Marvel’s Luke Cage 2×13 – They Reminisce Over YouTEMPO DI LETTURA 7 min

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Your strength is from God, Carl. I have no doubt in my mind about that. But with that kind of power comes its share of pain. 
Science? Magic? God? That power flows from within. From inside.
What comes out when that pressure is heaviest? That’s the real magic. That’s what defines being a man. That’s what defines being a hero.
 
Fin da quando il (compianto) reverendo Lucas, nella 2×09, ha pronunciato queste parole all’indirizzo del figlio, si è finalmente compresa la direzione del percorso personale di Luke Cage, fino a quel momento piuttosto confusa. Un’evoluzione che, quindi, si è concretizzata con questo finale di stagione, dopo essersi fatta decisamente attendere, appesantendo ora l’immedesimazione dello spettatore nei confronti del protagonista, ora elevando, di riflesso, i comprimari/villain più attivi di lui per tutte le precedenti dodici puntate (Bushmaster in primis).
Questo secondo capitolo è stato infatti caratterizzato da un’inattesa passività del suo protagonista, che si è (quasi) limitato a prenderle/darle ai “cattivi” in un momento, a proteggerli dagli altri “cattivi” in un altro. Cage si è trovato, di fatto, in mezzo alla guerra tra Bushmaster e gli Stokes, continuando a ripetere di volerli morti entrambi, senza riuscire però mai a sbrogliare il bandolo della matassa. Il più grande limite alle sue azioni, che ha permesso a Mariah prima e a Bushmaster poi di sopravvivere, è stata la sua morale da giustiziere, la più grande forza e al tempo stesso la più grande (e classica) debolezza di un eroe. Protetti da Cage, i due villain hanno potuto continuare a darsi battaglia, che si è evoluta nell’escalation di caos e violenza che colpisce Harlem nella prima parte di puntata. La soluzione, netta e potente, a tutti i suoi problemi arriva quindi solo in questo finale: abbandonare la “giustizia”, ergersi lui stesso a Re o meglio Boss di Harlem e operare ad un limite mai raggiunto prima di legalità, come conferma ad una Knight preoccupata in conclusione d’episodio.
La seconda stagione ha così approfondito in maniera ancor più viscerale la morbosità e la tossicità del rapporto tra Luke e Harlem, puntando in maniera maggiore (seconda solo a Daredevil ed Hell’s Kitchen nell’Universo “Televisivo” Marvel) sulla dimensione metropolitana dei Defenders, sempre in netta contrapposizione a quella mondiale e ora “universale” dei cugini Avengers.
Tutto ruota attorno, quindi, al quesito “cosa definisce l’eroe?”, come si legge tra le righe del discorso del reverendo. La risposta classica, ma spesso mai banale, è semplicemente “il cuore”. Ma cosa fare quando l’oggetto del suo “amore” è un qualcosa pieno di insidie, trappole e oscurità come lo è Harlem? Ecco che all’eroe non resta che trasformarsi in ciò che combatte, pur di mantenere la pace e l’ordine, semplicemente perché non esiste nessun’altra soluzione.
Va detto che c’è un neo paradossale in quest’evoluzione di Luke. Pur in ritardo coi tempi, infatti, psicologicamente può sembrare fin troppo improvvisa e repentina. Vederlo lì, a fine puntata, nell’Harlem’s Paradise, guardare tutti dall’alto in basso, addirittura ordinando al suo scagnozzo di “tell Clair to go home“, non può che disorientare. Non si avverte affatto quel senso di completezza dato dal punto di arrivo di un percorso ben scritto e definito. Allo stesso tempo, però, è anche la conclusione perfetta dell’uomo che ha combattuto, senza eliminarli personalmente (anzi addirittura rispettandoli in più occasioni), i due grandi pericoli/le due più grandi vittime di Harlem, ossia Bushmaster, arrivato velocemente alla vetta e poi sprofondato con altrettanta rapidità, e Mariah, che alla fine diventa persino sua benefattrice e gli muore tra le braccia con sua somma soddisfazione (un po’ come un certo Walter White di vecchia data). No, non ci poteva essere davvero epilogo migliore a questo scontro di ideali, così simili quanto diversi nelle implicazioni, se non quello di sostituirsi ai vecchi nemici e di ereditare il loro “amore tossico”.
 

Believe it or not Mariah really does love Harlem.”

Emblema di questo amore, se non vera reggente dell’intera stagione insieme a Bushmaster, allora, non può essere altri se non Mariah Dillard (anzi no, Stokes). È lei l’unica che ha davvero trovato la degna fine di un percorso narrativo, mentre gli altri due protagonisti mantengono comunque porte aperte. È stato sempre il suo personaggio, d’altronde, a mostrare un’evoluzione continua e stratificata per tutta la stagione, nel bene, dal retroscena dello stupro all’apice della strage giamaicana, e nel male, con una recitazione spesso eccessivamente sopra le righe e una ridondanza di concetti ripetuti fino allo sfinimento.
Non poteva essere che lei, allora, a reggere anche l’impianto narrativo dell’episodio finale, scandito dall’alternanza dickensiana dei tre “fantasmi” del passato, del presente e del futuro, a farle visita in prigione. “They Reminisce Over You”, recita il titolo e sono loro coloro che, in un modo o nell’altro, la “ricorderanno”, loro le tre persone più colpite dalla sua figura (oltre a rappresentare l’ennesima citazione testuale e musicale di un singolo dei rapper Pete Rock & CL Smooth).
Il primo è Shades, la cui esistenza è probabilmente quella che rimarrà più sconvolta dalle sue azioni, se non altro per le implicazioni finali (la morte improvvisa di Mariah che lo porterà alla prigione, quindi senza più neanche un futuro). Attraverso i suoi occhi si può vedere quello che Mariah è diventata, ossia la spaventosa e “tossica” Black Mariah, accecata dal potere e disposta a tutto per ottenerla. Ma sempre grazie alle sue parole si può invece intravedere quello che Mariah poteva diventare, in una vita felice insieme a lui, lontani dal mondo criminale, facendo davvero del bene per la loro gente, mettendo in scena uno dei momenti insospettabilmente più forti e intensi della serie.
Con Tilda, invece, passato, presente e futuro arrivano a coesistere insieme in un ciclo familiare di violenza e distruzione. Mariah trova infatti la morte esattamente come il compianto cugino Cornell o come l’odiato Uncle Pete, ossia per mano del suo stesso sangue. La maledizione degli Stokes, di una famiglia che dietro “l’amore di Harlem” ha sempre nascosto la sua fame di rivalsa e di prestigio, trova quindi la sua fine, proprio per mano dell’ultima delle sue vittime, trasformatasi anch’essa in carnefice, ovvero Tilda. “The last Stokes just died” dice non a caso la stessa ragazza, confermando che il sangue Stokes muore con quello della madre. Si conclude altrettanto coerentemente il percorso di un personaggio forzato, utilizzato spesso come conveniente deus ex machina che fino alla fine regala momenti di assoluta incomprensione (ripudia per tutto l’episodio la famiglia della madre, per poi infastidirsi palesemente per non aver ereditato l’Harlem’s Paradise).
Luke è infine, chiaramente, il fantasma del futuro, l’ultimo, come detto, a vederla in vita, l’immagine più somigliante al suo “amore tossico” e al tempo stesso la sua più grande speranza per l’avvenire di Harlem. Con la cessione del locale si attua, poi, anche il suo ultimo piano diabolico, col desiderio (decisamente fondato) che possa infettarlo, come ha fatto a tutti gli altri. Efficace come non mai, a tal proposito, la carrellata conclusiva nel locale di tutti i personaggi/vittime di Harlem, come succedeva in ogni finale della Baltimora di The Wire, aprendo ad un futuro decisamente più oscuro che luminoso.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La chiusura “alla The Wire” 
  • La tripartizione dickensiana dell’episodio 
  • Luke il Re di Harlem 
  • La fine del ciclo di sangue degli Stokes 
  • Luke il Boss di Harlem, potenzialmente 
  • Anche stavolta non è Luke, alla fine, a risolvere davvero la situazione 
  • Il look di Mercedes Knight nella scena finale al locale 

 

Un finale condito da poca azione, se non all’inizio, ma da una positiva chiusura di un percorso. Shades finisce in prigione, Mariah abbandona definitivamente la scena, Mercedes diventa il commissario di polizia. Con questi ultimi sviluppi la stagione finisce col meritarsi un “save”, proprio perché, perlomeno, è riuscita nell’intento di portare a compimento un discorso ben preciso iniziato con la prima stagione, arrivando anche (specialmente nella seconda parte) ad intrattenere piacevolmente. Con la terza (se ci sarà) ci si aspetta decisamente qualcosa di nuovo e, si spera, lontano dagli archetipi classici e tradizionali che hanno caratterizzato fin qui le avventure di Luke Cage.

 

Can’t Front Of Me 2×12 ND milioni – ND rating
They Reminisce Over You 2×13 ND milioni – ND rating

 

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

1 Comment

  1. Notata la citazione de il padrino con misty che guarda Luke ormai diventato boss mentre si chiede la porta come succedeva alla moglie di al Pacino nel film?

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