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Vikings 6×06 – Death And The SerpentTEMPO DI LETTURA 8 min

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In sette anni Vikings ha inflitto, a volte duramente, due importanti lezioni ai suoi aficionados: la prima è che nessuno è immune alla morte e non c’è santo dio del Valhalla che tenga quando si decide di far fuori un personaggio, finanche un protagonista; la seconda è che quando le cose sembrano andare bene, inevitabilmente andranno male e se sembrano andare male, inevitabilmente andranno peggio. “Death and the Serpent”, sesto episodio di una stagione iniziata bene, proseguita zoppicando e adesso entrata nel turbinoso crescendo di eventi che condurranno a un mid-season, si spera, memorabile, ci tiene a sbattere in faccia agli spettatori queste due sacrosante verità.

 

“Weep not, poor Hvitserk. Tonight I will sit with my beloved Ragnar in the halls of the gods.”

 

Non si può dire che la morte di Lagertha sia un plot twist inaspettato. La sua venuta era stata annunciata dalla più volte ricordata profezia del veggente, senza contare che la parentesi narrativa degli skogarmaors ha sempre avuto il sapore di un epico ma nel contempo amaro commiato della shieldmaiden, colonna portante della serie per sette lunghi anni. Ciò nonostante, dover dire addio all’ultima superstite della vecchia generazione di Kattegat (ci sarebbero Floki e Rollo, ma chissà se li rivedremo mai) è stato difficile e toccante.
Dopo il ritorno dall’Inghilterra, Lagertha non ha fatto altro che lottare per una vita normale: ha sepolto la spada, ha messo su una fattoria, ha rinunciato a qualsiasi ruolo nell’entourage del figlio. Eppure, il destino ha dimostrato di avere altro in serbo per lei, ributtandola nell’agone della vita guerriera, non più per inseguire sogni di gloria o di potere ma per difendere dai banditi la gente comune.
Lagertha si è ritrovata a indossare ancora una volta i panni della guerriera, dell’eroina, della valchiria, ha dovuto disseppellire la spada e imbracciare ancora una volta lo scudo, ergendosi contro la brutalità degli skogarmaors, effetto collaterale di una giustizia che con bandi e marchi indelebili sa infliggere pene ancora più crudeli della morte.
Ma questa cieca furia si scontra con la forza di donne e ragazzi, nonché con l’intelligenza della shieldmaiden che con uno stratagemma degno del miglior Ragnar o Ivar riesce a fregare gli avversari. Decisivo, però, è il duello con il capo della comitiva di depravati, uno dei migliori visti in Vikings, in cui non a caso grande protagonista non è la spada della guerriera ma lo scudo, quello che dà il nome alla categoria di combattenti di cui ha fatto parte: lo scudo tempestato di colpi, in totale balia di una forza fisica bruta e superiore; lo scudo martoriato, ridotto in pezzi; ma anche lo scudo che a sorpresa si rivela decisivo per ribaltare le sorti del combattimento e permettere a Lagertha di cogliere un ultimo trionfo.
Poi, la scelta inspiegabile: andare da sola a Kattegat a riferire la vittoria, nonostante le ferite riportate e la necessità di guidare la comunità superstite. Un’inevitabile forzatura che fa storcere il naso, ma che serve anche a preparare l’atto finale della vita di Lagertha. La mano con cui il destino ineluttabile colpisce appartiene a Hvitserk, personaggio che finalmente sembra acquisire una propria utilità nella grande trama di Vikings.
Con l’incontro fatale tra il figlio di Ragnar e la più grande delle shieldmaidens, Hirst si fa perdonare la gestione non sempre ottimale del primo e dona alla seconda un’uscita di scena altamente tragica: Lagertha non muore gloriosamente sul campo di battaglia, sotto gli occhi di commilitoni che ne tesseranno le lodi e con la spada in pugno, ma in una strada fangosa di Kattegat sotto la pioggia scrosciante, uccisa per errore da una povera mente schiava di paranoie e dipendenze che ha perso qualsiasi contatto con la realtà e che affonda la lama nel ventre della donna credendo che si tratti di Ivar (o meglio di una sua terrificante forma ibrida uomo-serpente). Nessuna vendetta per l’uccisione di Aslaug, come si poteva ipotizzare all’epoca in cui la profezia dell’indovino fu pronunciata per la prima volta, ma semplicemente un tragico scambio di persona.
Mentre la vita l’abbandona, l’ultimo pensiero della donna è per Ragnar, l’uomo che l’ha offesa, umiliata, messa da parte, con cui ha litigato e si è scontrata tante volte, ma anche l’uomo che ha amato, da cui ha avuto due figli, al cui fianco è rimasta quasi sempre seguendolo in Inghilterra e a Parigi, e che persino dopo la morte ha continuato a occupare i suoi pensieri, fino alla splendida visione in “Baldur“. La chiusura del cerchio narrativo di Lagertha non poteva essere più perfetta, dopo che già la scelta di stabilirsi nella vecchia fattoria aveva rappresentato un ritorno ideale alle origini e alla prima stagione, quando la vita con Ragnar era molto più semplice e non c’era nulla che lasciasse presagire le incredibili imprese di cui sarebbero stati protagonisti.

 

“Harald Finehair, I crown you the first king of all Norway.”

 

L’epocale riunione dei re e degli jarl voluta da Olaf avrebbe dovuto spezzare il cerchio delle contese e degli odi unendo la Norvegia sotto un unico re, e in parte l’obiettivo è stato raggiunto. Ma ciò che il visionario sovrano non aveva previsto è che gli dei non esistono, o se esistono non hanno interesse nelle faccende mortali, lasciando che siano gli inganni e i mezzucci fin troppo umani a decidere chi debba governare. Così accade che un piano dall’esito apparentemente già scritto si rivolga contro il suo stesso ideatore e premi il nemico che era a un passo dalla morte, quel re Harald che è passato letteralmente dalle stalle alle stelle indossando la tanto agognata corona di re di tutta la Norvegia.
Sul volto di Björn c’è delusione quando appare chiaro chi ha vinto la corsa elettorale. Non delusione per la mancata incoronazione: l’ambizione che ha sempre mosso il maggiore tra i figli di Ragnar riguarda la conoscenza, l’esplorazione, l’incontro con nuove culture e nuove civiltà, non certo uno scranno e un pezzo di ferro intorno alle tempie. Quella che Björn prova è la delusione di chi si vede tradito da un amico in cui confidava, di chi ha appena realizzato che a questo mondo onestà e lealtà sono debolezze se riposte nelle persone sbagliate.
Sul volto di Harald, invece, c’è la gioia di chi ha finalmente realizzato l’obiettivo di una vita, ma è una gioia che lascia presto spazio alle paranoie del tiranno che sa di non poter sedere comodamente sul trono finché non ha eliminato ogni possibile pretendente. Il Bellachioma ha un bel dire che i figli di Ragnar sono relitti di un passato eroico defunto e che il potere adesso spetta al popolo: è più che altro un modo per esorcizzare una paura che non può essere repressa e che lo spinge, nell’arco di appena un paio di scene, a orchestrare la morte del vecchio amico, salvato solo per un soffio dall’avvertimento di Kjetill.
Due parole su quest’ultima figura: nel giro di poche scene il vichingo interpretato dall’ex-wrestlet Edge si rivela essere il vero jolly della situazione, l’uomo dietro cui si nasconde tanto la vittoria di Harald quanto la salvezza di Björn. Sarà interessante capire dalla parte di chi dei due vorrà essere e se e quando tornerà in Islanda (scenario per ora completamente abbandonato dalla sceneggiatura al pari del Wessex, e francamente non se ne sente la mancanza).

 

“You have to stay, dear Ivar. You have to watch. It’s good for you.”

 

Più defilata, ma non per questo meno importante, la storyline di Ivar nelle terre variaghe. La luna di miele con Oleg è ormai un lontano ricordo, la permanenza del Senz’ossa a Kiev è fuori di ogni dubbio una prigionia dorata e il veggente non è più il folle amico con cui fare parapendio e altri giochi spericolati sulla neve, ma un sadico carceriere che non perde occasione per ricordare al suo “ospite” chi ha il vero potere. Non solo politico, militare o religioso, ma anche fisico: obbligando Ivar al ruolo di nolente spettatore dei sollazzi con la sua novella sposina, Oleg infierisce sulla mancata virilità del figlio di Ragnar, quasi volesse ricordargli che non solo non è un dio, ma nemmeno un vero uomo.
E il piccolo dettaglio che la donna appena impalmata dal variago esibizionista sia la copia dell’amata Freydis aggiunge un’ulteriore sfumatura di amarezza e di dolore nel trattamento subito. Per uno sberleffo simile qualcuno ha pagato con la vita, mentre qui il nostro può solo rimanere a guardare, impotente (in tutti i sensi). Mai si è visto Ivar così umiliato, e difficilmente lo rivedremo in condizioni peggiori. Di sicuro da adesso in poi può solo risalire nell’abisso in cui è caduto e cercare di tornare ad essere il temuto condottiero vichingo delle passate stagioni.

 

THUMBS UP THUMBS DOWN
  • Il duello tra Lagertha e il capo degli skogarmaors
  • La morte di Lagertha per mano di Hvitserk
  • L’esito dell’elezione del re di Norvegia
  • La fragilità di Ivar in balia dei capricci del suo protettore-carceriere
  • La scelta di Lagertha di tornare a Kattegat subito dopo la battaglia, sola e ferita

 

Dopo un paio di episodi blandi e interlocutori, Vikings torna ai suoi fasti e confeziona un episodio con due grandi colpi di scena, per dire addio in maniera degna a una delle ultime colonne portanti dello show dalla prima stagione.

 

The Key 6×05 ND milioni – ND rating
Death And The Serpent 6×06 ND milioni – ND rating

 

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Divoratore onnivoro di serie televisive e di anime giapponesi, predilige i period drama e le serie storiche, le commedie demenziali e le buone opere di fantascienza, ma ha anche un lato oscuro fatto di trash, guilty pleasures e immondi abomini come Zoo e Salem (la serie che gli ha fatto scoprire questo sito). Si vocifera che fuori dalla redazione di RecenSerie sia una persona seria, alle prese con un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea.

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