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Little Fires Everywhere 1×03 – Seventy CentsTEMPO DI LETTURA 4 min

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Mia:Baby May Ling. Hi, sweet girl. Hi, May Ling. I know where your mommy is. I know where your mommy is. I do.

Al di là di qualsiasi storia al centro Little Fires Everywhere, sullo sfondo, neanche tanto velatamente, c’è l’intento di Celeste Ng prima (autrice del libro da cui è tratta la serie) e di Liz Tegelaar poi (la showrunner) di rispecchiare un’America ancora profondamente razzista, discriminatrice e ancora ben distante da quella che si vorrebbe poter descrivere anche adesso. È un ritratto di una società classista e, soprattutto, bianca; una società dove qualsiasi altra etnia, a parità di situazioni, riceve lo stesso diverso trattamento e, per essere politicamente corretti e darsi un tono umile, si usano termini come “African-American” nelle lettere motivazionali per Yale.
Forse, più che sullo sfondo, è il caso di dire che questa tematica è il DNA pulsante della serie che porta infatti “White People” e “Non White People” ad un chiaro scontro socio-culturale, con i secondi più predisposti ad aiutarsi tra di loro (“Well, the group is kind of about, you know, black students supporting each other, so…“) piuttosto che aggiungere l’ennesima sconfitta alla propria storia. In tal senso, Bebe Chow e Mia sono un ottimo esempio.

BLACK


Cassiera: You’re 70 cents short.
Bebe Chow: Please, she not eat for days. I not eat for week.
Cassiera: Then try breastfeeding. It’s free.
Bebe Chow: Please.
Cassiera: Get the fuck out of my store!

Considerato che i piani narrativi sono fondamentalmente due (quello adulto e quello adolescenziale), la problematica razziale viene volutamente articolata in maniera diversa sia per non essere ridondante, sia per dimostrare le diverse sfaccettature della stessa negli anni ’90.
Il breve flashback/flashforward che, al solito, apre ogni puntata, questa volta si focalizza su Bebe Chow, la collega asiatica di Mia che ha abbandonato sua figlia causa mancanza di soldi, lavoro e, fondamentalmente, aiuto e che, a riprova di quanto appena detto, non riesce nemmeno ad ottenere uno “sconto simpatia/compassione” da parte di una cassiera (cosa che invece accadrà ad Izzy). Settanta centesimi che alla fine sono stati l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso di disperazione di Bebe Chow.
L’idea è oggettivamente buona e funziona alla grande, specie in un pubblico europeo che magari non è così coinvolto “emotivamente” in una situazione che è cambiata parzialmente fino ad ora. Non si può però non notare come la scelta di Mia, palesemente oltre le righe, pretenziosa e fatta senza pensare alle conseguenza, vada contro una logica piuttosto razionale che richiede la risposta ad una ed una sola domanda: May Ling vivrebbe una vita migliore rimanendo nella sua ricca famiglia adottiva o starebbe meglio con sua madre che è un’immigrata regolare in un paese che non la vuole?
E ovviamente la scelta non può che far odiare ulteriormente il già odiatissimo character di Kerry Washington…

WHITE


Izzy:I’m 70 cents short.”
Autista Bus: “Don’t worry about it, hon.

L’altra faccia della medaglia è ovviamente racchiusa nel brevissimo scambio di battute riportato qua sopra: una ragazzina privilegiata che non ha settanta centesimi ma che comunque viene lasciata entrare in autobus. Un gesto che non ha assolutamente cambiato la sua vita ma che al contrario avrebbe potuto cambiare quella di May Ling che, invece, poteva non essere stata abbandonata di fronte ad una caserma. Ed il fatto che questi settanta centesimi non vengano praticamente considerati da Izzy, fa capire anche il diverso valore dato al gesto in sé.
Ad aumentare il numero di dita puntate contro i “White People”, si aggiunge la lettera motivazionale “ispirata” alla storia di Pearl che non può che far riflettere sia dal punto di vista meramente personale, sia dal punto di vista storico. I dialoghi tra i ragazzi, e lo stesso modo in cui Pearl reagisce, fanno capire l’immaturità generale e non aggiungono pepe alla situazione ma sono comunque utili per capire l’intreccio generale. Chiaramente i veri problemi si riflettono sul piano narrativo degli adulti, però le storyline adolescenziali, bisogna ammetterlo, non si fanno per niente rimpiangere.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Continua ad esserci un’ottima rappresentazione del razzismo insito nella società americana degli anni ’90
  • Kerry Washington, pur essendo odiosa col suo personaggio saccente e difficile da capire, sforna un’ottima performance
  • Il razzismo espresso in diverse generazioni
  • Mia VS Elena
  • Irruzione di Bebe Chow al compleanno
  • Come si fa odiare il character di Kerry Washington, non si fa odiare nessuno…
  • Il personaggio di Joshua Jackson per ora è lasciato abbastanza in un limbo di prevedibilità

 

Little Fires Everywhere comincia a prendere una piega diversa e sempre più storica da un certo punto di vista. A posteriori si può dire che la scelta di rilasciare insieme i primi tre episodi sia ripagata da una maggiore comprensione generale, specie guardandoli tutti e tre assieme. Al termine di “Seventy Cents” c’è una svoglia modata di vedere un nuovo confronto tra Mia ed Elena…

 

Seeds And All 1×02 ND milioni – ND rating
Seventy Cents 1×03 ND milioni – ND rating

Martin Moody

Appassionato di fumetti, film e telefilm, ha un'età compresa tra i 25 ed i 35 anni ed è noto ai più per essere il fondatore del "Progetto Recenserie". E' un burbero dal cuore d'oro che gira per l'etere con una maschera di Venom continuando a ripetere che i Bloody Beetroots lo hanno copiato ma nessuno gli crede. Nel sottobosco del web si dice che abbia una laurea in statistica, una in economia ed una smodata passione per la scrittura tanto che pensa di poter scrivere un libro per vendere i diritti ad Hollywood per un film. Sognatore.

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