che acquisisce una diversa declinazione rispetto all’originale è la sessualità. Se nel film era sussurrata ma comunque importante, qui sembra permeare tutto, persone e cose, togliendone i filtri moralistici dell’epico e sottolineando la continuità tra esseri umani e natura, senza confini facilmente distinguibili.
Un grande rammarico del recensore è la mancanza del fantastico tema musicale del film originale, Il Flauto di Pan, sostituito da ritmi che richiamano una natura ancestrale. Funzionale ma non altrettanto ipnotizzanti.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • I luoghi e la percezione che se ne ha
  • Il comparto tecnico molto valido
  • La bellezza e l’inquietudine ci sono quindi va bene così
  • Non serve sfondare la quarta parete se non è necessario
  • La volontà di essere moderno su ogni cosa. Peccato non serva alla narrazione

 

Un pilot che introduce sufficientemente bene cosa vuole raccontare nonostante non sia sempre molto centrato. Se si è in cerca di una visione molto “fisica”, la serie non tradisce le aspettative. Bisognerà vedere se aggiungerà qualcosa anche da un punto di vista narrativo.

 

Episode One 1×01 ND milioni – ND rating

Dopo miliardi di ore passate a vedere cartoni giapponesi e altra robaccia pop anni ’80 americana, la folgorazione arriva con la visione di Twin Peaks. Da allora nulla è stato più lo stesso. La serialità è entrata nella sua vita e, complici anche i supereroi con le loro trame infinite, ora vive assecondando le sue droghe. Per compensare prova a fare l’ingegnere ma è evidentemente un illusione, infatti sogna di produrne qualcuna, magari su qualche tv via cavo. Segue qualsiasi cosa scriva Sorkin o Kelley. Intanto non si nega qualche guilty pleasure per non essere troppo snob

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