Tell Me A Story 1×01 – Chapter 1: HopeTEMPO DI LETTURA 4 min

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A volte ci sono storie che non andrebbero raccontate. A volte determinate idee, determinati pitch, dovrebbero rimanere nascosti nell’angolo più recondito della complicata mente che li pensa. Purtroppo, però, alcune volte il male riesce a prendere forma, diventando qualcosa di tangibile e lasciando il mondo della fantasia. E’ tramite questo processo che prodotti come Tell Me A Story riescono a prendere vita, non c’è altra spiegazione: a volte una brutta idea è solo l’inizio di qualcosa di peggiore.
Ma dopo tutto il trailer che annunciava l’uscita della serie non sembrava così terribile. Insomma, si percepiva un altissimo livello di trash, ma la violenza, il sangue e la musicalità sembravano poter rendere godibile il prodotto. E invece no, la messinscena è stata semplicemente obbrobriosa.
Ma partiamo dalle basi, dalla trama sulla quale si poggia la serie, anche se in realtà non c’è molto da dire: ambientata a New York, la serie cerca di rimodernizzare e tingere di una sana dose di crime dark psicologico alcune favole. Trattandosi di una serie antologica questa prima stagione (speriamo anche l’unica) riprendeva Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel e I Tre Porcellini.
“Cari amici di RecenSerie, come avete potuto anche solo pensare che un costrutto del genere potesse portare qualcosa di valido sui vostri schermi?”
Questa è un’ottima domanda a cui è difficile trovare risposta. Sarà stato un misto di speranza unitamente al desiderio di recensire l’ennesimo pilot di questa stagione telefilmica: abbiamo resistito ad Happy Together, cosa sarà mai un bruttissimo thriller psicologico a confronto?
Numericamente parlando: trenta minuti in più di supplizio. Sì, perché Tell Me A Story oltre ad essere una brutta serie da guardare è anche incredibilmente lunga (cinquanta minuti circa). Ed i momenti peggiori sono racchiusi nei primi venti minuti quando, non si sa bene secondo quale logica, gli sceneggiatori decidono di presentare allo spettatore ogni singolo personaggio principale e non della serie. Tutti in venti minuti. Si viene talmente rimbalzati da una storia all’altra che si fatica a mantenere un certo ordine mentale: gli occhi, ormai iniettati di sangue per l’orrore, iniziano a vagare nel vuoto, venendo distratti anche dal più insignificante dettaglio della tappezzeria; le braccia iniziano a muoversi in modo compulsivo cercando di riacquistare sensibilità; la mente è ormai sprofondata in un sonno eterno.
La storia inizia con un gruppo di ladri che rivedremo poi a fine episodio, prosegue con la presentazione di una coppia infelice in cui lei non vuole avere figli (si apre una discutibilissima parentesi di critica politica nei confronti di Trump), successivamente viene presentata una giovanissima ragazza (che rappresenta anche il lato malizioso della storia) ed infine uno stripper gay amante della droga (una sorta di riadattamento di Moonlight in pratica). Il tutto presentato senza una linea logica ma rimbalzato di personaggio in personaggio in rapida successione. Ovviamente i personaggi sono tutti bellissimi e curatissimi: non c’è un singolo personaggio di cui è possibile pensare “questo sicuramente non è un modello”.
La regia dell’episodio è lasciata in mano a Liz Friedlander che pare avere più dimestichezza per i videoclip musicali piuttosto che per le serie tv.
Ma il nome più di spicco, nel panorama seriale, che aveva attirato fin da subito l’attenzione è sicuramente quello di Kevin Williamson: lo sceneggiatore poteva essere o l’arma in più dello show, oppure uno dei più validi motivi di una debacle. E se siete arrivati fino a questo punto della recensione, avete ben capito come sia finita.
D’altra parte un passato fatto di The Following e Stalker avrebbe dovuto forse far venire qualche dubbio in più.
In conclusione Tell Me A Story rappresenta uno di quei prodotti veramente brutti che non andrebbero visti. Non si tratta di una serie tv trash che potrebbe rappresentare, per qualcuno, il guilty pleasure seriale di fine anno. No, Tell Me A Story rappresenta una pura e semplice perdita di tempo. Oggigiorno, con una mole gigantesca di nuovi prodotti seriali non ci può permettere né di produrre una serie di questo tipo, né di perdere tempo con la sua visione. L’amore per l’orrido in questo caso non si addice.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Volendo azzardare si potrebbe dire che il plot twist finale sembra voglia far alzare la testa alla puntata, ma insomma trenta secondi non possono rimediare a cinquanta minuti di oscenità
  • Questa serie è una cafonata orribile senza motivo di esistere

 

A volte una brutta idea è solo l’inizio di qualcosa di peggiore.

 

Chapter 1: Hope 1×01 ND milioni – ND rating

 

 

 

Nato male e stronzo, cresciuto ancor peggio. Conosciuto ai più come Aldo Raine detto L'Apache è vincitore del premio Oscar Luigi Scalfaro e più volte candidato al Golden Goal. Di età imprecisata ma di stupidità conclamata, affetto dalla Sindrome di Cotard, osservatore ossessivo di serie tv e film. Avrebbe potuto cambiare il Mondo. Avrebbe potuto risollevare le sorti dell'umana stirpe. Avrebbe potuto risanare il debito pubblico. Ha preferito unirsi al team di RecenSerie per dar libero sfogo alle sue frustrazioni. L'unico uomo con la licenza polemica.

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