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OutcryTEMPO DI LETTURA 5 min

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In Italia, ma anche in Europa, il football americano non è assolutamente uno sport praticato o seguito dalla maggioranza, anzi. È conosciuto principalmente grazie ai programmi sportivi, ai film e alle serie tv americane che hanno trasmesso l’amore, la passione e soprattutto il business per questo sport. Tra tutti forse il più recente è stato Friday Night Lights, titolo tra l’altro molto utile per capirne l’importanza nella cultura a stelle e strisce.
Nel caso non lo si sapesse, Outcry comincia comunque dando un po’ di nozioni generali in modo tale che chiunque possa avvicinarsi al prodotto e capire l’importanza che scaturisce dalle partite liceali del venerdì sera anche nelle cittadine più piccole dal punto di vista economico (bravi giocatori al liceo possono vincere borse di studio per le università più costose), sportivo (il sogno è sempre giocare a livello professionistico un giorno in NFL) e sociale (lo status quo del quarterback e della cheerleader al liceo non devono essere nemmeno spiegati). Le rivalità, i drammi e l’attenzione mediatica sono solo una conseguenza di questa cultura, e Outcry è un perfetto (e bellissimo) esempio di come la vita di Greg Kelley, promettente giocatore di football, sia stata trasformata in un circo mediatico in seguito all’accusa di molestie sessuali ad un bambino.

#FreeGK


Per capire da dove nasce l’idea di una docuseries su Greg Kelley bisogna però far luce sul suo ideatore, nonché regista e sceneggiatore. Pat Kondelis potrà essere un nome totalmente sconosciuto ma in realtà, nel settore dei documentari sportivi con risvolti mediatici e legali, è ben più dì un’autorità: con Disgraced, documentario del 2017 sulla morte del giocatore universitario di basketball Patrick Dennehy, ha vinto un Emmy come Outstanding Long Sports Documentary; più di recente ha sfornato un altro ottimo prodotto chiamato The Scheme su HBO, focalizzato su uno scandalo che ha coinvolto FBI e NCAA (National Collegiate Athletic Association). È importante sapere questo perché Outcry non si distanzia moltissimo da questa tipologia che Kondelis padroneggia benissimo.
Senza entrare troppo nel dettaglio, l’accusa di molestie sessuali ad un bambino piccolo da parte di uno dei giocatori più famosi e promettenti della scuola, fidanzato con la classica cheerleader e per giunta in una cittadina molto piccola del Texas (#grillettofacile), ha scatenato un moto di proteste che hanno attirato l’attenzione dei media spopolando ovunque con l’hashtag #FreeGK. Da cui il titolo del paragrafo.
Nella complessità della vicenda e nella delicatezza dovuta ad un tema del genere, Kondelis ha preso e letteralmente sviscerato il tutto in una maniera perfettamente scenica ma estremamente funzionale alla visione e alla domanda che tormenterà lo spettatore dall’inizio alla fine della docuseries: Greg Kelley è realmente colpevole?

SEEKING THE TRUTH


I cinque episodi da 1 ora ciascuno di cui è composta Outcry possono sembrare troppi ma, in realtà, volano via molto velocemente diventando presto una droga che porta al binge-watching compulsivo. Una situazione strana se si pensa che ci si appassiona velocemente alla storia legale di un ragazzo condannato per presunta pedofilia, una cosa quasi malata se vista in maniera puramente oggettiva, eppure la docuseries, così come la storia di Greg Kelley, si presta estremamente bene ad essere immortalata in episodi.
L’obiettivo del movimento #FreeGK, così come di Kondelis, è quello di cercare la verità in un processo e in un sistema giudiziario e investigativo che lascia spazio ad ampi margini di miglioramento e che è chiaramente predisposto alla condanna facile per un crimine piuttosto che alla ricerca spasmodica dei fatti. Il modo di fare giustizia in America, specie in casi mediatici così esposti all’opinione di tutto e tutti, è lasciato in mano ad una classica giuria che viene sballottata da accusa e difesa in direzioni diverse, direzioni che sono esemplificate benissimo nei cinque episodi e che chiariscono il perché di così tanta attenzione al caso.
La storia di Greg Kelley diventa quindi un modo per Kondelis di analizzare ancora una volta il sistema giudiziario americano, sviscerarlo e mostrarne luci ed ombre: impossibile non appassionarsi divorando le 5 ore di girato.

GUILTY OR NOT GUILTY?


Kondelis, anche per motivi legali legati all’età della vittima tuttora minorenne, non ha potuto approcciare la storia offrendo anche il punto di vista dell’interessato o della sua famiglia, ma non per questo si è sentito meno in dovere di dare la massima tridimensionalità alla vicenda. Pur avendo già i fatti della storia chiari nel primo episodio, puntata dopo puntata Kondelis riesce ad aggiungere nuovi strati ad una storia che non appare affatto così limpida e, nel farlo, riesce anche a sviscerare la natura americana che si manifesta intorno a questo genere di eventi mediatici.
Da un lato ecco quindi arrivare un famoso avvocato difensore (Keith Hampton) che si occupa di fare una sorta di fact-checking a processi che non sembrano essere stati così puliti e “regolari” come avrebbero dovuto, dall’altro un personaggio (Jake Brydon) che, non esagerando, si potrebbe definire una sorta di mitomane che si è preso a cura la causa #FreeGK e ha creato l’intero movimento. Due facce di una stessa medaglia che Kondelis è riuscito perfettamente a trasporre in maniera onesta e alquanto convincente.
Per la stessa ragione, è da apprezzare il fatto che, come d’obbligo al termine di ogni documentario, Kondelis abbia lasciato la possibilità a ciascun spettatore di dare una personale lettura del caso. Anche se gli indizi portano chiaramente da un solo lato.

… THEM ALL!


Episode 1 1×01
Episode 2 1×02
Episode 3 1×03
Episode 4 1×04
Episode 5 1×05

 

Se c’è una docuseries che merita di essere recuperata, questa è sicuramente Outcry. Il ritmo sostenuto, i continui nuovi dettagli che stravolgono l’idea del caso e una storia già di per sé estremamente intrigante sono un mix semplicemente perfetto. Non si potrà non adorare ogni singola puntata.

Fondatore di Recenserie sin dalla sua fondazione, si dice che la sua età sia compresa tra i 29 ed i 39 anni. È una figura losca che va in giro con la maschera dei Bloody Beetroots, non crede nella democrazia, odia Instagram, non tollera le virgole fuori posto e adora il prosciutto crudo ed il grana. Spesso vomita quando è ubriaco.

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