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Homeland 8×12 – Prisoners Of WarTEMPO DI LETTURA 5 min

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Homeland 8x12 - Prisoners Of WarBisogna doverosamente fugare un dubbio che è lecito avere visto un certo modo molto anticlimatico di terminare ogni stagione e gli otto anni passati a guardare il prodotto di Howard Gordon e Alex Gansa: “Prisoners Of War” chiude un ciclo e lo fa in maniera discreta, senza picchi e non nel miglior modo ma comunque più che accettabile visto il vicolo cieco in cui è finita la stagione. Nel 2011 Homeland esordiva con molto clamore ed un hype che è decisamente cambiato nel corso del tempo, venendo chiaramente influenzato dalla cronaca ma anche dalla necessità di cambiare e rinnovarsi.
Ecco quindi che la serie, pur partendo dal prodotto israeliano Prisoners Of War, giunge qui ad una conclusione che si allontana di molto (anche qualitativamente) dal punto di partenza ma prova, in qualche modo, a chiudere la narrazione in maniera più circolare possibile. Anche passando per il titolo: un omaggio più voluto che dovuto.

Brody:My name is Nicholas Brody, and I’m a sergeant in the United States Marine Corps. I have a wife and two kids… who I love.
By the time you watch this, you’ll have read a lot of things about me, about what I’ve done. That’s why I wanted to explain myself so that you’ll know the truth. People will say I was broken, I was brainwashed. People will say that I was turned into a terrorist, taught to hate my country. I love my country.
What I am is a Marine, like my father before me and his father before him. And as a Marine, I swore an oath to defend the United States of America against enemies both foreign and domestic.

La sensazione di circolarità di questo 96° episodio è fatta anche di richiami al passato e, per esemplificarlo, non c’è nulla di più forte della riproposizione del famigerato video di Brody. Le sue parole, il suo sguardo, il suo bisogno di spiegare qualcosa che molti difficilmente avrebbero capito non è casuale ma è volutamente messo lì a fare da anello di congiunzione con la situazione di Carrie che, paradossalmente, ora è diventata un altro Nicholas Brody. Diversi momenti storici e anche visioni incongruenti di quella promessa di difendere gli Stati Uniti d’America dai nemici “both foreign” (russi, talebani e terroristi in generale) e “domestic” (Zabel è un ottimo esempio) lasciano spazio a molte interpretazioni che, infatti. rappresentano tutte quelle diverse sfumature di verità e giustizia che tanto si sono viste e ascoltate in questi anni. Specie quando riguarda Carrie.
Homeland però non è mai stato solo una serie sul terrorismo e sulle costanti battaglie americane su un suolo straniero, ma è stato anche e soprattutto la storia di Saul e Carrie ed è qui che Gordon e Gansa hanno scelto di puntare i riflettori per concludere il viaggio. Non è un caso se il minutaggio dedicato ai personaggi secondari sia molto limitato e se le conversazioni a livello diplomatico non siano più di alcun interesse: il focus di “Prisoners Of War” è sul divario di valori umani trai due che, proprio qui, diventa insormontabile a colpi di “what was her name?” e “go fuck yourself“.
Il tradimento di Carrie, chiaramente anticipato nel finale di “The English Teacher“, porta a quel vicolo cieco di cui si parlava ad inizio recensione che vede come unica opzione il tradimento del proprio mentore. Un tradimento motivato ma comunque un po’ frettoloso. Considerati gli oltre 60 minuti di questo canto del cigno, Gordon e Gansa costruiscono l’inevitabile climax in maniera abbastanza frettolosa (scusandosi con una deadline), concedendo all’ultimo confronto solo pochi istanti che non sembrano abbastanza dal punto di vista dello spettatore. Un paio di frasi in più ed un confronto più aperto avrebbero aiutato ulteriormente la profondità della trama e la decisione, comunque già maturata da Carrie, di avvelenare il suo mentore. Qua si poteva doveva fare meglio e giusto due frasi in più avrebbero aiutato.

Greetings from Moscow, Professor. The Russian S-400 missile defense system sold to Iran and Turkey has a backdoor. It can be defeated. Specs to follow. Stay tuned.

Il finale, presentato con l’ennesimo salto temporale che fa tremare i polsi è tutt’altro che prevedibile e, bisogna ammettere, è un tocco di classe molto poetico oltre che sensato: essendosi bruciata tutti i ponti lavorativi (CIA) e personali (la sorella, la figlia, Saul), a Carrie rimane come unica possibilità il trasloco a Mosca ed il ruolo di nuova “english teacher” per provare a rimediare al danno fatto. E per danno si intende quello fatto alla nazione, non a Saul.
Sarebbe sbagliato però parlare di redenzione perché Carrie non vuole redimersi per una scelta che ha fatto e che ha funzionato, quanto piuttosto rendersi utile per la causa che l’ha sempre guidata in tutte le sue scelte: la protezione degli USA. In tal senso, potrebbe essere passata inosservata una frase detta prima da Saul e poi da Yevgeny, in due contesti diversi ma molto simili, che esplicita un parallelismo USA/Russia non di poco conto ed una reazione di Carrie ben diversa.

Saul: Sometimes, that’s the cost of doing business.
Carrie: Did you… did you really just say that?

Yevgeny: I did what I had to do. Cost of doing business.
Carrie:You sound like Saul…

La fuga in Russia si dimostra quindi una scelta comprensibilissima e che, in fin dei conti, sembra anche l’opzione più corretta per ridare al personaggio di Claire Danes un briciolo di bussola morale, risultata spesso assente (l’abbandono della figlia e quella che era stata definita come “seduzione coatta” di Aayan nella 4° stagione sono ancora ricordi purtroppo vividissimi). Ed il sorriso compiaciuto di Saul riflette quello dello spettatore, tutto sommato soddisfatto degli otto anni di viaggio.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • La scelta di optare per un libro di Carrie funziona molto bene e, piccolo retroscena, è una scelta dell’ultimo momento
  • Chiusura di un cerchio
  • Finale poetico che soddisfa praticamente chiunque
  • La scelta di non far morire Saul è molto apprezzata
  • Confronto finale tra Carrie e Saul sviluppato in maniera molto fugace

 

Homeland si conclude con un finale tutto sommato aperto ma che fa bene al cuore: c’è tradimento, c’è redenzione e c’è anche giustizia. Visto come si erano messe le cose era difficile poter fare meglio.

 

The English Teacher 8×11 0.95 milioni – 0.2 rating
Prisoners Of War 8×12 1.26 milioni – 0.2 rating

Martin Moody

Appassionato di fumetti, film e telefilm, ha un'età compresa tra i 25 ed i 35 anni ed è noto ai più per essere il fondatore del "Progetto Recenserie". E' un burbero dal cuore d'oro che gira per l'etere con una maschera di Venom continuando a ripetere che i Bloody Beetroots lo hanno copiato ma nessuno gli crede. Nel sottobosco del web si dice che abbia una laurea in statistica, una in economia ed una smodata passione per la scrittura tanto che pensa di poter scrivere un libro per vendere i diritti ad Hollywood per un film. Sognatore.

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