
Due episodi centrali che fugano ogni dubbio sul movente del delitto, stratificano il rapporto tra Clark, Carol e Floyd e confermano l’identità eccentrica e malinconica dello show di Steven Conrad.
DTF St. Louis arriva al giro di boa con due episodi centrali che fugano praticamente qualsiasi dubbio rimasto intorno al movente che ha portato alla morte di Floyd Smernitch.
A questo punto è piuttosto chiaro che a orchestrare tutto sia stata Carol Love-Smernitch, cioè quella che in molti definirebbero senza troppi giri di parole una vera e propria vedova nera.
Ed è proprio qui che la serie comincia a piacere ancora di più, perché “The Go Getter” e “Missouri Mutual Life & Health Insurance Company” non si limitano a rivelare informazioni.
Le organizzano.
Le stratificano.
Le fanno emergere con quella lentezza un po’ perversa che è ormai il marchio di fabbrica dello showrunner Steven Conrad.
Questi due episodi piacciono parecchio proprio perché prendono un triangolo già di per sé strano e lo rendono ancora più anomalo, più ambiguo e anche più umano.
Ci sono le eccentricità ormai tipiche dello show, dalla scena in cui Floyd e Clark rappano mentre vanno in bici fino alle fantasie sessuali di Clark con Carol, che spaziano dal robot a posizioni improbabili e scomodissime.
Ma sotto questa superficie bizzarra c’è una costruzione molto precisa, che continua a scoprire pezzi di verità poco alla volta.
Dopo quanto già impostato in DTF St. Louis 1×01 – Cornhole e poi sviluppato in 1×02 – Snag It, la serie trova finalmente il coraggio di mettere in chiaro la natura del rapporto tra i tre protagonisti.
CONRAD SCAVA I PERSONAGGI COME UNA CIPOLLA E IL TRIANGOLO AMOROSO DIVENTA MOLTO PIÙ DI UN TRIANGOLO SESSUALE
La vera bravura di Conrad è che continua a lavorare per stratificazione, come se ogni episodio dovesse togliere un altro strato a una cipolla già marcia ma irresistibile da osservare.
Se nei primi episodi sembrava che Clark fosse mosso quasi esclusivamente dai propri impulsi sessuali, qui si capisce invece che il suo rapporto sia con Floyd sia con Carol ha una natura molto più complessa e molto più sentimentale.
Clark non desidera semplicemente Carol.
Clark ama in maniera diversa entrambi i membri della coppia.
E ciò che rende questa dinamica così strana, ma anche così riuscita, è il rispetto quasi platonico che prova per Floyd.
Un amore puro, disinteressato, persino ingenuo, che convive con il desiderio verso Carol e che rende tutto il triangolo molto più storto ma anche più ricco.
È proprio questa ambivalenza a fare la differenza.
Perché la serie non sta raccontando soltanto un adulterio, un’ossessione erotica o una macchinazione criminale.
Sta raccontando un groviglio di desiderio, affetto, idealizzazione e solitudine.
E in questo groviglio Carol emerge sempre di più come la vera stratega spietata della storia.
All’inizio poteva sembrare una vittima, una donna rimasta improvvisamente vedova.
Ora invece appare per quello che probabilmente è sempre stata: una donna capace di manovrare sia Clark sia Floyd come due burattini, al punto da portarli verso una polizza vita e poi, evidentemente, verso un incastro quasi perfetto.
La cosa più interessante è che Conrad riesce a darle un movente non puramente economico.
Certo, il denaro conta.
Eccome se conta.
Ma la serie ha l’intelligenza di mostrarne anche la disperazione domestica, la vita infelice, la precarietà economica vicina al collasso e il potenziale miglioramento radicale che Clark, con i suoi soldi, potrebbe offrirle.
È lì che vengono fuori l’istinto di sopravvivenza e la fredda lungimiranza di Carol.
Ed è lì che Linda Cardellini rende il personaggio ancora più inquietante.
L’INDAGINE RESTA AI MARGINI, MA IL VERO MOTORE È IL PASSATO CHE CONTINUA A RISCRIVERE IL PRESENTE
In parallelo l’investigazione, che in molte altre serie dovrebbe essere il centro assoluto della narrazione, resta quasi in secondo piano.
E questa non è per forza una critica.
Anzi, è una scelta molto precisa che definisce l’identità di DTF St. Louis.
I detective continuano a portare avanti due visioni diametralmente opposte della vicenda, ma la serie non sembra davvero interessata a trasformarsi in un procedural classico.
Le interessa molto di più l’effetto che questo delitto produce sui suoi personaggi, il modo in cui il passato continui a contaminare il presente e il modo in cui la verità emerga più come accumulo che come rivelazione improvvisa.
Solo la svolta finale legata all’ultima chiave misteriosa di Floyd dà davvero il via a quello che sembra essere un futuro spostamento del focus narrativo più sul presente che sul passato.
Ed è qui che DTF St. Louis si gioca una carta importante.
Perché i continui salti temporali sono allo stesso tempo una delle cose più interessanti e una delle più ostiche da digerire.
Rendono la visione meno immediata, meno lineare, più scomposta.
Ma la rendono anche più affascinante.
Di certo non sono un meccanismo che può funzionare con tutti.
E probabilmente una parte di pubblico farà un po’ più fatica a entrare nel flusso della serie.
Però è proprio questa struttura a dare allo show una sua identità distinta, quasi letteraria, fatta di ritorni, incastri, omissioni e riscritture progressive.
IL GIRO DI BOA NON CAMBIA L’ANIMA DELLA SERIE, MA LA RENDE FINALMENTE PIÙ LEGGIBILE
Questi due episodi hanno anche un altro grande merito: rendono finalmente più leggibile ciò che DTF St. Louis vuole essere.
Non un semplice crime.
Non un thriller lineare.
Non una dark comedy classica.
Ma un oggetto ibrido, eccentrico, spesso volutamente scomodo, in cui il delitto è solo il centro geometrico di una rete di desideri molto più difficile da definire.
Ed è proprio per questo che il giro di boa funziona.
Perché invece di cambiare pelle, la serie chiarisce la propria.
I dialoghi, i salti temporali, il triangolo sentimentale, l’indagine lasciata ai margini, le improvvise punte di assurdità: tutto comincia a stare nello stesso posto.
E anche se non tutto è sempre facilissimo da digerire, adesso è molto più chiaro perché Conrad stia raccontando la storia proprio così.
DTF St. Louis non vuole semplicemente dirti chi ha ucciso Floyd.
Vuole farti capire perché ciascuno di questi personaggi fosse già emotivamente pronto a distruggerlo.
E questa, arrivati a metà stagione, è probabilmente la cosa più interessante che si possa chiedere a una serie del genere.
È qui che la serie trova davvero la propria identità.
THUMBS UP 👍
- Il movente del delitto viene finalmente chiarito senza banalizzare Carol
- Clark acquista una profondità sentimentale molto più interessante del previsto
- Steven Conrad continua a stratificare la storia con grande precisione
- Le eccentricità dello show restano perfettamente coerenti con il tono della serie
THUMBS DOWN 👎
- I continui salti temporali possono risultare ostici a una parte del pubblico
- L’indagine resta molto sullo sfondo e potrebbe deludere chi cerca un crime più classico
- Alcune eccentricità rischiano di spiazzare chi non è già dentro il patto narrativo della serie
L’INDAGINE RESTA AI MARGINI, MA IL VERO MOTORE È IL PASSATO CHE CONTINUA A RISCRIVERE IL PRESENTE





