Maniac 1×03 – Having A DayTEMPO DI LETTURA 4 min

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Semplicemente, è stata una giornata no.
A chi non capita?
Tante volte nella vita di ognuno di noi ci si trova ad affrontare una serie di coincidenze che possono influenzare la nostra percezione del mondo, portandoci a pensare che siamo in qualche modo vittime di un sistema che ce l’ha proprio con noi. Poi, passata la giornata, tutto ritorna (quasi sempre…) a posto e si va avanti, sperando di sfuggire a situazioni simili il più a lungo possibile e allo stesso tempo facendo entrare in gioco la nostra razionalità che ci permette di relativizzare e depotenziare le forti emozioni provate (per lo più quelle negative).
Se però ci si trova ad affrontare traumi talmente profondi da non riuscire ad uscirne?
Inutile negarlo, in quest’ottica, le possibilità offerte dalla Neberdine farebbero gola a chiunque.
Chi non ha il terrore del dolore, nelle sue molteplici e subdole declinazioni e farebbe di tutto per sfuggirgli?
La voragine tematica che apre questa semplice domanda è alla base delle caratterizzazioni dei personaggi di questa serie, che si stanno lentamente componendo.
Dopo due episodi introduttivi fortemente caratterizzati visivamente e altrettanto narrativamente ambigui, arriviamo al nodo della sperimentazione della terapia del dolore. O almeno il primo dei tre previsti: quello del riconoscimento della natura del proprio dolore e di come ci si relaziona ad esso.
L’episodio presenta molte aperture, sia narrative che tematiche, verso diverse direzioni. Si ha l’opportunità di capire meglio il personaggio di Owen, per esempio. Se la paranoia era sicuramente uno dei tratti distintivi già emersi nel primo episodio, qui appare evidente quanto la sua famiglia giochi un ruolo pesante nella definizione di se stesso e della sua percezione del mondo. Il senso di vergogna per la sua ignavia e quello di inadeguatezza verso la sua famiglia sono talmente forti e radicati che riescono a condizionare anche la sua stessa partecipazione alla sperimentazione. Se da un lato sembra seguire il suo piano paranoico di salvatore del mondo che lo ha portato fin qui, dall’altro è evidente come questo trattamento sia un qualcosa da cui sfuggire, proprio perché porterebbe lui ad abbandonare le sue certezze e a mettersi in gioco senza dover essere condizionato dall’agire degli altri. Non è quindi un caso che la pillola non sia stata ingerita la prima volta volontariamente ma solo dopo, tramite coercizione.
Come lui, neanche Annie ha il coraggio di abbandonare il comfort dato del proprio dolore, scegliendo di rimanere in un loop di ricordi che nutra il senso di colpa che lei prova per la morte della sorella, evitando qualsiasi tentativo di elaborazione del lutto. Solo poco prima della morte del dottor Muramoto (su cui si potrebbe aprire una parentesi relativa all’effetto che questa cura può indurre nelle persone che ne abusano) sembra propensa a lasciarsi andare a questa esplorazione ma gli eventi la portano al punto di partenza. A guidarla rimane soltanto la curiosità sugli effetti della pillola B, quella comportamentista, fase successiva alla focalizzazione del problema, che in cuor suo dovrebbe solo togliere il peso di quel dolore. Peccato che forse la sperimentazione stessa è stata alterata da questi eventi.
La serie, infatti, non si ferma solo a studiare i due protagonisti ma sposta l’attenzione anche sui personaggi secondari e non solo umani.
Il grande computer centrale che gestisce le esperienze immersive, a metà tra un pezzo vintage e un icona kitsch, reagisce in modo inaspettato al dolore provato per la morte del dottore, generando una lacrima elettronica che altererà i circuiti alla base del suo funzionamento. Così come accade alle sinapsi neuronali che si generano a fronte delle esperienze che vivono gli esseri viventi, anche le macchine sembrano imparare da queste emozioni “digitali” per cambiare ed evolvere.
Continuando in questo approccio molto surreale e in stretto contatto con le esperienze dell’intelligenza artificiale, viene introdotto, dopo averlo visto solo nei tutorial iniziali, lo stesso creatore del progetto, il dottor James K. Mantlera interpretato da un Justin Theroux splendidamente in forma quanto è sopra le righe. Il suo personaggio è letteralmente perso in questo mondo troppo perfetto quanto è asetticamente spietato, completando così un gruppo di personaggio tanto atipici quanto interessanti. Da lui e dal suo rapporto con l’assistenza scaturiscono siparietti simpatici e tremendamente antisociali.
In questo episodio, come detto, si aprono molte parentesi e situazioni che permettono alla serie di darsi un respiro molto ampio e pretese molto alte. Finora tutto sembra funzionare e si può tranquillamente dire che le tante aspettative create sono state ottimamente ripagate.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Tutto funziona alla perfezione, comprese le molte situazioni assurde che si generano
  • Menzione particolare alla regia e alla scenografia
  • Pochi. Si poteva caratterizzare meglio il dottore Muramoto
  • Aspettiamo ancora Sally Field 

 

Presegue questa serie molto particolare, per contenuti, regia e personaggi. Tutto risulta ostico ma appassionante. Un prodotto di cui Netflix può andare orgogliosa.

 

Windmills 1×02 ND milioni – ND rating
Having A Day 1×03 ND milioni – ND rating

 

 

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Dopo miliardi di ore passate a vedere cartoni giapponesi e altra robaccia pop anni ’80 americana, la folgorazione arriva con la visione di Twin Peaks. Da allora nulla è stato più lo stesso. La serialità è entrata nella sua vita e, complici anche i supereroi con le loro trame infinite, ora vive assecondando le sue droghe. Per compensare prova a fare l’ingegnere ma è evidentemente un illusione, infatti sogna di produrne qualcuna, magari su qualche tv via cavo. Segue qualsiasi cosa scriva Sorkin o Kelley. Intanto non si nega qualche guilty pleasure per non essere troppo snob

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