John Lennon: The Last InterviewTEMPO DI LETTURA 6 min

John Lennon: The Last Interview
Recensione Film John Lennon: The Last Interview Cinema Presentato al Festival di Cannes 2026

L’ultima intervista di John Lennon, seppur messa in scena in maniera imperfetta, diventa un intenso documento storico tra memoria e malinconia.

Logo del Festival di Cannes 2026

Sinossi

John Lennon: The Last Interview ricostruisce l’ultima lunga intervista concessa da John Lennon e Yoko Ono l’8 dicembre 1980, poche ore prima dell’assassinio del musicista davanti al Dakota Building di New York. Attraverso l’audio originale dell’intervista radiofonica, immagini d’archivio e materiali visivi creati per il documentario, il film ripercorre le riflessioni di Lennon sulla musica, sull’amore, sulla fama e sui nuovi progetti artistici condivisi con Yoko Ono.

Esiste qualcosa di inevitabilmente potentissimo nell’ascoltare la voce di John Lennon sapendo che quelle parole appartengano alle ultime ore della sua vita. John Lennon: The Last Interview costruisce interamente la propria forza emotiva attorno a questa consapevolezza, trasformando una lunga intervista radiofonica registrata l’8 dicembre 1980 in un documento sospeso tra memoria, tragedia annunciata e testimonianza storica. Steven Soderbergh comprende molto bene che il vero centro del film non sia tanto la morte di Lennon, quanto la straordinaria vitalità che emerge continuamente dalla sua voce. Il documentario racconta infatti un uomo entusiasta, curioso, pieno di progetti e sinceramente innamorato della propria vita accanto a Yoko Ono.

Life is what happens to you while you’re busy making other plans.

Ed è proprio questo l’aspetto più toccante del documentario. Lennon non appare mai come una figura nostalgica o schiacciata dal peso del mito Beatles, ma come un uomo finalmente sereno, curioso e ancora profondamente entusiasta del presente. La lunga intervista radiofonica – condotta poche ore prima della sua morte – restituisce un artista pienamente immerso nei propri nuovi progetti musicali, desideroso di sperimentare e sinceramente felice della propria vita accanto a Yoko Ono. Il film mostra continuamente quanto Lennon percepisse quel momento come un nuovo inizio creativo, non come la coda malinconica di una leggenda ormai conclusa.

L’AUTENTICITÀ DI LENNON


Il cuore del film rimane inevitabilmente la conversazione radiofonica originale, condotta da Dave Sholin, Laurie Kaye e Ron Hummel poche ore prima dell’omicidio di Lennon. Più che una semplice intervista promozionale legata all’album “Double Fantasy”, il dialogo assume progressivamente la forma di una riflessione molto più ampia sul rapporto tra arte, amore e maturità personale. Lennon parla della musica degli anni Sessanta e Settanta con sorprendente apertura mentale, passando dal rock alla disco music senza alcun atteggiamento nostalgico o conservatore. Il documentario restituisce molto bene l’immagine di un artista ancora profondamente interessato al presente e incapace di vivere esclusivamente nel mito dei Beatles.
Particolarmente toccante risulta il modo in cui il film racconta il rapporto tra Lennon e Yoko Ono. Per tutta la durata dell’intervista emerge infatti una complicità estremamente autentica, fatta di entusiasmo creativo condiviso e di una serenità personale che appare quasi destabilizzante se osservata alla luce di ciò che sarebbe accaduto poche ore dopo. Soderbergh insiste molto su questo aspetto: Lennon non appare affatto come una figura malinconica o tormentata, ma come un uomo finalmente riconciliato con sé stesso, con la famiglia e con il proprio percorso artistico.
Ed è probabilmente proprio questa vitalità a rendere il documentario emotivamente così forte nonostante i suoi enormi limiti cinematografici. Ogni riflessione di Lennon sul futuro, sulla musica o sui progetti condivisi con Yoko viene inevitabilmente attraversata dalla consapevolezza tragica dello spettatore. Il film vive continuamente dentro questa tensione tra speranza e fatalità, tra un uomo che guarda avanti e una storia che invece sta per interrompersi brutalmente.

UN VIDEOPODCAST SUL GRANDE SCHERMO


Tuttavia, come esperienza cinematografica, John Lennon: The Last Interview mostra limiti molto evidenti. La scelta di accompagnare quasi tutta l’intervista con immagini statiche, fotografie e brevi filmati d’archivio produce presto una sensazione di ripetitività visiva. Più che un vero documentario costruito cinematograficamente, il film assomiglia spesso a un podcast illustrato, dove la forza del materiale audio non trova un corrispettivo visivo all’altezza.
Il problema più grande emerge però nelle sequenze realizzate con l’intelligenza artificiale generativa, utilizzata da Soderbergh per visualizzare alcuni passaggi più astratti dell’intervista. A differenza di quanto potrebbe sembrare inizialmente, l’uso dell’IA non nasce soltanto da un vezzo estetico contemporaneo, ma da una precisa intuizione ironica legata a una delle riflessioni presenti nell’intervista stessa. In un passaggio, Yoko Ono ipotizza infatti un futuro in cui gli esseri umani verranno progressivamente sostituiti dai computer, e il film sembra utilizzare le immagini artificiali proprio come una sorta di commento meta-cinematografico su quell’idea. Il problema è che ciò che potrebbe funzionare come provocazione ironica o riflessione simbolica viene reiterato così tante volte da perdere rapidamente qualsiasi sottigliezza concettuale.
Se l’intenzione era mostrare l’artificialità crescente delle immagini contemporanee o ironizzare sul rapporto tra umanità e tecnologia, sarebbe bastato un utilizzo molto più sporadico e controllato. Invece, le sequenze generate dall’IA finiscono per diventare invasive, interrompendo continuamente l’intimità costruita dalla voce di Lennon. L’effetto è spesso straniante nel senso sbagliato del termine: invece di amplificare il carattere quasi spettrale del racconto, queste immagini artificiali producono una distanza emotiva che molto spesso distrae lo spettatore dal materiale originale.

BELLA TESTIMONIANZA, MA…


Ed è un peccato, perché il documentario possiede momenti di enorme intensità proprio quando decide semplicemente di lasciare spazio alle parole di Lennon. Ogni riflessione sul futuro, sull’arte o sulla fama assume inevitabilmente un peso emotivo enorme sapendo che quella conversazione sarebbe diventata il suo ultimo dialogo pubblico. Il film funziona soprattutto quando comprende che la vera forza narrativa non risieda nelle immagini costruite attorno all’intervista, ma nella voce stessa di Lennon: rilassata, ironica, viva.
Anche gli interventi contemporanei dei tre intervistatori risultano relativamente marginali rispetto alla potenza del materiale audio originale. Pur aggiungendo contesto storico ed emotivo, il documentario non riesce mai davvero a trasformare quelle testimonianze in una riflessione più ampia sulla figura di Lennon o sul significato culturale della sua morte. Tutto continua inevitabilmente a gravitare attorno all’intervista stessa, che rimane di gran lunga l’elemento più forte dell’opera.
La sensazione costante è quindi quella di trovarsi davanti a un documento storico eccezionale accompagnato però da una messa in scena cinematografica sorprendentemente fragile. John Lennon: The Last Interview sembra non fidarsi mai completamente della nudità emotiva del proprio materiale, sentendo continuamente il bisogno di “visualizzare” ciò che probabilmente avrebbe funzionato meglio lasciato semplicemente immaginare allo spettatore.

Scheda film
Titolo originaleJohn Lennon: The Last Interview
RegiaSteven Soderbergh
SceneggiaturaSteven Soderbergh
InterpretiRon Hummel, Laurie Kaye, Dave Sholin
DistribuzioneCinema
Durata100′
OrigineStati Uniti, 2026
FestivalPresentato al 79° Festival de Cannes

Il giudizio di Recenserie

SLAP THEM ALL

Più che un grande documentario presentato a Cannes, resta soprattutto una testimonianza audio eccezionale accompagnata da un apparato visivo spesso inopportuno e sorprendentemente fragile.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL

Fabrizio Paolino

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Eric Cantona nel documentario dedicato alla sua carriera al Manchester United
Precedente

Cantona