Outlander 8×06 – Blessed Are The MercifulTEMPO DI LETTURA 8 min

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Outlander 8x06 Blessed Are The Merciful
Recensione Serie TV Outlander Stagione 8 Episodio 6 Blessed Are The Merciful Starz

Un episodio di passaggio che prepara il finale ma finisce per smorzare ogni conflitto, lasciando una sensazione di stasi narrativa.

Con “Blessed Are the Merciful”, Outlander prosegue il proprio cammino verso la conclusione definitiva della serie, ma lo fa attraverso un capitolo sorprendentemente statico, quasi interamente costruito per predisporre gli sviluppi futuri piuttosto che per raccontare qualcosa di realmente significativo nel presente. L’ottavo episodio stagionale appare infatti dominato da una sensazione costante di transizione: i personaggi parlano, riflettono, si confrontano, prendono decisioni, ma raramente si avverte che tali decisioni producano conseguenze immediate o drammaticamente incisive.
Il risultato è una puntata che si lascia seguire senza particolare fastidio, ma che fatica enormemente a trovare una vera ragion d’essere narrativa. Si tratta di uno di quegli episodi che sembrano esistere soltanto per spostare le pedine da una posizione all’altra, in vista di un finale che ancora tarda a manifestare un’autentica urgenza.
La guerra d’indipendenza, teoricamente il grande sfondo storico di questa stagione, resta a margine, ridotta a poche notizie riferite e a conflitti secondari. Tutto viene ricondotto alla dimensione privata, intima, sentimentale. In altre circostanze questo avrebbe potuto rappresentare un punto di forza; qui, invece, dopo l’ennesima scena di sesso con amplesso record di 22 secondi, finisce per accentuare l’impressione di immobilismo.

AMICI AMICI E POI TI RUBANO IL MOSCHETTO

Il nucleo più consistente dell’episodio riguarda Jamie e il destino dei coloni che lo hanno tradito alleandosi con Cunningham. La situazione iniziale possiede un certo potenziale drammatico: Jamie, divenuto leader riluttante di una comunità in guerra, deve scegliere come punire chi ha attentato alla sua autorità. Per qualche minuto, la puntata sembra voler affrontare con maggiore durezza il tema della responsabilità morale. Jamie appare deciso a sfrattare tutti i traditori e le loro famiglie, decretando una condanna severa e irrevocabile. La sua posizione nasce da una logica comprensibile: in tempo di guerra, un gesto di debolezza rischia di essere interpretato come incapacità di comando.
Eppure la sceneggiatura rinuncia quasi subito a sviluppare questo conflitto. Dopo alcune suppliche da parte delle mogli dei coloni e dopo il consueto confronto con Claire, Jamie “cuore d’oro” Fraser cambia idea, optando per il compromesso: gli uomini perdono ogni diritto sulle terre, i quali passano alle rispettive mogli. L’intenzione è chiaramente quella di mostrare un Jamie ancora capace di misericordia, fedele alla propria umanità anche nelle circostanze più dure. Tuttavia la svolta appare troppo rapida, oltre che essere una punizione estremamente blanda per punire un tradimento di questo tipo; non esiste un reale percorso interiore, né una tensione sufficiente a rendere questa scelta dolorosa o controversa. La sensazione è che Outlander continui a proteggere il proprio protagonista da qualsiasi decisione davvero scomoda per preservarne la purezza a ogni costo. Una costruzione ormai prevedibile, che indebolisce il peso drammatico dell’intera vicenda e che, onestamente, ha frantumato quelle due cose che d’ora in poi il signor Cunningham dovrà tastare con i polpastrelli per assicurarsi che siano ancora lì.
E parlando del diavolo, anche il destino di quest’ultimo risente dello stesso problema. Ridotto all’impotenza fisica, desideroso di morire, il personaggio avrebbe potuto rappresentare un ambiguo riflesso oscuro di Jamie: un uomo sconfitto, privato della propria identità, incapace di immaginare il futuro. Invece viene rapidamente accantonato, fino alla decisione finale di permettere a Elspeth di riportarlo in Inghilterra. Un epilogo privo di particolare intensità, che trasforma un antagonista costruito per diverse puntate in una presenza patetica, quasi irrilevante.

IL TRIANGOLO SÌ, NON SONO MAI STATO MEGLIO DI COSÌ

L’altro asse narrativo della puntata segue Ian e Rachel nel loro viaggio verso New York e nel successivo confronto con il passato rappresentato da Emily. Per molte stagioni, quest’ultima ha incarnato il grande rimpianto di Ian: la vita che avrebbe potuto avere, la famiglia perduta, il legame con il mondo Mohawk. L’incontro fra presente e passato avrebbe quindi richiesto una costruzione delicata, complessa, persino dolorosa. Invece tutto viene condensato in pochi passaggi estremamente schematici. Rachel prova gelosia e insicurezza, Ian appare diviso, Emily ritorna improvvisamente in scena con il loro figlio, e infine ogni conflitto si dissolve in una riconciliazione quasi programmatica.
Il problema non risiede tanto nelle intenzioni, quanto nella velocità con cui la sceneggiatura pretende di risolvere emozioni molto profonde. Rachel confessa di sentirsi minacciata dal ricordo di Emily, ma nel giro di una sola scena decide di superare tale sentimento, arrivando addirittura a favorire l’incontro fra Ian e la sua ex moglie. Una scelta nobile, coerente con la sua indole, ma narrativamente troppo ingenua.
L’impressione è che la serie desideri disperatamente offrire a ogni personaggio una conclusione armoniosa, quasi terapeutica, eliminando qualsiasi attrito nel minor tempo possibile. Così facendo, però, sacrifica la verità emotiva. Rachel non viene mai davvero costretta a confrontarsi con la possibilità di non essere la prima scelta di Ian. Ian stesso non affronta fino in fondo il dolore di ciò che ha perduto. Quando Emily gli affida il figlio Ian James, temendo una profezia di morte, la scena cerca evidentemente di raggiungere una forte intensità sentimentale. Eppure manca qualcosa. Manca il tempo necessario per sedimentare il peso di quell’addio, manca la sensazione che i personaggi stiano davvero attraversando una ferita.

IL TRIANGOLO NO, NON L’AVEVO CONSIDERATO

Parallelamente, l’episodio dedica spazio all’incontro/scontro fra William e Ben. La rivelazione che Ben sia vivo e abbia scelto di combattere per i ribelli avrebbe potuto rappresentare un passaggio fondamentale per la crescita di William, soprattutto considerando il suo fragile rapporto con l’identità e con la lealtà familiare.
William scopre che Ben non solo è vivo e combatte per i ribelli, ma che Amaranthus sapeva tutto fin dall’inizio. “Classic Outlander!“, verrebbe da esclamare. Lei infatti ha accettato la proposta di matrimonio di William appena una puntata fa pur sapendo perfettamente che il marito era in perfetta salute. E giustamente, quest’ultimo, ferito nell’orgoglio, decide che la cosa migliore da dire al cugino è che, mentre lui era in giro a fingersi morto, era stato proprio lui a “consolare” Amaranthus. Naturalmente Ben la prende benissimo, saltandogli addosso, scatenando una rissa e facendolo arrestare per tradimento. Che non si vada a dire in giro che il cugino Ben è un tipo rancoroso.
Comunque, ancora una volta, il personaggio di William resta intrappolato in una dimensione frustrante: teoricamente centrale, continuamente sul punto di compiere un salto di maturazione, ma sistematicamente fermato da una scrittura che preferisce rinviare ogni sviluppo sbattendolo invece in queste situazioni al limite del tragicomico. Senza contare che per evadere fa pure la figura del malato di vaiolo, che nel tardo ‘700 non era sicuramente tra le malattie più cool da contrarre.

ROGER E LA SUA CRISI DI MEZZA ETÀ

Fra tutte le linee narrative dell’episodio, in generale molto deboli, quella di Roger e Brianna, però, riesce addirittura a essere quella più noiosa. Roger racconta di avere ritrovato uno scopo dopo la battaglia (che poteva tranquillamente evitare restando al campo base, vista la sua totale inutilità bellica) e collega questa ritrovata fede alla decisione di diventare ministro religioso.
Il problema è che l’intera situazione nasce da una decisione talmente stupida da rendere davvero difficile prenderla sul serio. Roger, che non è un soldato, ma solo un povero pirla che non sa combattere e non serve praticamente a nulla sul campo di battaglia, si lancia volontariamente nella mischia brandendo una spada contro soldati armati di cannoni, pistole e moschetti. Poi, siccome sopravvive solo e unicamente per una botta di culo clamorosa, allora decide che dev’essere il destino e si convince che ci deve essere per forza un piano superiore dietro.
L’idea, in teoria, potrebbe anche funzionare. Roger è da sempre un personaggio in cerca di una vocazione, sospeso fra il desiderio di essere utile e la difficoltà di trovare un ruolo preciso nel passato. Tuttavia la puntata non riesce a costruire in maniera credibile il passaggio fra l’esperienza della guerra e la riscoperta spirituale.
Anche il rapporto con Brianna resta confinato entro modalità ormai ripetitive. Lei lo sostiene, lui espone le proprie inquietudini, i due copulano per una ventina di secondi. Nulla di realmente nuovo emerge dal loro dialogo, e la coppia continua a dare l’impressione di muoversi in una bolla narrativa separata dal resto della serie.

THUMBS UP 👍

  • Claire Fraser questa stagione se ne sta buona a casa ed evita di attentare indirettamente alla vita di Jamie, che poveraccio ha già i suoi problemi con i vicini di casa

THUMBS DOWN 👎

  • Conflitti risolti troppo facilmente e ritmo eccessivamente statico
  • La passione per i triangoli amorosi fallimentari
  • Roger e la sua crisi di mezza età, con eiaculazione precoce inclusa
Il giudizio di Recenserie

SLAP THEM ALL

“Blessed Are the Merciful” rappresenta in maniera quasi esemplare uno dei principali limiti dell’ultima fase di Outlander: la convinzione che basti riunire i personaggi, farli parlare dei propri sentimenti e farli ammucchiare per una ventina di secondi per ottenere automaticamente profondità emotiva. Spoiler: non basta.

Valutazione finale: KILL THEM ALL
Valutazione finale: BURN THEM ALL
Valutazione finale: SLAP THEM ALL
Valutazione finale: SAVE THEM ALL
Valutazione finale: THANK THEM ALL
Valutazione finale: BLESS THEM ALL

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Fabrizio Paolino

Fabrizio è un autore di Recenserie, giornalista freelance e teledipendente cronico. Ventinovenne oramai da qualche anno, entra in Recenserie perché gli andava. Ama definirsi con queste due parole: bello. Non ha ancora accettato il fatto che Scrubs sia finito e lo guarda in loop da più di dieci anni.

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