Marvel’s Iron Fist 2×05 – Heart Of The DragonTEMPO DI LETTURA 4 min

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Danny: Did I ever tell you the last words my mother said to me? She told me that she loved me. Right before she got sucked out of the plane. I never got the chance to reply. But I carried those words with me. And as much as they beat me, pushed me… I kept those words alive.”

Negli ultimi prolifici dieci anni di adattamenti filmici e televisivi dei fumetti supereroistici, due argomenti in particolare hanno continuato ad essere proposti ciclicamente sia in casa Marvel che in casa DC. Le miserie del protagonista, ritrovatosi improvvisamente privato dei suoi poteri (esperienza attraversata da Thor nel primo film omonimo e Bruce Banner in Infinity War, per esempio) non è sicuramente la più originale delle idee, ma trova comunque la sua ragion d’essere nel medium di partenza. Ad aver generato nel corso del tempo molte più perplessità, invece, è la continua ossessione del Cinematic Universe a voler insistere con la riproposizione di villain che non sono nient’altro che l’alter ego specchiato dell’eroe principale: in casa Marvel – anche se lo stesso discorso potrebbe valere per il Flash seriale – dai primissimi Iron-Man versus Iron-Monger e Hulk versus Abominio, fino al più recente Pantera Nera versus Killmonger, si è proseguiti imperterriti su questa linea.
Poteva il Pugno d’Acciaio di Netflix sfuggire a questi cliché? La risposta sta tutta in questo “Heart Of The Dragon” che mostra uno dei punti più bassi di Danny Rand e al contempo l’ascesa di Davos come nuovo Iron Fist. Uno sviluppo in realtà già annunciato nel finale della prima stagione e che qui trova dunque una sua semplice conclusione, senza particolari sorprese o scossoni: per delle sostanziali novità bisognerà attendere la seconda parte di stagione.
Escludendo i combattimenti iniziali e finali con relativo cliffhanger, quindi, “Heart Of The Dragon” soffre un po’ nella parte centrale della lentezza tipica degli episodi di assestamento, ma al tempo stesso permette di approfondire la trattazione caratteriale dei protagonisti – in particolare dei fratelli Meachum – e come questa abbia subito delle sostanziali modifiche con il passaggio di consegne da Scott Buck a Raven Metzer in veste di showrunner. La dipartita di due dei personaggi più magnetici dell’universo Netflix (Harold Meachum in “Dragon Plays With Fire” e Madame Gao in “The Defenders”) ha ulteriormente risaltato la fragilità borderline di Ward, finalmente sorretto dall’interpretazione di Tom Pelphrey. Il confronto tra lui e Danny in chiusura d’episodio, pur senza essere niente d’eccezionale, si conferma l’ennesimo passo nella giusta direzione in fase di scrittura. Situazione purtroppo non condivisa dalla sorella, inutilmente machiavellizzata dall’incontro fortuito con Davos. Le performance dei comprimari della sua storyline non hanno sicuramente aiutato con un Sasha Dhawan non all’altezza di un ruolo così importante e così sotto la luce dei riflettori e una Alice Eve alle prese con l’interpretazione di Typhoid Mary, personaggio – quasi inutile a dirlo – molto rischioso e difficilmente adattabile. Nel momento fatidico in cui la congiura ai danni di Danny (pun intended) viene svelata, la credibilità di Joy è ormai ai minimi termini, frutto di una gestione superficiale, delle volte ai confini con il ridicolo.

Mother: “Your father couldn’t come. He has more important things to attend to. His other son, Daniel Rand, will now face the dragon. I know what you’re thinking. “I was blinded by the sun, Mother… Danny used a trick to gain advantage… Lei Kung betrayed me when he called the fight, Mother… I never yelded.” Excuse for your failure. Better I were barren than to bring a disgrace like you into this world. Second best. The fool who lost his birthright to an outsider. I thought I had raised a champion. I was mistaken. I now must wear that shame.” 
Davos: “Mother, I’m sorry. I will make you proud. I will make you proud.”

Menzione a parte, invece, la meritano i flashback di Davos. Fermo restando che dagli show di Netflix ci si potrebbe aspettare di più – indimenticabile per esempio l’incontro di boxe di Battlin’ Jack Murdock – è apprezzabile che si inizi a tridimensionalizzare un personaggio finora troppo apatico. Difficilmente si potrà cambiare idea sulla performance dell’attore, così come difficilmente si dovrebbe perdonare alla Marvel l’ennesima antitesi hero-villain (basterebbe leggere la citazione in apertura e quella riportata qui sopra per vedere quanto questa opposizione sia stata strenuamente ricercata). Al contempo però, dopo che gli sceneggiatori si sono presi mezza stagione per preparare il terreno, l’imminente incontro tra i due Iron Fist, tra lo Yin e lo Yang, tra il bene e il male e via dicendo, genera un pizzico di attesa e curiosità.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Dialogo tra Danny e Ward
  • Episodio poco incentrato su Danny
  • Scontro al femminile nel finale
  • Avversari in generale poco all’altezza
  • La decadenza di Joy
  • Soliti cliché narrativi, si potrebbe osare di più

 

Colleen: “What’s a Six-One-Six?”
Misty: “Possible suspect with abilities.”
Purtroppo non basta una citazione metanarrativa a rendere godibile un episodio.

 

Target: Iron Fist 2×04 ND milioni – ND rating
Heart Of The Dragon 2×05 ND milioni – ND rating

 

Dario ha circa 20 anni e continuerà ad averli fintantoché un dipinto in soffitta invecchierà al posto suo. Alcune leggende raccontano di una grande passione per il tabacco, i libri americani, il cinema e l'alcol, ma una estrema ricerca della perfezione come virtù lo tengono lontano da ogni eccesso. Mentre non si impegna a capire perché gli è sconsigliato vivere di notte come i gatti, scrive legge e fa.

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