
Un film complesso, teatrale e visionario che trasforma il mondo dello show-business in un musical horror sovrannaturale.
Sinossi
Mother Mary, famosa pop star musicale, sta per tornare sulle scene dopo una lunga pausa dovuta ad una crisi artistica. Vuole dunque che il suo ritorno sia curato nei minimi dettagli. E non essendo convinta dell’abito di scena decide di chiedere consiglio alla persona di cui si fida di più: la sua ex stilista Sam Anselm. Fra le due però non scorre buon sangue per via di rancori che si trascinano da diverso tempo. E, ben presto, l’incontro fra le due sfocia in un confronto ferrato in cui s’intromette anche, fra le altre cose, perfino il paranormale!
Pare essere diventata quasi una sorta di leitmotiv quello per cui un film con protagonista Anne Hathaway debba avere una vicenda che ruota attorno a degli abiti. Anche se, in questo caso, non si tratta di Prada (anche se il colore rosso c’è sempre) e non c’entra il mondo delle passerelle. In compenso anche in Mother Mary il mondo è sempre quello dello show-business, anche se qui si parla del mondo dei concerti live e dello star-system musicale.
Il tutto declinato in una sorta di “musical horror sovrannaturale” in cui la colonna sonora fa da sfondo ad una storia che fonda sedute spiritiche a dialoghi pieni di tensione continua. D’altra parte si sta parlando dell’ennesima produzione “made in A24”, l’ormai casa di produzione che, più di altre, ha fatto dello sperimentalismo narrativo il proprio marchio di fabbrica.
MARY E SAM NEMIC-AMICHE
Co-protagoniste della pellicola sono infatti la diva pop Mother Mary (la già citata Anne Hathaway) e Sam Anselm (Michaela Coel), sua ex-stilista ufficiale e migliore nemic-amica.
I rapporti fra le due sono diventati freddi dopo che Mary ha preferito rivolgersi ad altri e non a Sam, di fatto abbandonandola. Così, per Sam è quasi una sorpresa quando Mary si presenta alla porta del suo misterioso atelier (immerso nella nebbia dublinese in pieno stile gotico) chiedendole un nuovo abito in quanto quello scelto per il suo ritorno sulle scene “non rappresenta appieno la sua personalità“.
Le due iniziano così un lungo (forse troppo) dialogo a porte chiuse, di stampo prettamente teatrale, in cui lo spettatore viene a scoprire il background di entrambe e i motivi dell’astio che provano l’una per l’altra. Ma soprattutto scopre il vero motivo per cui Mary ha dovuto prendersi una pausa dalle scene.
MUSICAL MISTICO O HORROR SOVRANNATURALE?
Il film di David Lowery è diviso in due parti ben distinte, scandite da numerosi flashback onirici che seguono la narrazione delle due co-protagoniste. È un’opera particolare, difficile da descrivere e incasellare in un solo genere: non è propriamente un musical né un horror, anche se elementi di body horror e paranormale non mancano. Il vero punto di forza sta nella regia e in tutto il comparto tecnico. I costumi di Hathaway catturano subito l’attenzione, insieme alle imponenti coreografie e scenografie che ricordano veri concerti live.
Da citare (ovviamente) anche la colonna sonora, con brani di Jack Antonoff e Charli XCX interpretati dalla stessa Hathaway, anche se paradossalmente le canzoni risultano l’anello debole della narrazione (Burial è forse l’unica hit più riconoscibile), spesso usate come semplice pretesto per sequenze oniriche che non ne avrebbero davvero bisogno.
VALE LA PENA VEDERLO?
L’intento, alla fine della pellicola, risulta ben evidente. La tensione si fa sempre più crescente verso il finale, dove il percorso di formazione delle due co-protagoniste si compie attraverso una vera e propria transustanziazione (da qui tutta la simbologia e l’iconografia religiosa non casuale) riscritta in chiave horrorifica sì, ma allo stesso tempo anche molto lirica e poetica.
Si tratta di un film molto complesso e stratificato che però pecca di un ritmo spesso altalenante. Soprattutto la parte iniziale (ma anche il finale) risulta fin troppo esplicativo, rischiando di far perdere d’intensità quanto narrato, che invece “esplode” solo con le sequenze trascendentali del finale. Il tutto si gioca principalmente sulle performances del cast scelto. Peraltro, da notare, tutto rigorosamente al femminile (forse un unicum in questo genere), ma forse un po’ troppo “teatrale” per poter essere apprezzato appieno.







