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Shameless 11×06 – Do Not Go Gentle Into That Good… Eh, Screw ItTEMPO DI LETTURA 7 min

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Shameless 11x06 recensioneDopo undici stagioni l’andamento stagionale di Shameless è ormai ben chiaro a tutti i suoi fedeli spettatori. Eppure, considerando anche che si è di fronte all’ultimo fatidico crocevia della famiglia Gallagher, non smette mai di emozionare.
Difficile infatti trovare una serie altrettanto longeva, ma capace ancora di mantenere non solo la sua identità, ma una qualità di scrittura così alta, attenta e calibrata. Le storyline parallele dei diversi protagonisti viaggiano sempre sulle stesse modalità di narrazione, continuando comunque a dire qualcosa di nuovo, di estremamente attuale. Basti pensare al racconto della pandemia, praticamente l’unico al momento che è riuscito a non scadere nel retorico o nella banalità dei luoghi comuni. È d’altronde uno dei meriti più riconoscibili dello show, il suo mantenere un occhio vigile al passato, per inquadrare con una consapevolezza incredibile l’evoluzione della società, esattamente come narra la “piccola” storia dei suoi personaggi. Ci sono (e permangono) alti e bassi, certo, ma proprio quando sembra che niente sia cambiato, che si sia ormai adagiata sui soliti e “pigri” stilemi, gli basta un evento, un episodio fondamentale, a dimostrare che invece è cambiato tutto, proprio come nella realtà. Ancora oggi, quindi, riesce ad offrire ricchi e profondi spunti, testimoniando la forza di questa Storia e soprattutto la ragione per cui merita di essere seguita ancora, fino alla fine.

“FUCK YOU VERY MUCH”


Estrema attualità, si diceva, ed i riferimenti sono al solito molteplici. Ma ciò che più eleva lo sguardo cinico e senza filtri della serie è la sua volontà di non prendere posizioni assolutistiche, anche lì quando all’apparenza sembra farlo. Ne sono un perfetto esempio le vicende di Carl e lo stupro “al contrario” di cui è vittima, almeno secondo i canoni medi dell’opinione pubblica (vedasi la reazione della poliziotta, sul finale, al momento della denuncia), dove la coscienza collettiva (per bocca di Debs) l’aiuta a dare un nome al proprio disagio, ma allo stesso tempo ne riesce a toccare solo la superficie; o ancora meglio il senso di colpa di Liam, perseguitato dall’aver quasi ucciso un uomo terribile e del quale nessuno (compresa la sua stessa famiglia, come si vedrà nel corso dell’episodio) sembra importarsene sul serio. Coloro che, però, impersonano più di tutti quest’area a dir poco grigia dell’umanità “vera”, sono i troppo spesso sottovalutati V e Kev. Entrambi cresciuti nel ghetto, sulla strada, esperti nel saper scendere a compromessi per sopravvivere, riuscendo nel frattempo a gestire un’attività e a mantenere unito e solido il proprio nucleo famigliare. Il brevissimo ma significativo diverbio sulle armi, da anni al centro del dibattito culturale e politico a stelle e strisce, evidenzia allora con magistrale perizia la duplice natura che li contraddistingue: V, fondamentalmente progressista e che naturalmente le rifiuta, mentre Kev è di tutt’altro avviso, pur condividendo con la moglie tante posizioni sicuramente più aperte e moderne.

“YOU ARE SO MUCH BETTER THAN THAT”


Perché la formazione umana e culturale di una persona dipende da molteplici fattori, in cui famiglia da una parte e contesto urbano e sociale dall’altra esercitano una rilevanza privilegiata. E allora il Southside di Chicago è sempre al centro delle vite dei protagonisti, con le sue criticità e le sue rivoluzioni interne, finendo col condizionarli senza sosta, nel bene e nel male. La “gentrificazione” che il ghetto sta “subendo”, si è ormai capito, è il tema portante di queste ultime stagioni. La novità e la tradizione procedono di pari passo, partendo dall’analisi politica e sociale per riflettersi poi direttamente sui suoi abitanti e, anche in questo caso, con sfumature clamorose. Vedasi Carl, con tutto il suo “criminale” background, che confessa di essere diventato poliziotte per poter aiutare il suo quartiere, con una semplicità unica. O ancora la “ricaduta” di Lip, diviso tra il riaffiorarsi di pregresse similitudine con suo padre, l’alcolismo e soprattutto la ribellioni alle continue vessazioni sociali, e invece il desiderio di essere diverso da lui, di essere un padre migliore per Fred. Proprio Tami, nel suo riportarlo alla ragione, è la differenza più sostanziale che alla fine lo allontana da Frank, ovvero non è Monica.
Le rappresentazioni più “vere” di tutto questo, però, le danno sempre loro, i Gallagher e i Milkovich. Debbie e Sandy, che dopo una puntata passata tra i rancori reciproci, riescono ad aprirsi l’un l’altra; ma soprattutto Ian e Mickey. Quell’aiuto che i due coniugi offrono proprio a quel “mostro” che, per anni, li ha perseguitati per il loro legame, racchiude tutto lo spirito della serie (con la chicca della bandiera sudista lanciata via da Mickey), tutto il discorso generazionale tra il “nuovo” Southside, capace di mostrare inclusione e compassione, e il “vecchio”, che pur disilluso e solo resiste strenuamente, ma che non può sopravvivere senza che la sua eredità lo ricordi e gli venga in soccorso.
Un momento topico anticipato dalla vera scena madre dell’episodio, ossia gli occhi di Mickey (impreziositi da un’interpretazione toccante di Noel Fisher) pieni di dolore e insieme di pietà, nei quali si può leggere quel passato di abusi che mai potrà essere cancellato. Un passato che ha colpito ognuno di loro (come ricorda Ian al compagno), da cui però si può trarre forza ed insegnamento per essere “migliori”. Una pesante eredità con cui tutti i protagonisti lottano ogni giorni, riuscendo sempre più vincitori, nonostante le loro contraddizioni interiori. Perché quelle continue azioni “senza vergogna” sono prive di alcuna etichetta, prive di alcuna classificazione, semplicemente sono, ancora una volta, meravigliosamente umane.

GALLAGHER & MILKOVICH


Se nello scorso episodio, allora, si consumava lo scontro famigliare “Gallagher vs. Milkovich“, questo ne celebra l’indissolubile unione o, almeno, della sua parte più “sana”, quella cioè che è riuscita (con tutte le sue difficoltà) a venire a patti con la propria sofferenza. Quel dualismo che non c’è, che va avanti da tutta una serie, dalle prime effusioni tra Ian e Mickey e dalla vissuta (e tanto tragica) storia tra Lip e Mandy. Le nuove generazioni che hanno avvertito i propri punti di contatto, unendosi in quel dolore condiviso, per colpa di quei “padri” che li hanno colpevolmente abbandonati. Un destino amaro che proprio nel loro dimostrarsi “migliori”, nonostante quello che vogliono far credere, non riescono a riservare ai propri genitori.
E a quei due padri non resta, allora, che fare i conti con i propri demoni, costretti come sono ad assistere al proprio triste tramonto. La disabilità che blocca Terry Milkovich ad una sedia a rotelle, da un lato, la demenza senile di Frank: in modi diversi, entrambi i personaggi non riescono ad accettare il presente, rimanendo ancorati al passato, mantenendo soprattutto il rancore che li ha da sempre divisi e che, adesso, assume un sapore quasi “nostalgico”. Si inserisce qui, in quell’emozionante finale in cui Frank scopre in completa solitudine la sua drammatica condizione, la proposta di Lip e Tami al resto della famiglia, testimoniando come i figli si stiano muovendo all’esatto opposto dei propri genitori.
Dopo tutti questi anni, dopo stravolgimenti diversi dello status quo famigliare, abbandoni (temporanei e non) del cast protagonista, “casa Gallagher” è sempre rimasta lì, ad attenderli, ogni volta. La sua eventuale vendita, allora, rende più concreta che mai quella rottura col passato continuamente preventivata, ma come detto, mai realizzatasi per davvero. Perché hanno sempre dovuto pensare al presente, a come sopravvivere alla giornata, senza aver mai potuto prendersi il lusso di guardare alfuturo e, quando lo hanno fatto, hanno collezionato solo fallimenti. Almeno fino ad oggi, in un segnale inequivocabile che si sta proprio arrivando alla fine.

 

THUMBS UPTHUMBS DOWN
  • La generazione migliore: Ian e Mickey, Debbie e Sandy…
  • … Lip e Tami: la differenza più sostanziale tra Frank e Monica
  • Mickey e Terry Milkovich: forse la più folgorante prova di Noel Fisher, all’interno della serie
  • V. e Kev: nel Southside non si può vivere di assoluti
  • La generazione “peggiore”: il dialogo finale tra Frank e Terry
  • La scena finale, con la scoperta in “solitaria” di Frank, mentre la famiglia litiga e rompe col passato
  • Per la prima volta, il futuro
  • Undici stagioni e ancora si piange
  • Qualche soluzione poco brillante, ingenua o “stanca” c’è ancora, vedi la pedante gelosia di Debbie o tutta la vicenda di Liam…
  • …ma gli aspetti positivi, stavolta, superano di gran lunga qualsiasi (giusta) critica si possa fare

 

Un episodio che merita tutti i “ringraziamenti” di questo mondo, perché capace di mostrare quello che Shameless è sempre stato e che continua, con tutte le sorprese del caso, ancora ad essere. Le colpe dei padri ricadute sui figli, in un circolo che appariva senza fine e che, adesso, invece si avvia alla sua meravigliosa lacerazione. Uno spaccato famigliare, generazionale e americano dei più profondi e incisivi, dei più commoventi e divertenti allo stesso tempo, che il piccolo schermo abbia mai visto e che, chissà, se vedrà mai (almeno di tale portata). Una grande Storia che ora sta volgendo alla sua fatidica conclusione, a cui non vediamo l’ora di assistere, con gli occhi già pieni di lucenti ricordi, stavolta solo felici.

Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo (no, non è il DAMS) e nella Magistrale di Musica e Spettacolo (sì, tanta fantasia), cresciuto a pane Harry Potter, Lost e Ritorno al Futuro. Nasce scrittore, diventa recensore, vuole fare il regista. Idee molto chiare a parte, ogni giorno si ritrova a prendere appunti dall'HBO dei primi anni 2000, dai vari Lindelof, Moffat, Nolan (quello buono) e da tutta la cricca di Judd Apatow, senza aver paura del tempo speso davanti al monitor, confidando nell’arrivo di una DeLorean volante o, al massimo, nel prestito di una Giratempo...

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