
Un episodio intimo e doloroso che rallenta l’azione per riflettere su misericordia, memoria e perdita, trasformando il racconto in una meditazione morale sul peso delle seconde possibilità.
Il quinto episodio di questa seconda stagione di Daredevil: Born Again rappresenta una brusca ma necessaria deviazione rispetto alla tensione narrativa costruita negli episodi precedenti, scegliendo deliberatamente di abbandonare quasi completamente l’azione per concentrarsi su una riflessione più intima e dolorosa sul significato della misericordia, della memoria e della perdita.
La struttura dell’episodio, quasi priva di violenza e costruita su continui rimandi tra passato e presente, assume una funzione narrativa cruciale, poiché permette di osservare i personaggi nel momento in cui le loro convinzioni più profonde vengono messe alla prova.
L’elemento centrale non è infatti lo scontro fisico tra eroi e antagonisti, bensì la tensione etica che attraversa la storia, rendendo il tema della seconda possibilità il vero fulcro drammatico dell’episodio.
La scelta di costruire l’intera struttura su un sistema di parallelismi tra passato e presente amplifica ulteriormente questa dimensione sospesa, trasformando il tempo narrativo in una sorta di spazio liminale dove passato e presente si riflettono reciprocamente.
Dopo quanto visto in Daredevil: Born Again 2×04, il cambio di ritmo è netto ma anche perfettamente sensato.
IL PESO DELLA PIETÀ
Matt: “What do we celebrate?”
Foggy: “Mercy.”
Il cuore emotivo dell’episodio risiede senza dubbio nei flashback dedicati a Foggy Nelson, che assumono un’importanza simbolica enorme all’interno della storia e nella formazione morale di Matt Murdock.
La vicenda del cliente legato all’organizzazione di Fisk appare inizialmente come un semplice caso legale, ma si trasforma progressivamente in una riflessione profonda sul significato stesso della giustizia e sul ruolo degli avvocati nel difendere chi non ha mai avuto una reale opportunità nella vita.
L’errore burocratico scoperto nei documenti del cliente rappresenta un dettaglio apparentemente insignificante, ma in realtà diventa il punto di rottura tra due visioni opposte del mondo, incarnate rispettivamente da Matt e Foggy.
Matt osserva la situazione con un pragmatismo quasi cinico, ritenendo che il destino di un criminale non debba essere necessariamente modificato da una scelta morale, mentre Foggy insiste sul fatto che il loro lavoro imponga una responsabilità etica più ampia.
La decisione di Foggy di aiutare quell’uomo a fuggire, fornendogli denaro e una possibilità di ricominciare altrove, introduce un gesto di umanità che appare quasi rivoluzionario in un universo dominato da violenza e vendetta.
In questo senso, la parola “mercy” pronunciata nel dialogo tra Matt e Foggy non è soltanto una battuta significativa, ma diventa la chiave interpretativa dell’intero episodio, suggerendo che la vera giustizia possa talvolta coincidere con la compassione.
Nel presente narrativo, il percorso di Matt con Pointdexter si sviluppa come una sorta di eco morale del flashback con Foggy, creando un parallelismo estremamente efficace tra le due linee temporali.
Pointdexter, ormai ridotto a una figura quasi tragica e completamente svuotata della propria identità, diventa il banco di prova definitivo per il concetto di misericordia che Foggy aveva difeso con tanta determinazione, costringendo Matt a confrontarsi con una scelta che non può più essere rimandata.
Quando Matt inizialmente decide di allontanarsi dalla chiesa, il gesto appare coerente con la logica pragmatica mostrata nel flashback, ma il ritorno improvviso rappresenta un momento di trasformazione interiore.
Il ricordo di Foggy e del concetto di misericordia agisce come una forza narrativa che modifica la scelta del protagonista, suggerendo che l’eredità morale dell’amico continui a influenzare profondamente il suo modo di vedere il mondo, e di come, anche nel contesto più oscuro, sia ancora possibile interrompere la ciclicità della vendetta.
THE MANY SAINTS OF HELL’S KITCHEN
“Saw or shovel?”
Parallelamente, la condizione di Vanessa in ospedale permette di esplorare un lato completamente diverso di Wilson Fisk, trasformando temporaneamente il grande antagonista della serie in una figura segnata dalla paura e dall’impotenza.
I flashback che sembrano emergere dalla coscienza di Vanessa creano una dimensione quasi onirica, in cui il passato e il presente si sovrappongono senza soluzione di continuità, suggerendo che la memoria rappresenti l’unico spazio in cui il personaggio può ancora esistere pienamente.
La sua morte definitiva, dopo un primo risveglio dal coma, non viene costruita attraverso la spettacolarità, ma attraverso il silenzio, lasciando che sia l’assenza a definire la portata emotiva dell’evento, in una scelta narrativa sorprendentemente matura e coerente con il tono dell’episodio.
Un’altra linea narrativa significativa è rappresentata dal viaggio condiviso tra Daniel e Buck, che si configura come una sequenza costruita interamente sulla tensione psicologica piuttosto che sull’azione diretta.
La decisione di Buck di fermarsi ad acquistare una sega elettrica e una vanga introduce un elemento di minaccia implicita che trasforma il viaggio in una sorta di interrogatorio silenzioso, dominato dal sospetto e dalla paranoia.
Daniel diventa così il simbolo di una figura intrappolata all’interno del sistema di Fisk, incapace di sottrarsi completamente al controllo del potere e costretta a muoversi in un equilibrio precario tra lealtà e sopravvivenza.
La domanda finale, “sega o vanga?”, di fronte al cadavere del Primo Ufficiale della Northern Star, assume così un valore quasi rituale, suggerendo che l’intero sistema costruito da Fisk si fondi su un meccanismo di intimidazione continua che annulla qualsiasi possibilità di dissenso, e che l’appartenenza all’organizzazione non sia semplicemente una questione professionale, ma un patto che implica la disponibilità a oltrepassare qualsiasi limite morale.
IL BIANCO E IL NERO
Il finale dell’episodio introduce inoltre una dimensione fortemente simbolica attraverso il flashback che mostra Fisk e Vanessa vestiti di nero nel momento del loro primo incontro, in netto contrasto con l’iconografia cromatica bianca, quasi sacrale, vista in questa nuova serie sul Diavolo di Hell’s Kitchen.
La tela bianca davanti alla quale Fisk si ferma appare come una metafora estremamente potente, suggerendo la possibilità di una vita diversa che tuttavia non verrà mai realmente realizzata, destinata a essere contaminata dal peso del potere e della violenza.
Il rumore del mare che accompagna i titoli di coda amplia ulteriormente questa lettura simbolica, evocando l’idea di un ciclo inevitabile, di una forza naturale che continua a muoversi indipendentemente dalle scelte degli individui.
Un tempo che cancella tutto, di una memoria che continua a esistere ma che non può più essere recuperata, e di un destino inevitabile che travolge ogni tentativo di redenzione.
In questo senso, la chiusura dell’episodio assume un carattere quasi malinconico, trasformando la storia non in una semplice progressione narrativa, ma in una meditazione sulla perdita, sulla colpa e sulla fragilità delle seconde possibilità.
Anche rispetto a Daredevil: Born Again 2×03 e 2×02, qui la serie sembra finalmente più interessata al peso morale delle sue scelte che alla semplice escalation degli eventi.
THUMBS UP 👍
- Struttura narrativa basata su parallelismi tra passato e presente
- Forte approfondimento psicologico dei personaggi
- Uso simbolico estremamente curato del finale
- Tematica della misericordia sviluppata con grande coerenza
THUMBS DOWN 👎
- Ritmo molto contemplativo che potrebbe spiazzare chi si aspettava altra azione frenetica







