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The RipperTEMPO DI LETTURA 6 min

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Alcuni delitti hanno un impatto maggiore, rispetto ad altri, sulla memoria collettiva. Che sia a causa del modus operandi particolarmente violento, di alcune caratteristiche peculiari della vittima, degli avvenimenti che hanno portato alla cattura o alla nomea del seria killer. Il caso dello Yorkshire Ripper è un mix tra queste caratteristiche che hanno aperto un vaso di pandora rimasto assopito per molto tempo.
The Ripper, in Italia nota come Lo Squartatore, è la nuova docuseries true-crime di Netflix, uscita il 16 dicembre. Diretta da Ellena Wood e Jesse Vile, la serie è composta da quattro puntate che collegano le vicende che hanno scosso l’Inghilterra nella metà degli anni ’70 attraverso vari punti di vista: quello della polizia, dei familiari delle vittime, delle survivors e dei giornalisti.

GLI OMICIDI


Tra il 1975 e il 1980, un uomo – conosciuto anche come The Yorkshire Ripper – uccide tredici donne e ne aggredisce altre sette, sparse in differenti cittadine inglesi. Il clamore deriva dal modo cruento con cui uccide le sue vittime: prima le stordisce con dei violenti colpi alla nuca inferti con un martello e poi le mutila con numerosi oggetti contundenti, tra cui coltelli e cacciaviti.
Le prime vittime sono giovani donne appartenenti al ceto basso, vivevano in periferia o in delle baraccopoli, avevano figli e una situazione familiare in bilico alle spalle che le vedeva costrette a frequentare quartieri a luci rosse ed un tenore di vita che la polizia per prima giudicava disdicevoli. Il tono – sia dei comunicati ufficiali, sia dell’impegno nelle indagini – cambia repentinamente quando viene ritrovato il corpo di Jane MacDonald, un’adolescente appartenente ad un altro ceto sociale rispetto alle prime donne uccise.
La situazione precipita sempre di più fino al momento della cattura, ma i due registi hanno scelto un approccio diverso per raccontare la storia di uno dei serial killer più famosi della storia inglese. I motivi di questa scelta sembrano essere principalmente due: soprattutto in Inghilterra il nome di Yorkshire Ripper è ancora ben impresso, è una storia conosciuta che non ha bisogno di troppi approfondimenti. Il secondo aspetto, altrettanto interessante, è rappresentato dall’opinione pubblica che è stata influenzata dai poliziotti e dai mass media principali dell’epoca, ossia giornali e televisione.
Le quattro puntate sono un’unione equilibrata tra questi differenti aspetti. Chi non conosce la storia dello Squartatore dello Yorkshire e/o è un appassionato di true crime trova pane per i suoi denti grazie ad una ricostruzione storica basata principalmente sulle interviste: alcune girate appositamente per il documentario, altre d’archivio. Ma la docuseries si dirama toccando anche altri argomenti.

IL VASO DI PANDORA


Grande attenzione viene data alla storia delle vittime ed al divario che è stato creato dalla realtà dei fatti e dalla visione distorta riportata dalla polizia e dai media. Le interviste ai poliziotti ed ai detective coinvolti danno una visione degli omicidi e delle indagini completamente differenti quando si ascoltano le altre testimonianze: della società, che in quegli anni era in pieno fermento, e delle sopravvissute alle aggressioni dello Squartatore.
Fin dalla prima puntata – “Once Upon A Time in Yorkshire” – il giudizio che la polizia ha dato (e continua a dare a distanza di anni, nelle interviste girate appositamente per il documentario) sulle prime donne uccise è che, appartenendo ad un ceto basso e frequentando i quartieri dei club notturni, fossero delle prostitute. Il loro giudizio affibbiato senza appello è quello delle donne con una bassa morale e senza rispetto per loro stesse.
Ellena Wood e Jesse Vile non si limitano a raccontare la storia di un serial killer, ma aprono un vaso di Pandora che spesso viene tenuto sigillato e che, nel caso dello Squartatore, ha probabilmente rallentato le indagini. La sensazione, ampliata dalla struttura della miniserie, è che i due registi abbiano studiato approfonditamente il lavoro svolto dalla polizia in molteplici delitti e che conoscono le problematiche che ci sono dietro a certe istituzioni. La ricostruzione delle indagini mette più volte in luce le scelte sbagliate effettuate dalla polizia; decisioni che sono il frutto di stereotipi ancora dilaganti sul ceto sociale d’appartenenza delle vittime e sulla pressione che, soprattutto i vertici più in alto, avevano sulle spalle.
A fare da sfondo è la situazione economica dell’Inghilterra in quegli anni. Anni di crisi e di difficoltà per molte famiglie, ma non per la polizia. Sono gli agenti stessi a dichiarare che il loro stipendio è alto e che per una campagna, che avrebbe dovuto essere d’aiuto per trovare l’assassino, sono stati spesi un milione di sterline.
La struttura delle singole puntate (e di conseguenza della serie nel suo complesso) è estremamente curata. La ricostruzione non è solo riservata ai reati, alle vittime ed infine alla cattura. Gli autori hanno scelto parallelamente di giocare con gli spettatori. Loro forniscono gli indizi per ricostruire il quadro completo a distanza di anni; ma l’ultima parola, il giudizio finale, spetta allo spettatore.

RECLAIM THE NIGHT


Se inizialmente le testimonianze dei giornalisti possono sembrare un’aggiunta non necessaria, pian piano tutto acquista un senso.
Le dichiarazione dei detective e gli articoli sui giornali hanno prima incolpato le vittime, per poi eseguire un repentino cambio di rotta e annunciare che nessuna donna era al sicuro. I continui avvisi non hanno raccolto l’esito sperato finché la situazione degenera ulteriormente. La goccia che fece traboccare il vaso ha avuto come risultato delle marce sparse per il paese (chiamate reclaim the night) al quale hanno partecipato migliaia di donne che non accettano determinate imposizioni.
Il punto di forza di Wood e Vile è l’aver dato lo spazio necessario per comprendere le motivazioni che hanno portato alle manifestazioni: la fine degli anni ’70 era ancora in fermento dopo i moti del ’68 che hanno rappresentato un cambiamento repentino per i diritti civili e anche nel modo in cui i giovani vivevano ed erano visti. Molto forte, negli stessi anni, è il movimento femminista che denuncia una narrazione giornalistica relativa non solo alle vittime di The Ripper, ma del corpo della donna nella sua estensione più ampia.
Un punto interessante toccato dagli autori – ma non approfondito probabilmente per una questione di tempo e perché avrebbe distolto il focus dalla storia di cronaca – è la denuncia al giornalismo tossico che ha alimentato, volente o nolente, una visione patriarcale. La soluzione alla quale la puntata arriva è che le manifestazioni sono un incendio esploso dopo anni di vittimizzazione e soprusi, e non un “capriccio” nato dal voler uscire la sera. Collegato a questa argomentazione sono le testimonianze delle survivors. Le loro parole palesano una mancanza di fiducia nei confronti della polizia poiché, quando sono andate a denunciare l’aggressione, hanno ricevuto una porta sbattuta in faccia.
L’aspetto informativo è il vero gioiellino di questa docuseries. La stratificazione di differenti livelli di narrazione la rendono più complessa, ma la differenziano anche dagli altri prodotti che trattano di serial killer.

… THEM ALL!


Once Upon A Time In Yorkshire 1×01
Between Now And Dawn 1×02
Reclaim The Night 1×03
Out Of The Shadows 1×04

 

The Ripper unisce differenti elementi che, combinati, danno luce a una docuserie nuova e differente dalle altre. Risponde, così, ad un target molto ampio di pubblico: chi è appassionato di true crime si trova davanti ad una serie ben fatta, ma soddisfa anche chi ha curiosità aggiuntive sullo sfondo socio-economico e sul lavoro svolto durante le indagini.

 

Ha studiato cinema alla Sapienza. Innamorata dell'horror e della fantascienza, la rende felice un buon adattamento di un libro di Stephen King o un film sui viaggi nel tempo. Non parlatele del politically correct se non volete iniziare un litigio infinito. Crede fermamente che Fox Mulder sia il suo spirito guida.

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