Shrinking 3×05 – Hold Your HorsiesTEMPO DI LETTURA 5 min

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Recensione 3x05 ShrinkingCon “Hold Your Horsies”, Shrinking firma uno degli episodi più densi e programmatici dell’intera terza stagione, trasformando una serie di scelte apparentemente quotidiane in una riflessione articolata sull’idea di decisione come atto irreversibile. Dopo aver esplorato il coraggio di voltare pagina e la difficoltà di lasciare andare, la serie concentra ora lo sguardo su un territorio ancora più instabile, ovvero il momento esatto in cui si riflette, senza alcuna garanzia sugli esiti della propria decisione.
Il titolo, volutamente ironico, allude alla strategia difensiva escogitata da Gaby e Derrick per rimandare qualsiasi discorso sul futuro, ma finisce per diventare una dichiarazione tematica che attraversa l’intero episodio. Hold your horsies non significa quindi soltanto prudenza, bensì sospensione, rinvio, paura di nominare il desiderio per il timore che possa trasformarsi in responsabilità. In questo senso, la puntata mette in scena personaggi che, pur in modi diversi, cercano di controllare il tempo, rimandando a domani per non essere costretti a decidere oggi.

OPERAZIONE HOLD YOUR HORSIES


La crisi tra Gaby e Derrick rappresenta quindi il fulcro concettuale dell’episodio. Il sogno di Gaby di aprire un trauma center non è soltanto un progetto professionale, ma una forma di riscrittura identitaria, il tentativo di dare una struttura al dolore osservato per anni senza poterne mai modificare le condizioni sistemiche. Quando Derrick, con entusiasmo eccessivo, traduce quel sogno in un piano concreto, usando il “we” invece del “you”, la frattura che si apre non riguarda l’invadenza, ma la paura.
La reazione di Gaby non nasce dal rifiuto della condivisione, bensì dal timore che un desiderio ancora fragile venga prematuramente solidificato in una decisione definitiva. Il problema non è l’amore, ma la trasformazione dell’amore in progetto, perché ogni progetto implica una perdita di controllo. L’operazione hold your horsies si rivela così una forma sofisticata di evitamento, una regola che maschera l’incapacità di abitare l’incertezza.
È in questo contesto che assume un peso decisivo la frase di Paul, ripetuta da Gaby come un mantra ormai interiorizzato: “You don’t know whether your choice is right or wrong until you make it.” La potenza di questa affermazione risiede nella sua apparente semplicità, perché rifiuta qualsiasi logica predittiva o rassicurante, e la serie suggerisce che il valore di una scelta non è misurabile in anticipo, e che il tentativo di evitare l’errore equivale spesso a evitare la vita stessa.
La decisione finale di Gaby di non lasciare Derrick, rinunciando al trauma center nel presente ma abolendo ogni regola artificiale sul futuro, non viene presentata come una soluzione ideale, bensì come un atto di onestà. È una scelta imperfetta, esposta al rischio, ma finalmente assunta senza protezioni retoriche. L’eventuale rivelazione di Derrick, che insinua come l’intera operazione fosse una strategia per aggirare il rinvio, aggiunge infine un ulteriore livello di ambiguità, lasciando sospeso il confine tra manipolazione affettiva e disperato tentativo di restare insieme.

OPERAZIONE RELEASE YOUR HORSIES


Sean, we are two people who have had awful things happen to us. We’ve been hiding from the world, and hey, I’m grateful we found each other. But I’m done fucking hiding. And maybe you should be too.

Parallelamente, l’episodio lavora con grande precisione sul personaggio di Sean, mettendo finalmente a fuoco uno dei suoi conflitti più autentici. Il food truck, che in apparenza rappresenta una rinuncia alla vita sociale, viene ridefinito come spazio di controllo e stabilità, una struttura necessaria per chi ha vissuto eventi traumatici incontrollabili, e la decisione di continuare a lavorare mentre gli altri entrano in discoteca non è paura del divertimento, ma bisogno di ordine.
Il confronto con Marisol rivela una frattura profonda tra due visioni opposte della guarigione. Per lei, andare avanti significa esporsi, uscire, rompere la routine; per Sean, significa costruirne una nuova. La serie evita di stabilire una gerarchia morale tra queste due posizioni, ma mostra con chiarezza come l’incomprensione nasca quando una forma di sopravvivenza viene interpretata come rifiuto della vita.
In questo quadro si inserisce con forza il discorso di Alice, probabilmente uno dei momenti più lucidi dell’episodio. Quando afferma di essere stanca di nascondersi, pur riconoscendo la gratitudine per il legame costruito con Sean, Alice esplicita una verità fondamentale della stagione: la protezione può diventare prigione se non viene messa in discussione. La sua scelta di entrare nel club non è ribellione, ma affermazione di autonomia, il rifiuto di lasciare che il trauma continui a dettare i confini dell’esperienza.

JIMMY IO (NON) SONO TUO PADRE


Il percorso di Jimmy conosce uno sviluppo sorprendente e volutamente perturbante nel finale dell’episodio. La visita di Meg, inizialmente motivata dal tentativo di convincere Paul a trasferirsi in Connecticut, apre uno spazio narrativo segnato da un’ambiguità sottile, in cui gratitudine, riconoscenza e attrazione si intrecciano senza mai trovare una definizione univoca. Il ringraziamento di Meg a Jimmy, accompagnato dalla constatazione che Paul non abbia mai fatto lo stesso, introduce una frattura silenziosa nelle consuete dinamiche affettive, spostando il peso emotivo del rapporto su chi, fino a quel momento, era rimasto ai margini.
Il bacio e la successiva intimità, accompagnati dalla versione di “Nightswimming” dei R.E.M. cantata da Jason Segel, non sono costruiti come un’esplosione di desiderio, ma come un gesto di sospensione emotiva. Non c’è erotismo, bensì una malinconia quieta, l’abbandono temporaneo di due solitudini che si incontrano in un punto fragile e moralmente irrisolto. La canzone non ha una funzione ornamentale, ma profondamente semantica, poiché parla di momenti condivisi che esistono fuori dal tempo, di una vicinanza che non ha bisogno di essere definita, e che proprio per questo non può essere trattenuta.
In questa prospettiva, la serie evita qualsiasi giudizio morale esplicito, scegliendo invece di osservare come certe scelte nascano non dal desiderio di trasgredire, ma dal bisogno umano di essere riconosciuti, anche solo per una notte. Il finale dell’episodio non cerca di giustificare né di problematizzare eccessivamente l’accaduto, ma lo inscrive nel flusso più ampio del tempo che passa, suggerendo che alcune esperienze non servano a indicare una direzione, ma a ricordare che si è ancora capaci di sentire.

 

THUMBS UP 👍THUMBS DOWN 👎
  • Centralità del tema della scelta come atto non prevedibile
  • Riflessione sul rapporto tra controllo, trauma e stabilità
  • Finale a un certo punto un po’ telefonato ma comunque interessante
  • Brian personaggio peggio gestito della stagione
  • Storyline di Sean ancora sottotono nonostante il bel discorso di Alice

 

Attraverso dialoghi precisi e decisioni moralmente ambigue, “Hold Your Horsies” ribadisce che vivere non significa evitare l’errore, ma accettare che il senso emerga solo dopo aver scelto.

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Fabrizio Paolino

Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Teledipendente cronico, giornalista freelance e pizzaiolo trapiantato in Scozia, ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e allora continua a guardarlo in loop da dieci anni.

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