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The New Pope 2×09 – Episode 9TEMPO DI LETTURA 10 min

in Recensioni/The Young Pope by

Il momento tanto atteso è finalmente giunto, ripagando un’attesa lunga otto ore e tutt’altro che faticosa. Già la sigla dell’episodio, ancora una volta sulle note della cover Watchtower del rapper britannico Devlin, preannuncia l’imminente incontro dei due papi, alternando la passeggiata balneare di Pio XIII seminudo sotto gli sguardi concupiscenti delle donne e il solenne tragitto di Giovanni Paolo III fino alla finestra da cui terrà il discorso dell’Angelus.
Dalla sua finestra, il pontefice-dandy con un passato da punk realizza il suo più grande trionfo: la Chiesa che sanziona, che discrimina, che punisce, che stabilisce cosa è giusto e cosa è sbagliato, quali comportamenti sessuali sono accettabili e quali equivalgono a un crimine contro Dio, che erige barriere, che impone morali, che soffoca i sentimenti, cede il passo a una Chiesa veramente inclusiva aperta agli emarginati, ai diversi, ai disadattati, agli umili, ai sofferenti. Persino il papa apre il proprio cuore alla folla dei fedeli, si mette a nudo e si riconosce un peccatore fra peccatori, un uomo fra gli uomini, non un semidio in odore di santità come Pio XIII. Il discorso di Giovanni Paolo III durante l’Angelus è la rivendicazione della fragilità, del fallimento, dell’insuccesso come condizione ontologica dell’essere umano, e nel contempo il riconoscimento che la nostra vera forza sta proprio in questa fallibilità, in questa imperfezione.
E’ la rilettura brannoxiana (e sorrentiniana) del paradosso alla base della stessa religione cristiana: Dio che si incarna in uomo, che predica ai pescatori e alle prostitute piuttosto che ai nobili e ai benestanti, che lotta contro le tentazioni nel deserto come un qualsiasi peccatore, che ha dubbi nell’orto del Getsemani alla vigilia della Passione, che muore della morte riservata agli schiavi sulla croce, insomma che vive fino in fondo questa condizione di fragilità e di umiltà perché solo così la redenzione dell’intero genere umano può compiersi. Ed è una lezione tanto innovativa quanto, di fatto, restauratrice della Chiesa delle origini, quella che sopravviveva nelle catacombe e che parlava agli ultimi, predicando l’uguaglianza dinanzi a Dio indipendentemente dal ceto o dall’etnia. Una Chiesa composta da rottami, ma tanto più perfetta proprio perché è qualcosa di più della somma delle imperfezioni di chi la forma.

“Le ragazze che ci hanno snobbato. I ragazzi che ci hanno abbandonato. Gli estranei che ci hanno ignorato. I padri e le madri che ci hanno equivocato. Tutti i lavori che ci hanno negato. I maestri che hanno dubitato di noi. I bulli che ci hanno picchiato. I fratelli che ci hanno deriso. Gli amici che ci hanno lasciato soli. I conformisti che ci hanno allontanato. I baci che ci sono stati negati perché nessuno ci vedeva. Erano tutti troppo impegnati a rivolgere lo sguardo altrove, mentre io rivolgevo il mio sguardo verso di voi. Solo verso di voi. Perché io sono uno di voi. Il dolore non ha alcuna gerarchia. La sofferenza non è uno sport, non c’è una classifica finale. Tormentati dall’acne, dalla timidezza, dalle smagliature, dal disagio, dalla calvizie, dall’insicurezza, dall’anoressia e dalla bulimia, dall’obesità e dalla diversità. Ingiuriati per il colore della pelle, per le preferenze sessuali, per il portafoglio vuoto, per le menomazioni fisiche, per i nostri litigi con i nostri anziani, per i nostri mai consolabili pianti e per l’abisso della nostra insignificanza, per le caverne delle nostre perdite, per il vuoto dentro di noi, per il ricorrente, incurabile pensiero di farla finita. Senza un tetto sulla testa, senza terra sotto i piedi, senza niente a cui appartenere, niente, niente, niente! Sì, così ci siamo sentiti. E al pari di voi, io mi ricordo tutto. Ma ora non ha più importanza che il mondo sia stato contro di noi, perché ora saremo noi ad essere contro il mondo. D’ora in poi non tollereremo di essere definiti un problema. Perché a dire la verità il problema sono loro, noi siamo la soluzione. Noi che siamo stati traditi e abbandonati, scartati ed equivocati, messi da parte e sminuiti. “Non c’è posto, non c’è posto per voi qui!”, così ci hanno detto con i loro silenzi. “Allora diteci qual è il nostro posto”, li abbiamo implorati noi con i nostri silenzi. Non l’abbiamo mai ricevuta quella risposta. Ma ora lo sappiamo, sì, qual è il nostro posto. Il nostro posto è qui. Il nostro posto è la Chiesa. Il cardinale Biffi l’ha detto prima di me e con parole di incredibile semplicità. Noi siamo tutti miserabili rottami che Dio ha messo insieme per formare una Chiesa gloriosa. Sì, siamo tutti miserabili rottami. Sì, siamo tutti uguali. E sì, noi siamo i dimenticati, ma non più ora. Da questo momento in avanti sappiate che non saremo più dimenticati, ve l’assicuro. Da oggi ci ricorderanno, perché noi siamo la Chiesa.”

A questo punto tutto è pronto per l’incontro tra i due papi. L’esito è meno scontato del previsto perché, complice la crisi aperta dagli eventi di Ventotene, Brannox e Belardo non si scontrano sul terreno teologico né tanto meno ecclesiologico, bensì si rivelano due facce della stessa medaglia, ossia due uomini votati solo al bene della Chiesa e alla difesa degli umili. A distinguerli, semmai, è l’approccio al problema: Giovanni Paolo III è il fautore della via media, il sostenitore del “diamo a Cesare quel che è di Cesare”, crede nella divisione dei poteri e vorrebbe lasciare che siano le forze armate italiane a salvare gli ostaggi, mentre il compito del papa dovrebbe essere quello di pregare; Pio XIII è fin troppo consapevole della natura di santo e di messia che i suoi stessi seguaci gli hanno attribuito mentre era in coma e vorrebbe servirsene per ricattare il califfo, minacciando persino una nuova crociata. Giovanni Paolo III è il papa di cui fidarsi razionalmente, Pio XIII quello a cui affidarsi totalmente, anima e corpo, in uno slancio mistico e fideistico che di razionale ha poco.
Ma Sorrentino è persona intelligente e non vuole limitarsi a una banale contrapposizione fra intransigenza e modernità, fra passato e futuro, e nemmeno vuole portare in scena la lotta culturale e religiosa fra Occidente cristiano e Oriente musulmano estremista. Ciò che intende evidenziare è il rischio concreto di una deriva fondamentalista anche nel seno della Chiesa cattolica, ricorrendo non a caso a uno splendido colpo di scena con cui alla fine si scopre che dietro gli attentati a Lourdes, in Vaticano e a Ventotene non c’è mai stato il califfato islamico, bensì i fanatici seguaci di Lenny, compresa (almeno in quest’ultima occasione) Ester. Alla fine il peggior nemico della Chiesa cattolica si rivela il cattolicesimo stesso, o meglio una sua frangia estremista e immoderata, in cui il troppo amore si trasforma in odio e la troppa fede si tramuta in sterile fanatismo.
Proprio per contrastare queste potenziali degenerazioni, lo stesso Pio XIII nel finale arriva ad abbracciare la via media di Brannox, rendendosi conto che essa è la sola possibile se si vuole assicurare un futuro alla Chiesa: e non perché permettere ai preti di sposarsi farà magicamente sparire la pedofilia, ma perché solo nella moderazione, nella mitezza, nell’amore autentico che lega gli esseri umani si può trovare una ricetta agli odi e ai fondamentalismi.

“Ci riempiamo la bocca della parola “amore”, ma poi io per primo non ho saputo come declinarla. Ci riempiamo la bocca della parola “bellezza”, ma poi io per primo non ho saputo coglierla. Per questo io chiedo il vostro perdono. Vi prego, perdonatemi, perché alle volte confondiamo l’amore con la pazzia, la bellezza con l’estasi. La storia si è ripetuta ancora: la pazzia e l’estasi hanno ancora una volta dimostrato di essere irresistibili tentazioni, ma terminano sempre come sono terminate a Ventotene. Con morti ingiuste, in questo caso di un prete buono e innocente. C’è una vita di felicità che possiamo trovare nella sfera dove c’è gentilezza, dolcezza, mitezza, amorevolezza. Dobbiamo imparare a stare al mondo, e la Chiesa deve contemplare adesso l’idea di aprirsi del tutto a un amore che è possibile per cercare di contenere così l’amore che è aberrante. Tutto questo Giovanni Paolo III con grande umiltà lo chiama “la via media” e finalmente negli ultimi giorni ho capito che non è la via media, ma è “la via”. Dal momento in cui sono tornato non avete fatto che porvi ogni genere di domanda. Chi è, il Padre o il Figlio? Chi è, Dio o invece è lo Spirito Santo? Chi è, un uomo o invece è Gesù? Si è risvegliato o è risorto dalla morte? Chi è, un santo o un impostore? Chi è, Cristo o invece è l’Anticristo? E’ vivo o è morto? Non ha importanza. Sapete qual è la vera bellezza delle domande? Che noi non abbiamo le risposte. Alla fine le risposte le ha solo Dio. E’ il suo segreto, il segreto di Dio che conosce soltanto lui. E questo è il mistero in cui crediamo. E questo è il mistero che guida le nostre coscienze. E ora io vorrei scendere in mezzo a voi e fare quello che desidero fare dal primo momento: abbracciarvi uno per uno.”

La bellezza del finale, o meglio dei finali costruiti da Sorrentino per l’ultimo episodio di The New Pope è innegabile. I due papi, il giovane e il nuovo, realizzano la propria massima aspirazione: l’uno di essere amato, l’altro di essere dimenticato. Lenny Belardo porta a compimento un percorso di crescita personale iniziato nella scorsa stagione sostituendo definitivamente l’assenza con la presenza, scende tra la folla, si offre agli abbracci dei fedeli, fa crowd surfing come fosse una rockstar e viene infine deposto ai piedi della Pietà di Michelangelo, nei panni di un novello Cristo defunto. John Brannox si fa invece da parte lasciando la risoluzione della crisi di Ventotene al collega, rinuncia a quella carica che non aveva mai davvero desiderato e torna all’isolamento nella propria tenuta nobiliare inglese, ma questa ha accanto a sé Sofia Dubois e ritrova persino l’affetto dei genitori. Uno termina la propria esperienza terrena, l’altro ne inaugura una nuova e più autentica.
Dopo due papi così straordinari, ovviamente, c’è da pensare al successore e qui Sorrentino piazza, dopo i titoli di coda che mostrano il destino dei vari personaggi principali e secondari, l’ultimo colpo di scena, forse neanche tanto inaspettato, ma sicuramente d’effetto: l’elezione del cardinale Voiello, introdotto nelle nuove vesti pontificie con una scena finale che ricorda The Shining del mostro sacro Stanley Kubrick. Non poteva essere altrimenti: per quanto si definisca un uomo mediocre, grigio, ordinario, Voiello è il vero cervello del Vaticano e nessuno meglio di lui può traghettare la Chiesa nella nuova era inaugurata dai suoi immediati predecessori. Chissà che il regista partenopeo non decida di chiudere la sua incursione artistica nel Vaticano con un terzo capitolo intitolato “The Neapolitan Pope”; ma anche fermandosi qui, la sensazione è che il cerchio sia stato chiuso alla perfezione e che Sorrentino non avrebbe potuto fare di meglio.

“Pio, hai rutt’ o cazz!”

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il discorso di Giovanni Paolo III durante l’Angelus
  • I due papi, il giovane e il nuovo, uno di fronte all’altro
  • Sorrentino e la minaccia del fondamentalismo cattolico
  • I finali di Belardo e Brannox
  • Voiello papa
  • Nulla di rilevante

 

Si può amare Sorrentino così come lo si può odiare, si può apprezzare la sua cura manieristica per il dettaglio così come si può soffrire per la lentezza della sua narrazione e per le tante sequenze che sembrano fini a se stesse; o ancora, si possono condividere le sue affermazioni in materia di Chiesa e di fede così come si può essere in disaccordo, ma è innegabile che con The New Pope abbia dato vita all’ennesimo progetto televisivo ambizioso, solido e convincente, con un finale che non delude e che non si può immaginare più perfetto di quanto già sia.

 

Episode 8 2×08 ND milioni – ND rating
Episode 9 2×09 ND milioni – ND rating

 

Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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