
Un dramma storico ambizioso e tecnicamente impeccabile che intreccia esilio, terrorismo e crisi delle ideologie.
Sinossi
Nel 1976 Aldo Marín è esule in Italia perché ricercato dal governo di Pinochet. Qui la sua abilità nel costruire e disinnescare bombe sarà notata da un gruppo di anarchici che lo coinvolgeranno in alcuni attentati dinamitardi. E così Aldo diventa per tutti “il Cileno”, perennemente diviso fra il sostegno alla causa e la voglia di tornare nel suo Paese d’origine.
Il Cileno, diretto da Sergio Castro San Martín e in uscita nelle sale italiane il 27 agosto 2026 con Fandango, è un dramma storico che intreccia la dittatura cilena di Pinochet con il terrorismo politico e le tensioni degli Anni di Piombo italiani. Questa recensione è stata realizzata grazie alla piattaforma MyMovies.it, che ha reso disponibile in anteprima Il Cileno, film del regista Sergio Castro San Martin, presentato in anteprima mondiale nella sezione Piazza Grande del 79° Locarno Film Festival. Si tratta di un film particolare che, pur partendo da un fatto reale, rielabora una storia, internazionale come la sua produzione – una coproduzione tra Italia, Cile e Svizzera – più attuale che mai. E il cui risultato finale è una pellicola a metà fra dramma storico e thriller, ma con una componente di esistenzialismo abbastanza originale in cui il pubblico e il privato si mescolano continuamente e perfettamente in linea con quanto narrato.
“IO SON DI UN’ALTRA RAZZA, SON BOMBAROLO…”
La storia è liberamente tratta dal libro Aldo Marín, Carne de cañón dello scrittore e giornalista cileno Juan Cristóbal Guarello. Aldo (interpretato da Camilo Arancibia) è un giovane minatore cileno specializzato nella costruzione e nel disinnesco di ordigni e bombe. È anche, però, un esponente del Partito Socialista del Cile e, per questo motivo, non può più stare in Cile, dove si fa sempre più opprimente la dittatura di Pinochet. Per questo motivo, insieme al suo amico Chambra (Andrew Bargsted), è costretto a fuggire in Italia, lasciando così sua moglie e suo figlio appena nato. Così il tutto si sposta a Torino, dove Aldo vive di espedienti fino a che non incontra Luciana (Sara Serraiocco, già vista in Counterpart), medico specializzata in aborti clandestini (siamo nell’Italia pre-legge 194). Questa lo introduce all’interno di un gruppo di anarchici rivoluzionari capeggiato da Enrico (Lorenzo Richelmy, noto ai più come Marco Polo). Questi lo vorrebbero coinvolgere in alcuni attentati dinamitardi sfruttando la sua conoscenza degli esplosivi. Aldo, all’inizio titubante, si lascerà coinvolgere nelle loro iniziative, forse cercando in questa sua nuova “attività” uno scopo nella vita che sembra mancargli. Ma che lo porterà a dividersi fra gli inevitabili sensi di colpa che l’attività comporta e la costante nostalgia per la sua famiglia lontana.
RICOSTRUZIONE STORICA PERFETTA
La pellicola risulta inevitabilmente divisa, sia narrativamente che tecnicamente, in due parti ben distinte. Va detto, purtroppo, che funziona meglio la prima che non la seconda parte, con un finale che si va un po’ a perdere nella sua lentezza narrativa.
Risulta invece molto efficace a livello tecnico. La ricostruzione storica dei vari ambienti, sia esterni che interni, delle miniere cilene e dell’Italia degli anni ’70, funziona davvero molto bene. L’inizio inoltre è quasi completamente muto e l’unico elemento sonoro riconoscibile sono le esplosioni provocate da Aldo. Una scena che, narrativamente, funziona anche a livello di suspense e sembra inoltre richiamare una certa filmografia proprio di quel periodo, quasi certamente un omaggio nascosto del regista. Omaggio che continua anche nell’ambientazione “italiana” del racconto, anche se qui si è più dalle parti del poliziottesco. L’uso di una colonna sonora a metà fra il jazz e la musica elettronica crea poi la giusta atmosfera per entrare nel mood del periodo storico scelto, immergendosi nelle atmosfere del periodo del terrorismo politico italiano. Completano il tutto le interpretazioni dei vari attori protagonisti. Una su tutte ovviamente quella di Camilo Arancibia, perfetto nell’interpretare Aldo Marín, con uno sguardo perennemente malinconico ma comunque vivo e attento a quello che gli succede intorno.
DUE CO-PROTAGONISTI DI TROPPO
Il difetto principale della pellicola purtroppo sta, invece, nella scelta di eleggere come soggetti della trama ben due co-protagonisti, cosa che si avverte molto soprattutto nella seconda parte della pellicola già citata. La scelta di Sara Serraiocco come co-protagonista è certamente efficace, sia per l’ottima interpretazione dell’attrice italiana sia per dare un quadro ancora più realistico alla vicenda. Il personaggio di Luciana si prende prepotentemente la scena man mano che si procede nella narrazione, di fatto togliendo lo spazio a quello che dovrebbe essere il vero protagonista del racconto. Fino ad un finale che risulta fin troppo lungo e anticlimatico, nonché già appesantito da una lentezza narrativa già preesistente. È evidente che regista e sceneggiatori si siano, ad un certo punto, concentrati fin troppo su questo personaggio (comunque interessante per la tematica che tratta) perdendo così il punto di vista principale, che riemerge solo nell’ultima parte di film.
Nel complesso però si tratta di una pellicola interessante. I temi che tratta sono più che attuali e, nonostante si perda forse in troppi barocchismi registici, dimostra una certa coerenza di fondo.







